MARIO APPELIUS.
.
LE ISOLE DEL RAGGIO VERDE.
.
CUBA, GIAMAICA, HAITI, PORTORICO E PICCOLE ANTILLE.
.
1929. Casa Editrice ALPES, MILANO.
Con 64 illustrazioni in rotogravure.
.
...
Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
               http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
...
Testo curato da: Claudio Paganelli per il "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
Aperto a chiunque voglia collaborare, realizza la pubblicazione e la diffusione gratuita di opere letterarie in formato elettronico.
Ulteriori informazioni sul sito: http://www.liberliber.it/
...
.
...
A MIO PADRE.
...
.
...
Indice.
...
.
...
Tra cielo e mare
La regina delle Antille
L'isola dello zucchero
Le nozze d'argento d'una repubblica
"Rouge et Noir"
Col generale Machado
Le donne che si dondolano
La piazza delle frittelle
Tra ciabattini ed orefici
Quattro profili d'emigranti
La locanda della morte
Il castello delle scimmie
Il sogno di un giardino tropicale
Roma ed il Pan-latinismo
L'arrivo dell'imperatore delle Americhe
La sesta conferenza pan-americana
Bilancio fallimentare
Nicaragua, problema d'America
Il VII Congresso della stampa latina
La stazione ferroviaria di Ruspoli
Isola di Cubanacan
I quattro salotti dell'Atlantico
Da Santiago all'isola azzurra
I lords e le ladies di cioccolatto
Giamaica, paradiso dei Tropici
Lo zaffiro del mare
Il "quattro alberi" del commodoro
Le isole del raggio verde
Il nido dei cicloni
La repubblica nera di Haiti
In mezzo agli italiani di Port-au-Prince
La cittadella del Re Nero
Da Haiti a Santo Domingo
Dinanzi alle ceneri di Colombo
L'Alczar di Santo Domingo
I diamanti neri dell'Isola di Trinidad
Una taverna a Portorico
Il Mediterraneo d'America
...
.
...
Fine indice.
...
.
...
TRA CIELO E MARE.
.
I grandi volatori transoceanici che con uno o due salti formidabili balzano da un continente all'altro stanno rimpicciolendo terribilmente i viaggi "vecchio stile" per mare. Chi ha l'abitudine di scrivere per il pubblico le proprie impressioni di viaggiatore ha quasi voglia di saltare la pagina oceanica che un tempo costituiva uno degli elementi interessanti d'ogni gironzolata per il mondo. La descrizione del "palazzo galleggiante"? La vita ed i pettegolezzi di bordo? La festa per il passaggio dell'Equatore? Gli emigranti che cantano nella quiete dei crepuscoli le canzoni della loro patria? L'ufficialetto di belle speranze che fa la corte alla passeggera matura di prima o alla passeggera acerba di seconda? S, francamente, riconosco che tutto ci  diventato "vieux jeu" nel secolo di Lindbergh e di De Pinedo. Pu interessare lo spettatore diretto il quale non avendo altro da fare durante gli ozii di bordo vi prende magari gusto, ma gli altri che sono lontani e che ogni giorno leggono sui giornali i voli tra Europa ed Asia, tra Africa ed America, come possono dare retta ad una banale traversata in transatlantico?  come suonare sulla chitarra una canzonetta napoletana tra una sinfonia di Beethoven ed una tempesta orchestrale di Wagner!
Eppure io penso che anche fra quarant'anni, quando cio le trasvolate aeree saranno diventate il pane quotidiano d'ogni uomo normale, che anche fra cento anni, quando forse la navigazione marittima sar addirittura scomparsa, perch troppo costosa, anche allora vi saranno sempre gli innamorati del viaggio in piroscafo, quelli che ameranno vedere le terre del passato allontanarsi pian piano e svanire nell'incertezza degli orizzonti; e spuntare, dopo un grande intermezzo azzurro che  come una parentesi della vita, altre che via via ingrandiscono e che parlano all'anima il linguaggio dolce del domani e della speranza.
M' capitato di veder partire De Pinedo a Dakar quando il bel Santa Maria ha spiccato il volo dall'Africa al Brasile e pi tardi all'Avana, quando con un solo salto s' divorato il Tropico americano ed il mare dei Caraibi. Ho visto scattare il brasiliano Barros dalle Canarie alle isole di Capo Verde, la spagnuolo Loriga dalla Mauritania a Fernando P, i francesi del raid del Madagascar e sempre ho avuto l'impressione di un proiettile che si slancia, s'innalza, sparisce. In quegli istanti la mia anima vibrava di entusiasmo, invidiava gli eroi che dominavano le distanze, era come rapita in alto nel vortice di quelle ali superbe! Avrei voluto essere al posto di quegli uomini! Per un momento tutto quel che avevo fatto mi pareva straordinariamente piccino, straordinariamente insignificante, quasi buffo! Ma poi, passato l'istante di esaltazione, mi dicevo: quando il volare non avr pi nulla di eroico, quando sar diventata la faccenduola di tutti i giorni e di tutti i pizzicagnoli, quando il pilota non sar pi un De Pinedo che anticipa la storia e porta in giro la bandiera di un popolo in un alone di gloria, ma sar un semplice watchman delle tramvie aeree a tanto al mese, con l'indennit combustibile, quel giorno quanto sar stupido viaggiare!
Si partir con la velocit del lampo da un paese nel quale si  magari vissuti venti o trent'anni, che pu essere anche la patria che non si vedr mai pi; lo si lascier nello spazio di un baleno senza che gli occhi ne vedano gli ultimi contorni, senza che la memoria s'arricchisca del loro profilo, senza ascoltare i rintocchi delle ultime campane, senza sentire il profumo degli ultimi fiori, senza l'estremo colloquio, il grande colloquio muto fra l'anima di un uomo e l'anima di una terra. E s'arriver nel paese nuovo in brevissimo tempo, senza avere avuto il tempo di desiderarlo e di amarlo per lo spasimo medesimo del desiderio, senza vederlo uscire pian piano dal grande mistero dell'ignoto nella rosata dolcezza di una aurora piena di promesse, senza poter interrogare i picchi, i colli, le spiaggie, le case e chiedere loro: "Che cosa mi riservate? che cosa mi darete? che gioie, che felicit, che illusioni mi offrite?"
Ed allora lasciate che io vi descriva il mio viaggio transoceanico "vieux jeu", senza eroismi, senza tempeste, senza naufragi, senza novit, senza il piccolo incendio a bordo, senza neppure un avvelenamento collettivo, un banalissimo viaggio insomma dell'anno di grazia 1927, in un transatlantico di mezzo lusso, in una cabina bianca con le tendine di velluto verde, in una cuccetta larga sessanta centimetri con un materassino che ne ha solo quaranta e che bistratta maledettamente le costole.
La traversata dell'Atlantico, dall'Africa (Dakar) all'America Centrale (Avana),  stata per me una specie di rappresentazione teatrale in due atti, con l'intermezzo di una farsa. Atto primo: partenza dal continente nero; atto secondo: arrivo al Nuovo Mondo; farsa: la vita di bordo.
Se vi interessa, eccovi la rappresentazione.
...
.
...
Atto primo. Africa! Un continente che ha esercitato su di me fin dall'infanzia una suggestione irresistibile, che mi ha dato le sensazioni pi forti della mia esistenza, che si  assorbito diversi anni della mia vita senza che io possa dolermene, tanto furono movimentati ed intensi, che mi ha dato le gioie pi dolci, gli amori pi veementi e pi profondi, le legnate pi poderose, le malattie pi crudeli, le illusioni pi rosee, le delusioni pi dure, che infine ha riempito col suo bello e col suo brutto, col suo dolce e col suo amaro, col suo oro e con la sua miseria, la maggior parte della mia giovent. Africa! Il continente nel quale sono sbarcato ancora quasi fanciullo, senza nulla sapere della vita e degli uomini, del bene e del male, dell'amore e dell'odio, come un uccello che abbandona il nido per il primo volo e che mi ha fatto uomo, ora dandomi una carezza, ora appioppandomi una frustata, ora una bacca selvatica piena di assenzio, ora aprendomi grandi strade luminose che davano la vertigine, ora sbarrandomi improvvisamente il cammino con ostacoli insormontabili perch vi picchiassi il capo ed imparassi a mie spese che la vita  giuoco ed  battaglia. E nei momenti pi penosi m'ha insegnato a sorridere, e nei pi felici a non far castelli in aria, ad amare la vita col suo buono e col suo cattivo, con i suoi alti ed i suoi bassi, con gli inevitabili inciampi, con gli inevitabili sdruccioloni, avendo sempre speranza nel domani, sempre fede in me stesso e nella fortuna. Soprattutto mi ha insegnato a cercare il conforto delle immancabili delusioni nelle semplici cose che sono a disposizione di tutti: nella bellezza delle albe e dei tramonti, nella quiete degli angoli solitarii in riva al mare ed ai fiumi, nello sguardo di una donna che ama... Africa! Il continente nel quale ho venduto cartoline illustrate ai turisti di Cairo, dove ho servito pranzi e colazioni in un albergo di Kartum, portato il cofano del muratore sulla ferrovia di Dar-es-Salam, insegnato la dottrina cristiana ai negretti del Tanganika; il continente nel quale sono stato impiegato di un mercante ebreo, direttore di un negoziante levantino, socio di un industriale greco, poi fabbricante io stesso di doghe e di botti e pi tardi grande importatore d'olio di palma, per tornare ad essere portiere di un edifizio, risalire ai fastigi di amministratore di una piantagione coloniale, ricadere ancora e risalire ancora. Che altalena! che esperienza! che divertimento! che begli anni freschi! carichi, intensi, interessanti! Africa! Africa! Laghi grandi come mari, fiumi immensi, deserti infiniti, foreste vergini cariche d'ombra e di mistero, miniere di sale e di diamanti, palme, risaie, coccheti, il Niger, il Nilo ed il Congo, il Marocco ed il Madagascar, il Transwaal e l'Uganda, l'Eritrea e la Nigeria, felicit e tristezza, orgia e fame, baci e pugni, anche qualche errore di giovent, anche un po' di agonia in un ospedale miserabile... Africa!
Ecco, se ne va, sparisce. Il porto di Dakar  gi lontano. Gi non vedo pi l'amico Bagnasco ed i buoni italiani del Senegal. La nave passa rasente all'isoletta di Gorea, che era un tempo il grande emporio dello schiavismo e che ora ospita pochi mulatti anemici e tanti tanti topi; sfiora Capo Verde; rotea intorno alla penisola; poi quando  arrivata in un punto dal quale si vede un panorama grandioso di sabbie e di palme, la massa grigia della citt imperiale, cocuzzoli dei vecchi forti ed i due pinnacoli del Palazzo del Governatore Generale, la grande macchia verde del giardino di Hann ed il blocco fantastico degli scogli del serpente, la nave gira su se stessa, d la poppa all'Africa e s'avvia veloce verso il suo nuovo destino.
La costa s'allontana, impiccolisce, sfuma...  solo una striscia giallo-rosata; meno ancora; solo un pulviscolo d'ocra; meno ancora: solo un'ombra... Pi nulla. L'Africa non si vede pi.
La rappresentazione  durata circa tre ore durante le quali io ho rivissuto tutta la mia vita, ho ricordato tante vicende lontane, ho rivisto tanta gente, ho rigoduto e risofferto, ho riso e tremato, ho sentito punture di vecchie cicatrici, sapore di lontane vittorie, amaro di antiche disfatte. Vorrei continuare a vivere ancora un po' il mio sogno d'Africa, nonostante sia gi caduto il telone sul panorama di Dakar, cos come quando in un teatro, dopo il primo atto di un'opera, ci si apparta in un angolo oscuro e tranquillo per restare nella vibrazione musicale che ha squassato l'anima, ma qui non  possibile. Non c' intermezzo. Incomincia subito la farsa. Ecco il primo personaggio che gi entra in scena.
Dan, Dan! Dan, Dan! La "table d'hte"  servita.
Quattordici giorni dura la farsa, ora briosa come uno scherzo settecentesco, ora bonaria e paesana come una pastorale della vecchia Arcadia, ora scollacciata come un vaudeville del teatro parigino. Monsieur, madame et l'ami de madame! Qualche volta, dai ponti di terza viene su una ondata di canti nostalgici delle Canarie e delle Asturie, che ha l'aria di un grande coro tragico, ma il jazz-band del salone dei concerti interrompe prontamente l'effetto scenico ed il charleston col mal di mare distrae l'orecchio che prestava ascolto ad un pianto della terra.
La farsa  un po' lunga, ma i personaggi sono molti. Nientemeno che settecento. C' un po' di tutto. Non mancano n il tenore raffreddato, n la soprano-dilettante, n il prestigiatore in smoking che non avendo rimediato nessuna partita di poker si limita a divertire le signore. Pulcinella, Colombina, Don Pasquale, Gianduia, la sora Menica, l'ammalato immaginario, l'arlecchino finto principe, il granduca russo, il generale centro-americano, il fuoruscito antifascista, il perito in democrazia, la colonnellessa dell'esercito della Salute, il genio incompreso, la bella donna che vuol farsi rimborsare il biglietto, tutte le maschere antiche e moderne dell'umanit sono rappresentate nel piccolo mondo del transatlantico ed ognuna recita con seriet e bravura la sua piccola parte, ora scegliendo come scenario un angolo del ponte col chiaro di luna, ora il bar coi lampioncini cinesi, ora la cabina del terzo ufficiale, ora il salottino riservato della vecchia milionaria in viaggio di vedovanza.
Le ragazze cercano marito, i mariti insidiano la moglie degli altri, i camerieri vanno a caccia di mancie, le signore di complimenti, il dottore di malate giovani, le cameriere di viaggiatori galanti. Si balla, si mangia, si sbadiglia, si fornica, si sparla del prossimo, si ascoltano e si dicono scempiaggini. Non si sa bene se il Comandante sia un lupo di mare o un albergatore; se il matre d'htel sia il capo dei camerieri o un diplomatico in incognito. Due poltrone e un divano sono per la dittatura, due divani e una poltrona per la democrazia liberale. Mussolini  ormai una salsa che non manca in nessun discorso. Quando tace la pianola, entra in campo il fonografo e quando tutti e due fanno silenzio i bimbi s'incaricano dell'orchestra. Siccome gli attori sono anche pubblico, il successo  sicuro. Se tu ridi alla mia barzelletta, io rido alla tua, se tu mi dici che sono simpatico, io ti dico che sei bella, se tu mi offri un vermuth, io ti pago un rosolio. E siccome l'elica lavora si arriva al quattordicesimo giorno. La farsa  finita. Con l'apparizione del Nuovo Mondo ricomincia il dramma.
...
.
...
Atto secondo. Il piroscafo  arrivato troppo tardi per potere entrare in porto e buttar l'ancora a duecento metri dalla gettata di fronte all'arco splendente della citt. Sono le due di notte. La capitale s'offre a chi arriva come una grande massa grigio-viola, avvolta in un giallo alone luminoso che la distacca dal resto dell'ombra, tutta punteggiata di lumi e lumicini che si confondono sui limiti dell'orizzonte con i brividi delle stelle e che la fanno somigliare a un antico diadema di famiglia nobile, un po' pesante, un po' troppo carico di cesellature e di pietrine.
La passeggiata litoranea  una sfilata di palazzi e di grattacieli sulla quale  buttato come un vezzo un grande arco di pomposi globi elettrici.  l'America! Incomincia l'atto secondo della rappresentazione. Altri passeggeri hanno come me lasciato le loro cuccette per assistere all'inizio dello spettacolo. Erano fino ad ieri personaggi della farsa di bordo, ma in questo momento l'atmosfera del dramma li assorbe nella sua vastit. Hanno lasciato in cabina i costumi e le truccature della farsa, gli sparati bianchi, gli alti solini, i monocoli, le toilettes, le mantiglie, gli scialli, le calze di seta, il rossetto di Coty. Sono in pigiama od in veste da camera, qualcuno in mutande con addosso un vecchio cappottaccio. Sono pi sinceri in questo momento. Pi nobili e pi degni di rispetto. Ognun d'essi contemplando i lumi, interroga le cose, conversa con l'ignoto e con se stesso. Nessuno recita pi.
L'America! Chiss che cosa rappresenter per questi miei compagni di veglia il Nuovo Mondo? Il passato? L'avvenire? Una realt dolorosa? Una speranza sorridente? Il realizzarsi di un sogno? Il dileguarsi di un sogno? Per me, spensierato bohmien contento della propria sorte, senza famiglia, senza affari, senza programmi, senza meta, l'America  solamente l'unica parte del mondo che ancora non conosco e che ho lasciato per ultima perch meno delle altre seduceva la mia anima. Poche volte ho desiderato l'America, per ora che sono qui, che mancano poche ore perch vi scenda per vivervi, si rinnova in me il fenomeno che caratterizza ogni mio primo incontro con una terra sconosciuta. Sento il fascino dell'ignoto che mi aspetta e che  l a pochi passi. Sento una forza che mi attira; nell'anima un po' di tremore, uguale a quello che si prova quando si va al primo appuntamento di una donna e non si sa ancora quanto posto essa occuper nella vostra vita; nel cuore una specie di contentezza puerile per il fatto che sto per aggiungere anche l'America alle altre terre che ho veduto e nel medesimo tempo una sensazione indefinibile che ha l'aria di allargare a dismisura il mio orizzonte.
Mi trovo nel centro del continente americano, nel centro dell'immenso golfo storico nel quale le grandi e le piccole Antille possono essere i piloni del ponte ideale che unir le due parti del continente, come possono essere le barriere insormontabili che renderanno impossibile la creazione di quel gran ponte sognato da Bolivar. L, verso destra, c' New-York con tutta la potenza e l'orgoglio degli Stati Uniti; l, verso sinistra, sta l'immensit del Brasile ancora coperto di foreste vergini e pi gi i paesi cos pieni di italiani: Uruguai ed Argentina. Dinanzi a me, Cuba. Zucchero e tabacco. Spagna e Stati Uniti. Neri e mulatti. Ed al di l dell'isola, il Messico, Costarica, il canale di Panama, Nicaragua... miniere, rivoluzioni, intrighi, colpi di Stato, convulsioni di repubbliche, Calles, Obregn, Porfirio Diaz, drammi dell'imperialismo economico, drammi della latinit, drammi di un mondo umano in formazione, tango, charleston, proibizionismo... Sento il fascino della grande terra che mi  dinanzi. Vorrei pensare all'Africa che ho lasciato ma non posso pi.  lontana, lontana assai. Ormai l'America mi ha preso nel suo soffio. Non so se l'amer, ma sento il suo respiro tiepido di creola tropicale che mi sta inebriando con la soavit di una notte dei Caraibi. Nel silenzio del ponte si svolge tra me ed il continente sconosciuto un dialogo infantile che forse tacerei, per timore del critico austero ed occhialuto, se non avessi l'abitudine di considerare il lettore un altro me stesso e di non pensare che a lui.
E la terra ha l'aria di dirmi: "Hai fatto bene a venir qui, a non scegliere per il primo incontro la metropoli dei dollari e dei grattacieli, tu che vieni dall'Africa delle foreste misteriose che commuovono l'anima, che vieni dall'Asia delle grandi religioni mistiche che disprezzano la ricchezza. Senti com' dolce la mia aria? Senti com' tiepida la mia notte?"
Ed il mio spirito risponde: "S, vengo da te, senza, pregiudizi, senza programmi, senza idee fatte. Per conoscerti e descriverti ai miei amici come ti sentir. Solo ti prevengo che non sono un tuo innamorato. No, europeo, latino, italiano, sono fiero del mio vecchio continente glorioso e dovrai essere molto bella, molto grande, molto fine, molto buona, per piacermi. So che hai dollari, petrolio e grattacieli, ma cercher anche il resto."
I globi elettricici del lungo mare proiettano sull'acqua il riflesso delle loro luci. Globi potenti di citt plutocratica. I lunghi riverberi bianchi arrivano fino alla nave e sul tremolo del mare formano, nella notte deliziosa, una specie di grande arpa sulla quale l'America suona per me la sua prima serenata.
L'ascolto con l'anima tesa, perch pu essere anche la sua pi bella canzone. Quella che nasce dal mio sogno.
...
.
...
LA REGINA DELLE ANTILLE.
...
.
...
Non so che impressione possa fare l'Avana ad uno che arrivi per esempio da Londra, da Parigi, da Roma, da New-York. Immagino possa essere diversa da quella che ho avuto io che arrivo fresco fresco dall'Africa Occidentale e che durante sei mesi ho avuto sempre sotto gli occhi foreste vergini, grandiose solitudini selvaggie, piccoli centri coloniali oppure citt tipo Dakar, Lagos, Accra che, nonostante la loro importanza, non sono certo monumentali; e che, soprattutto, ero abituato a veder una umanit nera, nuda o quasi, semplice, poverella, infantile.
Potrei con uno sforzo d'immaginazione mettermi nei panni d'un londinese, d'un parigino, d'un romano, d'un cittadino di Nuova York; sedermi dinanzi ad una bilancia, porre in un piattello l'Avana, nell'altro piattello Piccadilly Street, la Torre Eiffel, piazza San Pietro e la Fifty Avenue; poi trovare il punto di equilibrio ed offrire ai lettori una descrizione farmaceutica dell'Avana, ben dosata, adatta a tutti gli ambienti come una salsa internazionale. Contenterei forse in questo modo coloro che amano i "chiaroscuri". A me piacciono invece le istantanee, nette, crude, magari violente, com'escono fuori dall'obiettivo di una macchina fotografica che ha il diaframma al punto giusto. Dichiarata quindi, per rispetto ad Einstein, la mia provenienza sospetta dal regno delle foreste vergini, eccovi l'istantanea della regina delle Antille.
Sole e sole. Un cielo azzurro a baleni d'oro. Un mare di colore incerto tra lo zaffiro e lo smeraldo, venato da riflessi metallici. Ho l'automobile ad ora ed  senza tassametro. Incomincio dal porto.
La passeggiata lungo mare - striscione acciecante di cemento - ed il vecchio castello del Morro - massa severa e geometrica - formano l'imboccatura strozzata del porto nella quale passano le navi che pare si possano toccare con mano. Poi il porto s'allarga in una grande baia ovoidale, gremita di vapori e di velieri, sezionata da moli e da banchine, fasciata di Magazzini Generali e di palazzi, con qua e l un edificio tipo grattacielo, con una moltitudine di caseggiati irregolari nei quali prevale la tinta bianca, il tutto pieno di sole, stracarico di sole, naufragato nel sole.
In mezzo a questo scenario di calcina l'acqua del porto, immobile come quella di un lago quando non c' una sbavatura di vento,  una grande macchia verde-azzurra, oleografica e caramellata. In certe ore del giorno la formidabile riverberazione solare la trasforma in una lastra di cristallo azzurrino nella quale si specchiano i quartieri del porto, i grattacieli, i campanili, i vapori, la mole gigantesca del Morro, le pareti sfaccettate della fortezza della Cabagna, le nuvolette erranti per il cielo. Allora i riflessi delle due rive empiono il porto con un'altra citt capovolta, nitida, luminosa e chi guarda, per poco che si lasci suggestionare dallo spettacolo, finisce per confondere le due citt, quella di pietra e quella che galleggia sull'acqua e non ritorna in s che quando vede passare un vapore sulla guglia di un campanile od una vela slittare sui balconi di un terzo piano.
Accanto al porto ed alle dogane c' la vecchia Avana coloniale degli spagnuoli, ripulita e messa in fronzoli dalla smania modernista della Repubblica e dai dollari degli Stati Uniti, ma rimasta in fondo la medesima, con le strade strette e tortuose nelle quali il tram passa con un rombo d'uragano e le automobili s'imbottigliano ogni cinque minuti. , questo, il quartiere commerciale, quindi gremito di una folla che trabocca dalle strade troppo strette e che sembra anche pi numerosa di quanto non sia in realt, perch  una folla tropicale tutta vestita di bianco, che parla forte, che gesticola molto, che s'abbandona sui marciapiedi ad effusioni napoletane, che si ferma ogni momento per entrare in un bar a dissetarsi con sciroppi di cocco, di ananas, di guayabo.
A volte l'automobile scantona in certe strade laterali meno popolose nelle quali sonnecchiano vecchie case dell'epoca spagnuola, dalle mura di pietra e dagli androni solenni; allora si ha improvvisamente l'impressione di essere trasportato a Cadice od in una veneranda citt della Galizia. Ma l'automobile svolta e rientra nel brulichio della gente e dei negozi.
In calle Obispo, in calle O' Relly, in calle Margall hanno il loro quartiere generale i grandi magazzini di lusso. Tiranneggiati dal poco spazio e dal desiderio di esporre il meglio che posseggono, hanno finito col ridurre la muratura al minimo e col fare della strada un'unica vetrina sgargiante che abbaglia gli occhi e mette lo spirito di buon umore come se tutti i giorni fossero giorni di carnevale. Sui minuscoli marciapiedi non passano pi di due persone per volta e sull'asfalto non c' posto che per una sola automobile. La gente si pigia e si mescola pittorescamente e le automobili si susseguono in fila indiana, quasi a passo d'uomo, come un eterno corteo. Ogni negozio ha la sua brava tenda a rigoni policromi per difendersi dal sole e siccome le tende si toccano da una parte e dall'altra, succede che la strada intera  coperta da una specie di velario che ricorda quelli della calle de las Sierpes di Siviglia e della calle San Fernando di Barcellona, ma con un non so che di americano che fa pensare ad una spagnuola in vestito da tennis, con la mantiglia ed il pettine di Andalusia.
Finalmente la macchina sbocca sul Prado, lascia la vecchia citt coloniale ed infila i quartieri moderni creati dalla Repubblica. Le strade s'allargano, perdono la loro aria di famiglia, diventano paseos ed avenidas, si gonfiano, s'imbellettano, danno l'impressione d'essersi messe in smoking; ma  uno smoking coloniale coi pantaloni di tela bianca. Pare che una volta ci fossero dei grandi alberi che aggraziavano le strade col loro verde, ma il ciclone dello scorso ottobre li ha abbattuti tutti. Fu una vera ecatombe di alberi. Ora il Municipio li ha sostituiti con celerit americana, ma sono ancora piccolini e le grandi avenidas acciecano chi passa col riverbero bianco delle facciate di cemento, col riverbero bianco dei monumenti di marmo, col riverbero bianco degli asfalti lucidissimi sui quali il sole del tropico proietta con furore la sua incandescenza.
Ecco il lungo mare! Il Malecn! L'Avenida de Washington! Grandi, larghissime strade, costruite senza economia da un Municipio pieno di dollari durante gli anni della guerra europea, quando lo zucchero di Cuba attirava nell'isola centinaia e centinaia di milioni. Ampi marciapiedi, profusione di lampadari, vaste piazze, monumenti, chioschi, colonnati. Se tutti i palazzi fossero grattacieli l'Avana avrebbe sul mare uno di quei profili monumentali di caserma che mandano in solluchero i nord-americani, ma gli edifici a grattacielo sono ancora solo una diecina ed il resto delle costruzioni si compone di palazzetti coloniali pieni di verande e di balconi che s'armonizzano meglio con il dolce smeraldo del mare e col fiammeggiante oro del sole. In mezzo ad essi i grattacieli sono come i brutti sogni di una indigestione!
- Hombre! Fermati un momento, che voglio anch'io bermi uno di questi sciroppi di cocco!
Lo chauffeur soddisfa sorridendo il mio capriccio e la macchina riparte dopo pochi minuti. Traversa la grande piazza di Maceo, dominata dall'ardito monumento del generale liberatore - il pi bel monumento dell'Avana, opera dello scultore italiano Boni - ed imbocca poi il caratteristico quartiere del Vedado, cio la grande Avana moderna. La Repubblica venticinquenne, mentre si sforza di abbellire la vecchia citt coloniale, ha sfondato l'antico cerchio urbano ed ha rovesciato al di l come un torrente una nuova citt tipica, concepita con larghezza e con regolarit americana, ma avvedutamente mantenuta nei limiti ragionevoli di una metropoli coloniale. Cinque grandi strade, lunghe diversi chilometri, hanno costituito l'ossatura del Vedado e coll'andar degli anni lo scheletro si  riempito di quarantadue altre strade parallele e di un centinaio di strade trasversali, formando una nuova citt, nella quale per non vi sono palazzi n negozi ma solo ville e villette, tutte bianche, tutte capricciose, tutte accuratamente pitturate a colla o ad olio, tutte a pian terreno o ad un sol piano, ognuna col suo giardino, col suo cancello, con le sue palme, coi suoi fiori, col suo vestibolo a colonne, con la sua veranda a colonne, con la sua gradinata a colonne; con statue, statuine, balconi, poggiuoli, anfore, balaustre, bussole, vetrate, marchesine di ferro battuto, torricelle, cupolette, campanilini.  una fantasia architettonica, un giuoco di bussolotti immaginato da ingegneri e da geometri di buona volont, una sceneggiatura edilizia di effetto coreografico che stordisce e che in fondo si accorda col troppo azzurro del cielo, col troppo oro del sole, con la colorazione violenta della flora tropicale, con la opulenza decorativa delle palme-cocco che costituiscono l'ornamento predominante dei giardini.
L'automobile libera da intoppi aumenta la sua velocit e l'occhio riesce appena ad afferrare questa cinematografia di villette bianche, linde e civettuole, che hanno l'aria di essere state stirate all'amido, che a volte ricordano gli spumoni e le cassate alla siciliana, che non evocano l'immagine di nessuna altra citt perch nessuna altra citt rassomiglia all'Avana. L'impressione del primo colpo d'occhio  indefinibile e varia probabilmente da persona a persona. Se io dovessi precisare la mia non saprei farlo ma evocherei una caotica esposizione di giuocattoli, di smalti, di pitture fini, di bungalows coloniali, di gabbie dorate, di bomboniere, di litografie, di cartoline illustrate, ecc., ecc. Non  che verso la fine che ho pensato a Pompei. Arte ed... automobili a parte, l'antica Pompei doveva essere un po' cos quando i romani la popolavano col loro lusso nella magnificenza solare del golfo partenopeo.
Un fiume magrolino, fatto ancora pi miserello da un gran ponte di ferro,  il limite del Vedado. Al di l del Vedado la giovane Repubblica ha avuto un sussulto di superbia ed ha abbozzato il disegno planimetrico di un'altra grande citt da costruirsi (Almendares, Miramare, Marianao) della quale esistono solamente per ora gli stradoni centrali, tracciati con una mentalit da sindaco di Chicago, costruiti con uno sfarzo insolente di vasche e di monumenti, di lampadarii e di giardini, mentre mancano le case e gli abitanti, tanto che vien fatto di domandarsi se la potenzialit demografica di Cuba sia in grado di corrispondere alle ambiziose speranze di chi ha visto cos in grande la sua capitale.
La visione cinematografica dell'Avana finisce in un grande parco con reminiscenze del Bois de Boulogne e se il termine della lunga corsa in automobile coincide con un tramonto cubano d'oro e di lapislazzuli, c' da rimanere incantati a contemplare la bellezza di un cielo che non ha nulla da invidiare ai cieli di Napoli e di Costantinopoli.
L'Avana bisogna vederla cos: automobilisticamente: porto-Miramare e ritorno, in una giornata di sole!
Guai a camminare a piedi! Guai a bighellonare per le strade ed in mezzo alle ville! Guai a far funzionare il proprio senso critico d'europeo o, peggio ancora, d'italiano abituato alle nostre citt artistiche nelle quali il particolare  pi importante del quadro generale! Allora si scoprono tutti gli innumerevoli difetti di questa grande citt costruita in fretta da zuccherieri e tabaccai arricchiti, che hanno pensato pi a far grande e lucido che a far bello; ci si accorge della mascherata di stili del Vedado al quale  mancato un architetto, si constata il paradosso di certe ville che hanno mezza facciata in uno stile e mezza in un altro, oppure il pian terreno pompeiano ed il primo piano gotico o barocco; ci s'accorge che c' meno marmo di quanto pareva e pi stucco e scagliola; si vedono certe fontane impossibili che sembrano una grande tazza da caff con la sua brava sottocoppa, certi colonnati piantati in un giardino senza una ragione al mondo, che pare stiano l aspettando di essere trasferiti da un momento all'altro in cima ad un palazzo monumentale, certi gruppi statuari che paiono esercizi scolastici e che sanno lontano un miglio di scalpellino, certe piazze che sono troppo grandi per il formato delle case che le circondano e che hanno nel mezzo una cosuccia di marmo che quasi non si vede oppure un semplice vassoio di cemento che non si sa che cosa sia e che cosa voglia essere.
Un turista americano, di quelli che vengono qui d'inverno a migliaia, non s'accorge di questi delitti capitali contro l'arte, il buon gusto e lo stesso buon senso, ma un italiano che  nato con l'arte negli occhi, che  abituato da piccolo alla severa armonia delle sue citt di marmo e di travertino, nelle quali le generazioni hanno condensato la raffinatezza del popolo pi artistico del mondo, un italiano non pu fare a meno di rilevare questo difetto organico di costituzione dell'Avana e dopo aver ricevuto quattordicimila pugni negli occhi finisce col tornare nella vecchia citt coloniale spagnuola per cercarvi in qualche antico casone, gi minacciato dall'americanesimo, qualche linea e qualche tinta riposante.
La regina delle Antille bisogna contemplarla da un'automobile in terza velocit, tra uno sciroppo di cocco che inzucchera l'anima ed un sorbetto di ananas che dolcifica il sistema nervoso. Il cielo del Tropico ed il mare dei Caraibi forniscono allo scenario un boccascena meraviglioso entro il quale Avana-la-bianca appare come una di quelle belle donne che guadagnano quando non vengono guardate troppo minuziosamente. Raccomando soprattutto di non usare come fanno i turisti americani gli occhiali affumicati. Togliere all'Avana l'ornamento del suo sole  come togliere ad una regina il diadema e le gioie della Corona.
...
.
...
L'ISOLA DELLO ZUCCHERO.
...
.
...
Avana ha un po' di Napoli ed un po' di Madrid; della Napoli di Santa Lucia e della Madrid di Puerta del Sol; appartiene cio a quel tipo di citt che possono essere pi o meno belle ed avere un numero maggiore o minore di difetti ma finiscono per cattivarsi la simpatia dello straniero. Avana  simpatica. I suoi cittadini sono persuasi che essa  la pi bella citt del mondo. Vedere Avana e poi morire, insomma! Esagerano, come tutti i figliuoli quando parlano della madre e, siccome siamo sotto il Tropico, l'esagerazione  in proporzione con la temperatura, per l'entusiasmo dei cubani non  la sdegnosa sicumera dei parigini pei quali all'infuori di Paris non ci sono che citt di provincia. No, il cubano  cos buon ragazzo nel suo delirio per l'Avana, che non viene nemmeno in mente di contraddirlo; si avrebbe l'impressione di commettere una cattiva azione.
Citt tropicale, quindi sempre piena d'un sole che empie gli occhi d'oro luminoso, spiegata quasi per intero sulla riva del mare con un arco pieno di grazia partenopea, con strade e quartieri di lussuosa apparenza che non fanno pensare alle viuzze dei rioni popolari, sfogata qua e l in grandi piazze che allargano i polmoni e scacciano i cattivi pensieri, adornata da monumenti e monumentini che, senza essere capolavori, son pur sempre ninnoli urbani d'un certo effettaccio, l'Avana  come quelle persone che si presentano bene e che predispongono favorevolmente in loro favore, le quali, se hanno anche un bel sorriso, gesti simpatici ed una conversazione pittoresca, di solito vi conquistano per intero. L'Avana ha il sorriso costante del suo cielo sempre azzurro che ogni sera si mette in ghingheri per offrirvi un bel tramonto ed il sorriso del suo mare porcellanato che cambia colore ogni mezz'ora per non darvi tempo di sentire la noia.
Sono due grandi sorrisi che bastano a sedurre chi concepisce le citt alla mediterranea; cio come luoghi fatti s, per lavorare, pagare le tasse e tirare la carrettella quotidiana, ma anche per passeggiare e per godersi un tantino l'esistenza; senza l'eterno grigiore e gli eterni tetti a triangolo del Nord che pesano come un incubo addosso alla collettivit, senza tutte quelle cupole stilizzate delie citt slave che hanno l'aria di ricordarvi ogni momento i foruncoli e la dilatazione di stomaco, senza quei grattacieli di Nuova York che vi schiacciano inesorabilmente dall'alto della loro maest e vi fanno pensare perpetuamente al meschino contenuto del vostro portafoglio.
A questi due sorrisi l'Avana aggiunge il riso allegro della sua folla gaudente, chiassosa, gesticolante, buontempona, ottimista, che si contenta di poco per essere gaia e non nasconde ipocritamente il suo buon umore, ma anzi ci tiene a farvi sapere che  contenta di se stessa, che ha venduto bene il suo zucchero, che ha fatto una buona colazione, che  andata a teatro e si  divertita. Popolo latino, tropicale, cio due volte meridionale, giovane, favorito finora dalla sorte, il cubano prende la vita gaiamente come si prende una bibita inzuccherata e se a volte il fondo del bicchiere gli ricorda i guai che sono retaggio d'ogni povero cristo, tira fuori dal taschino uno di quei sigari monumentali che negli altri paesi vengono fumati solamente dai milionari e sbuffa insolentemente in faccia al Destino la sua fiducia nel domani.
Sono venticinque anni che l'isola  indipendente. Durante i primi cinque anni  vissuta nell'estasi della libert raggiunta, poi quando sarebbero incominciati i guai d'ogni self-governement  comparso sulla scena lo zucchero a fabbricar milioni come una rotativa e quando lo zucchero ebbe l'aria di non voler far pi le spese della festa cubana,  scoppiata la guerra europea che ha addirittura indorato l'intero paese. Denaro a torrenti! Adesso questo benedetto zucchero incomincia a dare nuove preoccupazioni per la concorrenza americana, giavanese, filippina, ecc., ma il cubano, pure pensadoci su, confida nella sua buona stella. Qualche santo aiuter! Tutte le volte che  arrivato il periodo delle vacche magre  sempre capitato un avvenimento, magari un guaio degli altri, a togliere Cuba d'impiccio. Non si parla ora di un super-esplosivo a base di zucchero? Non per nulla i cubani hanno battezzato la loro patria la isla de corcho (l'isola di sughero), perch galleggia con qualsiasi tempesta!
Nei periodi di grande ricchezza Cuba non ha pensato alla famosa calza di lana dei francesi, ma ha speso prodigalmente i suoi milioni a farsi bella. L'Yacht Club di Avana, il Country Club, il Reparto Almendares, il Casino Invernale, il Casino Spagnuolo, il Centro Asturiano sono degni di qualsiasi capitale e sono fabbricati con un lusso spagnolesco il quale ricorda allo straniero che Cuba produce un quinto del raccolto mondiale dello zucchero. L'Yacht Club per esempio ha costruito addirittura un porto speciale per i suoi soci; il Country Club ha un campo di golf a praterie scozzesi che migliore non lo hanno molte grandi citt britanniche, con una piscina pompeiana a mattonelle smaltate che  uno sfarzo di nababbi. Lo Stato si  costruito una Residenza presidenziale di grande mole, di fronte alla quale la Casa Bianca del povero Coolidge  una coserella da niente, ed ora sta costruendo per il Legislativo un monumentale Capitolio con sei dozzine di colonne e non so quante centinaia di tonnellate di marmo di Carrara.
I cittadini hanno sempre avuto lo stesso sistema di vita, proiettato dinamicamente in avanti, verso la stella della buona sorte e durante gli anni grassi chi ha potuto s' costruito senza economia ville e palazzi. Ci sono all'Avana residenze private che costano pi d'un milione di dollari. Vi sono zuccherieri e sigarai che hanno smaltato d'oro-zecchino i loro soffitti o hanno adoperato per i loro pavimenti mattonelle di madreperla. La gente di condizione ha camminato pressapoco con lo stesso passo, per cui la vita cubana ha esteriormente un ritmo di grande stile, che  reso pi tangibile da una pronunciata ostentazione, la quale fa parte del temperamento nazionale. Quella mania del buon mercato che caratterizza tante citt europee - per esempio Barcellona - e che costituisce l l'elemento fondamentale di tutta la pubblicit commerciale,  qui sostituito dalla smania invece del rico, del bonito, del muy raro, del muy precioso. Le vetrine espongono oggetti di grandissimo conto che dopo un po' di tempo sono venduti ad un tizio il quale, in seguito ad un affare qualsiasi si  trovato padrone di diverse migliaia di dollari e non si  peritato di spenderle nell'acquisto di quel tale oggetto, nonostante la spesa non fosse assolutamente proporzionata alla sua reale situazione finanziaria. I commercianti di automobili vendono di preferenza le macchine di lusso e di gran lusso. E v' una moda abbastanza capricciosa che mette fuori uso auto ancora nuovissime, cos come v' una moda dei mobili che obbliga ogni tanto gli elegantissimi a cambiare insieme con la cravatta anche i mobili di casa. I bottegai che non fanno credito debbono cambiare paese, perch a Cuba qualsiasi famiglia di impiegato  sempre allo scoperto d'almeno tre mesi di stipendio. Il sistema delle vendite a rate crea dei bilanci familiari buffissimi, nei quali il reddito domestico  come una fragile impalcatura che sostiene l'edifizio gigantesco del credito. Sotto questo aspetto la societ cubana  un motore sempre ad alta pressione. Gli scoppi in genere sono rari e quando avvengono fanno poco rumore. Povero oggi, ricco domani!
Il tassametro ha fatto fiasco in questo paese nel quale l'auto pubblica  una macchina di lusso che nasconde il cartellino del si loca appena il cliente sale in vettura. Ognuno tiene a far vedere che  hombre de dinero anche se sbarca appena il lunario. Il vestito di tela bianca, uguale per i poveri e per i ricchi, livella i ranghi sociali. Se uno ha in tasca un solo dollaro e gli capita di offrire una bibita, non tentenna un minuto a fare il gesto. Voi non sapete mai se parlate con uno che ha dei sacchi di dollari in tutte le banche o con uno che non ha pagato e non sa a qual santo votarsi per pagare l'affitto di casa.
Lo scenario dell'Avana  quindi uno scenario di pompa e di eleganza, in mezzo al quale principi ed arlecchini gareggiano a chi fa bella figura. In fondo i soli che veramente economizzano sono i cinesi e per questo sono poco ben visti in paese. Naturalmente non manca anche qui come in ogni luogo la miseria nera, ma essa o  nascosta nelle campagne e nei quartieri eccentrici della capitale o sparisce nel fastoso turbinio della vita cittadina.
Le quinte di seta e questa messa in scena da Rivista di gran lusso non basterebbero a fare di Avana una citt simpatica se i personaggi non fossero tali. Ma il cubano  in genere simpaticone. Prendete un napoletano di media cultura, di quelli che hanno il gesto largo e la frase cortese, fatelo vivere due anni a Siviglia fra il patio degli aranci ed i caff dei toreros perch si spagnolizzi un po', trapiantatelo poi un altro paio d'anni a Nuova York perch si abitui a comprendere all'americana tante cose come i dollari, lo sport, la politica, i giornali, i cinematografi; vestitelo ora di tela bianca lustrata all'amido (molto amido, mi raccomando), mettetegli in bocca un sigaro Henry Clay, abituatelo a bersi tre litri di sciroppi ghiacciati al giorno ed a barattare gli spaghetti alle vongole col riso alle banane fritte e, novantacinque volte su cento, vi troverete di fronte il tipo caratteristico del cubano della media e buona borghesia, l'uomo della Avenida Maceo e della Calle Obispo.
Ho scelto un napoletano perch  il tipo secondo me pi vicino al cubano nelle sue qualit e nei suoi difetti esteriori, ma v' una indiscutibile rassomiglianza fra il cubano di pura razza bianca e l'italiano dell'Italia centrale e meridionale, pi che fra un cubano ed uno spagnuolo, che ha sempre un fondo mistico-attaccabrighe, o fra un cubano ed un qualsiasi altro europeo. Questa affinit che mi ha colpito fino dal primo momento, mi  stata poi confermata da autorevoli cubani che hanno viaggiato molto ed hanno soggiornato nel nostro paese. Il cubano ha infatti nelle sue vene diverse di quelle particole di sangue iberico ed arabo che non mancano nel nostro meridionale. Qui come l, il temperamento individuale ha subito l'influenza della Natura soleggiata e benigna, della terra verdeggiante, dell'alimentazione prevalentemente vegetale, della dedizione completa volta pi alle persone che incarnano un'idea che all'idea medesima. Tanto il napoletano che il cubano hanno una intelligenza pronta e vulcanica, naturale inclinazione per l'eloquenza, eccesso di slancio e difetto di self-control, entrambi sono facili alla collera ed al sorriso, pittoreschi nella frase, eleganti nel gesto, attaccati alla famiglia, passionali e gelosi in amore, inclini alla generosit, rispettosi per gli ascendenti ed un po' sultaniali nell'autorit con i discendenti. Manca al cubano quel senso artistico che  cos profondo nel napoletano, ma sente per viva attrazione per la musica, specialmente per quella di colore locale e d'ispirazione popolare.
Numerosi altri punti di contatto esistono fra le due genti: l'amore per il grandioso, la suscettibilit, il sentimento dell'amicizia che arriva fino all'omert, il debole per i bei discorsi ed i buoni banchetti, la consuetudine della clientela politica, il gesto eroico, la passioncella del lotto, la sensibilit davanti alle bellezze della natura, il potere d'adattamento alle condizioni ed ai lavori pi diversi, la dignit nella disgrazia e l'affabilit nella fortuna.
Ho dovuto ricorrere all'aiuto di Napoli e dei napoletani (una citt ed un popolo che mi sono simpaticissimi) per far sentire al lettore l'Avana, i suoi abitanti, le sue strade, i suoi caff, la sua vita colorita, artificiale, effervescente, romantica, semplice e complicatissima nel medesimo tempo, nella quale non bisogna lasciarsi ipnotizzare da un lato solo del prisma ma abbracciar tutto l'insieme poliedrico. Avana  una Napoli tropicale con molto pi sole e con molta meno storia, con pi larghe strade e meno ricchi musei, con Santa Lucia e Porta Capuana, con i suonatori di chitarra di Posillipo e gli industriali di Bahia e dei Bagnoli, con molti dottori, molti avvocati, molti candidati alla laurea ed alla politica. L'una e l'altra hanno fruttivendoli a profusione, bancarelli che vendono sorbetti e frittelle, gelatieri ambulanti, organetti di Barberia, scugnizzi che v'inchiodano con una barzelletta, rivenduglioli che decantano a squarciagola i loro prodotti, commessi di negozio che paiono diplomatici a riposo, gentiluomini che danno dei punti ai grandi di Spagna, belle donne prosperose che v'assassinano con un'occhiata promettendovi tutto il paradiso e sono invece eccellenti madri di famiglia d'onest incorruttibile, belle ragazze dagli occhi di lava che si commuovono alla serenata romantica, pap che danno marito alle loro figliole che si lasciano sposare come vuole pap, ganimedi che si fanno lucidare le scarpe tre volte al giorno e maneggioni che aguzzano l'ingegno per far venire fuori i soldi da un bicchiere d'acqua; insomma una quantit di lati affini che creano una forte simiglianza fra i due tipi di esistenza, pur rimanendo in fondo le due genti diversissime, cosa questa che appare solo che si scruti un po' pi in profondit.
Qualche napoletano che mi legge dir: "Ma a Napoli si lavora!" Anche a Cuba si lavora. Perch una piccola isola come questa abbia un commercio di dodici miliardi di lire italiane ed una esportazione pari a quella del Brasile bisogna farne del lavoro, ma  un lavoro fatto allegramente, pittorescamente, quasi direi poeticamente, senza ciglia aggrottate e senza visi di funerale. Sotto questo aspetto Napoli ed Avana non saranno mai anglosassoni!
Pigliate ora questa mia Napoli tropicale, sostituite alle pesche ed ai fichi di Partenope gli ananas ed i guayabo del Tropico, vestite tutto il sesso maschile di bianco (le pagliette ci sono anche a Napoli), moltiplicate le automobili, sopprimete il Vesuvio e venite con me in calle Obispo. In certi momenti avrete la perfetta illusione di essere in via Toledo.
Ecco qui uno dei mille chioschi di bibite ghiacciate della citt. Potete scegliere: cocco, mango, toronja, oppure un gelato: tamarindo, guayabo, guanabana. Vi consiglio il guanabana. Il saporino dolce-acidulo dello spumone, qualche cosa fra il cetriolo in insalata e l'essenza di mille-fiori, vi aiuter ad addomesticarvi con la gente e con la strada. Sentite come urlano gli strilloni? I venditori di lotterie vi stuzzicano a non perdere la buona occasione, l'unica, quella che non torna pi nella vita! Passano belle donne inguainate dall'ultima moda e gli uomini le seguono con occhi che vorrebbero essere spregiudicati e sono invece amorosi. Qualcuno si curva a pronunziare un complimento: "Bella! Simpaticona! Guapa! Riquisima!". Sigari in tutte le labbra. Anelli in tutti i mignoli. Grandi fazzoletti di seta svolazzanti dai taschini. Amici che s'incontrano, che si chiamano ad alta voce, che si raccontano da un marciapiede all'altro i loro affari, che si battono le mani sulla spalla, che quasi si abbracciano come non si fossero visti da due anni e si sono lasciati un quarto d'ora prima in calle O' Relly.
Incontrate ogni venti passi un negozio di barbiere, splendente di specchi e di dorature, con garzoni bianco vestiti che vi parlano d'arte e di politica, con clienti che per farsi radere si tolgono la cravatta, il colletto e quasi si scamiciano. Entrate. Ascoltate i loro discorsi. Parlano di donne? Sono tutti conquistatori, usciti freschi freschi da una avventura galante. Parlano di politica? Sono tutti ministri degli Esteri, capaci di salvare la patria solo che restino una settimana al governo. Parlano di casa loro? Sono tutti principi e multimilionari. Lo sapete che stanno raccontando delle fandonie, ma le dicono cos bene che quasi ci credete. Basta che guardiate uno negli occhi perch attacchi discorso e per poco che gli diate ragione vi piglia a braccetto e vi invita a bere il vermuth.
Usciamo dal barbiere. Dove volete andare? Andiamo sul Malecn a bere l'oro del sole ed a sentire la carezza del mare. La strada non  altro che un corteo di macchine di lusso in giro dalle cinque alle sette per la quotidiana esposizione dei loro proprietari. Se non conoscete nessuno, scappellate due o tre: vi risponderanno la prima volta con un gran volteggio di paglietta, la seconda con un amichevole cenno di mano. Avete ancora sete? Ecco un chioschetto che in piena strada vende ananas sbucciati e sorbetti di frutta. Le Packard, le Fiat, le Lincoln, le Isotta-Fraschini, le Roll-Royce si fermano democraticamente dinanzi al bancarello del gelatiere e fanno circolo, mentre le dita ingemmate delle dame si deliziano al contatto del gelato popolare contenuto fra due ostie.
Per due ore, per tre ore, per quattro ore, tutto il lungo mare non  altro che un viavai di macchine di lusso (che sono magari di affitto) e che vanno su e gi per documentare urbi et orbi la perfetta salute e la solidit finanziaria della persona che vi sta sopra, la quale, messa come un figurino, non avr forse molti dollari in tasca ma quei pochi che ha se li gode da gran signore.
La natura partecipa alla festa con tramonti di porpora che pavesano il cielo, che addobbano il mare, che indorano la citt, che fanno scintillare come diamanti i gioielli falsi delle signore. L'aria  dolce! Viva la vita e chi la sa prendere! Nelle campagne le canne di zucchero crescono da sole e, finch vi saranno buongustai al mondo, vi saranno sempre compratori di sigari Avana.
E quando  l'ora della cena se volete la pizza io non ve la posso dare perch Napoli  lontana assai, ma vi faccio seguire le automobili che filano misteriosamente sui vialoni di Almendares e vi conduco in uno dei luoghi pi frequentati dell'Avana notturna, proprio dinanzi all'Yacht Club, dove troverete centinaia di baracche illuminate a giorno che vendono zippole all'olio e frittelle all'aglio, delizia delle belle seoras e degli eleganti caballers della capitale dello zucchero.
L le automobili fanno sosta, in mezzo ai pianoforti meccanici, agli organetti di Barberia, ai razzi, ai mortaretti, alle chitarre, alle fanfare afro-cubane. Non  Posillipo ma vi si balla e vi si canta fino a tarda notte sotto gli stellati immacolati del Tropico, tra l'incessante sventagliare delle palme ed il perpetuo rinnovarsi delle canzoni. Le persone con le quali farete conoscenza, milionari o pezzenti, vi daranno l'indirizzo del loro domicilio dicendovi cavallerescamente: "In via tale, numero tale, lei ha casa sua!" Io ho gi pi di trecento case mie all'Avana.
...
.
...
LE NOZZE D'ARGENTO DI UNA REPUBBLICA.
...
.
...
Cuba ha celebrato nel 1927 le sue nozze d'argento con l'indipendenza. Sono infatti venticinque anni che la bandiera con la stella sventola sulla storica fortaleza del Morro, gi roccaforte della potenza coloniale spagnuola. Per un curioso scherzo del Destino il grande impero spagnuolo d'Ultramar  finito proprio a Cuba, cio in quel mare dei Caraibi nel quale aveva avuto inizio. Dopo l'isoletta di San Salvador, Cuba fu la prima terra del nuevo mundo che Cristoforo Colombo di a Castilla y a Len, com' scritto sull'epitaffio del grande Genovese. L'ironia del Destino  spesso feroce, ma la nuova Spagna che sorge pu rendere la pariglia al Destino sostituendo all'antica dominazione - fatalmente caduca come tutti i domini politici - l'imperio spirituale pi duraturo della maternit etnica.
Bench sull'indipendenza cubana gravi l'ombra dell'imperialismo degli Stati Uniti e vi sia di fatto l'ipoteca giuridico-diplomatica dell'Enmienda Platt, la Repubblica ha festeggiato gioiosamente il primo venticinquennio di libert ed ha rinfrancato la sua fede nell'avvenire col ricordo delle lotte e delle miserie di ieri. Storia fresca della quale vivono ancora i protagonisti. Non pochi degli uomini maggiori della Repubblica hanno sui loro corpi le cicatrici di quelle drammatiche giornate. Perci la celebrazione ha avuto il fresco sapore delle albe nazionali ed un fervore garibaldino che in certi momenti evocava nello spettatore italiano le ore di commozione del Risorgimento, illustrate dai nostri vecchi nelle veglie domestiche.
Le cerimonie militari, scolastiche e burocratiche sono state di schietto stampo americano e come tali hanno a volte meravigliato l'europeo, abituato alle feste pi solenni, pi gerarchiche, quasi direi pi classiche dei nostri antichi paesi i quali anche in fatto di commemorazioni hanno una tradizione secolare, un cerimoniale storico e la necessit di appagare le esigenze estetiche delle moltitudini.
Tanto per dirne una, un italiano non pu concepire che in una rivista militare un bel battaglione di cavalleria con tanto di drappella del reggimento sfili dinanzi alla folla ed alle pi alte autorit dello Stato al suono di... Valencia, perch il nostro senso musicale e la nostra stessa sensibilit affinata dalla lima dei secoli, non ci permettono di mescolare l'esercito che esprime le glorie e le tragedie della nazione con un ritmo di dancing che evoca gambe pi o meno ben tornite di ballerine e bottiglie pi o meno autentiche di champagne! Ma l'America bisogna prenderla com' dopo aver lasciato nella cabina del transatlantico tutte le nostre delicatezze e raffinatezze di Europa, pronti, s'intende, a riprendere questo preziosissimo bagaglio appena si risalga sul transatlantico di ritorno.
La folla partecipava con entusiasmo puerile e simpatico alle cerimonie, le ravvivava col suo ardore tropicale ed in certi momenti riusciva a contagiare anche lo straniero indifferente con la sua festosit spontanea, con la sua esultanza comunicativa, con la sua nobile ebbrezza per la pi grande delle libert, quella della Patria.
Cuba  un piccolo paese - uno dei pi piccoli paesi di razza bianca del mondo perch non conta che tre milioni e mezzo di abitanti - per merita da parte degli italiani il pi affettuoso interessamento, non solo perch il suo popolo appartiene alla nostra grande famiglia etnica, non solo perch la sua civilt  tutta imbevuta di romanesimo, non solo perch il nostro paese gode le simpatie incondizionate dei cubani come terra madre dell'Arte e del genio latino, ma anche perch Cuba  una sentinella avanzata di quella latinit americana alla cui prosperit ed alla cui grandezza sono indirettamente legate la prosperit e la grandezza di Roma. Mentre tutte le altre Antille hanno prevalentemente popolazioni di colore, pi o meno sottomesse al prepotere anglo-sassone, Cuba ha una popolazione prevalentemente bianca, caratteristicamente latina, generosa, combattiva, piena di slancio, capace domani anche di una Termopili per difendere contro l'invadenza nord-americana le caratteristiche peculiari della razza. Nei rispetti della latinit Cuba ha un posto d'onore e di pericolo. Tutto fa credere che questo posto sia occupato da un buon figlio di Roma, di quelli che non abbassano le armi al primo colpo di cannone od alla prima stretta della tenaglia economica, ma che sanno difendere con bravura il patrimonio spirituale ereditato dai loro padri spagnuoli e dai Toro grandi avi romani. Cuba  latina. Di razza, di temperamento, di aspirazione. E vuole rimanere tale nonostante il miraggio dei dollari nord-americani. Un popolo che ha questi sentimenti  senza dubbio caro alla nuova Italia che risorge con l'anima volta alla grandezza storica di Roma.
In molti paesi la parola "Cuba" suscita solo visioni di montagne di zucchero e di scatole di sigari. Pochi sanno che la piccola Cuba occupa come movimento commerciale di esportazioni e di importazioni il secondo posto fra gli Stati del Centro e del Sud-America, subito dopo l'Argentina e prima dello stesso Brasile, con una cifra di traffici di ben settecento milioni di dollari, che  quanto dire circa dodici miliardi di lire italiane al cambio attuale.
Grazie allo zucchero! Indubbiamente lo zucchero c'entra e per parecchio. C'entrano anche la guerra europea ed il miliardo e mezzo di dollari investito dagli Stati Uniti nell'isola, per buona parte del merito spetta al popolo cubano il quale ha saputo rapidamente trasformarsi da colonia di piantagione in un paese moderno, senza impastoiarsi in quelle competizioni partigiane nelle quali diversi paesi americani consumano sterilmente le loro mirabili energie. Le nozze d'argento della Repubblica coincidono con la presidenza del generale Machado, uomo di governo audace ed energico che  assai discusso dai suoi avversari e che magari pu essere anche criticato da un punto di vista teoretico, ma  indubbiamente il capo che ci vuole in un paese tropico-americano in questo periodo speciale di evoluzione dell'America Centrale. In un momento nel quale le lotte partigiane potrebbero compromettere lo "statu quo" diplomatico delicatissimo di Cuba, in un momento nel quale il grande mercato zuccheriero nord-americano tiene l'isola nella sua morsa e si affacciano problemi economici di non indifferente portata, il generale Machado ha creato lo Stato ed ha fatto sentire alla nazione cubana che essa non pu permettersi certi lussi dottrinari perch ha nel golfo del Messico una funzione storica. L'uomo, sorto nelle giornate tempestose della Rivoluzione, ha un suo profilo che lo distacca nettamente dalla maggioranza dei governanti centro-americani e ne fa un tipo interessante di Capo. Le nozze d'argento sono state favorite dalla Natura con belle giornate di sereno tropicale durante le quali l'isola intera si  vestita a festa, dalla lussuosa capitale alla romantica Santiago, dalla tranquilla Mattanza alla vecchia e suggestiva Trinidad. Per tre giorni gli ingenios hanno smesso il loro incessante lavoro di zucchero e di melasse e l'isola si  abbandonata alla frenesia dei danzones nazionali. Gli industriosi cinesi hanno rovesciato nei mercati delle citt tutto il prodotto dei loro orti lavorati con la tradizionale pazienza dei figli del Cielo. Gli hacenderos spagnuoli hanno dimenticato la storia per smaltire in onore della libert cubana tutti i fondi di bottega. I vapori nord-americani hanno scaricato all'Avana centinaia di turisti ai quali non pareva vero di trascorrere mezza settimana di festa in un paese umido. I caratteristici fruttivendoli cubani (non ho mai visto tanti fruttivendoli come in questo paese) hanno decorato le strade di ananas, di manghi, di papaje, di toronjas, di marni, di cocchi, di acaut, di guayabas, di guanabanas, d'innumerevoli altri frutti tropicali dai colori vivaci, dal sapore strano, dal profumo violento. Tutti i negozi hanno esposto in vetrina una bella Repubblica, grassoccia e ben piantata, qui col berretto frigio, l con l'elmo romano o col casco alla prussiana o con una capigliatura alla Ninon. Il Presidente ha partecipato di persona od in spirito a centinaia di banchetti ( una mania cubana) durante i quali sono stati pronunziati migliaia di discorsi (un'altra mania) e si sono consumate tonnellate e tonnellate del nazionale arroz con pollo.
Fuochi d'artifizio, ludi sportivi, giuochi floreali, balli aristocratici e danze popolari hanno dato a tutti la sensazione di essere in baldoria. Ma i giorni di festa hanno permesso anche ai cubani di contemplare il lavoro compiuto durante questo primo venticinquennio di indipendenza e di esserne giustamente fieri. Lo straniero deve riconoscere che questo paese possiede oltre a grandi risorse materiali, notevoli attitudini. E se questo straniero  un italiano non pu che provarne piacere, perch Cuba  un virgulto latino che prospera nel sole del Tropico.
Venticinque anni fa Cuba era un paese triste e malsano, infestato dal paludismo, dalla febbre gialla, dalle dissenterie e da altri morbi tropicali che decimavano le popolazioni. Non aveva quasi strade e poche ferrovie. L'Avana era una citt coloniale sporchetta e sonnacchiosa. Il commercio vegetava all'antica nei fondachi delle citt e nelle patriarcali viviendas dell'interno. Un colpo di bacchetta magica ha trasformato l'isola. Oggi l'Avana non  solo la perla delle Antille ma  una delle pi lussuose citt tropicali del mondo. La popolazione dell'isola  passata da un milione e mezzo di abitanti a tre milioni e mezzo. Le ferrovie che erano 1500 chilometri sono diventate cinquemila. Nella sola Avana circolano diecimila automobili. La produzione dello zucchero  aumentata del mille per cento, passando da 350.000 tonnellate a quattro milioni e mezzo. I trecento chilometri di strade carrozzabili esistenti al tempo degli spagnuoli sono diventati duemila e cinquecento e la Repubblica ha festeggiato le sue nozze d'argento iniziando una nuova strada di duemila chilometri che attraverser da nord a sud l'isola intera aprendo alla agricoltura ed al commercio nuove regioni.
L'anno scorso, il 20 di ottobre, uno di quei formidabili cicloni, che sono la triste specialit del golfo del Messico, s'abbatt con straordinaria violenza sull'Avana falciando duecento vittime, distruggendo quindicimila abitazioni e causando danni per cinquanta milioni di dollari. In quell'occasione il popolo cubano ha gi dato prova di un'attivit ricostruttrice alla quale hanno reso omaggio gli stessi nord-americani, sempre poco teneri verso le razze latine. Sei mesi dopo la catastrofe il turista di passaggio non trovava pi un sasso fuori posto. Solo la vegetazione ornamentale delle strade e dei parchi conserva le traccie della furia devastatrice per l'inevitabile lentezza della Natura, ma anche in questo la citt ha voluto fare un gesto di volont chiamando dall'Europa uno specialista di ornamentazione urbana, per ricostruire al pi presto il superbo patrimonio vegetale del quale la regina dei Caraibi era giustamente orgogliosa e che incorniciava pittorescamente la sua grazia di bella creola.
In questo momento in cui la nuova splendente primavera italiana rinverdisce gli augusti allori di Roma e la Citt Eterna riprende, grazie alla perenne giovinezza del popolo dalle mille vite, la sua tradizionale missione di maestra del mondo latino, il nostro paese segue con affetto e con interesse lo sviluppo di quelle terre d'America che non sono pi considerate dagli italiani come sbocchi di emigrazione, ma come gemme del grande tronco romano che perpetuano e ingrandiscono la millenaria fioritura del ceppo glorioso.
Nel giardino dell'America latina la piccola Cuba non  solamente un bel fiore profumato che sboccia rigoglioso e che orna con la sua magnificenza tropicale lo scenario del Centro-America; non  solamente una seconda Nizza a portata dei dollari nord-americani con il sole e col pittoresco delle terre meridionali;  anche un bell'esempio di vitalit latina, il quale dimostra che dove le condizioni economiche siano favorevoli anche la nostra razza sa creare sveltamente il lusso e la ricchezza. Cuba  soprattutto una prova del formidabile potere di adattamento delle razze scaturite dalla matrice romana. Mentre le altre Antille, inglesi, olandesi e nord-americane - compresi gli stessi possedimenti francesi della Guadalupa e di Martinica - vegetano pi o meno allo stato di piantagioni coloniali per la scarsa potenzialit delle razze bianche che le hanno sottomesse e le dominano, il popolo cubano, nel quale la maggior parte del sangue  squisitamente latino (cio italico ed iberico), ha saputo creare una razza nuova ed adattarla alle particolari condizioni climatiche del Tropico.
Paese verso il quale l'emigrazione italiana non si  mai orientata in grandi masse, Cuba  soprattutto popolata da genti di origine spagnuola, per molte migliaia di italiani hanno mescolato il loro sangue nel crogiuolo cubano, molti sono i cognomi di puro calco italico e parecchi italiani hanno partecipato in prima fila alla lotta per l'indipendenza dell'isola. Nel solo biennio 1923-1925 quattromila italiani di sesso maschile sono venuti ad ingrossare l'elemento bianco della giovane Repubblica. Del resto le statistiche hanno un valore relativo di fronte alla genuina latinit del popolo cubano che da Roma ha avuto, sia attraverso la Spagna, sia direttamente, sia pel tramite del Cattolicesimo, quel sacro fuoco nel quale le antiche Vestali simboleggiavano l'indistruttibile spirito dell'Urbe.
La strapotenza anglo-sassone non  riuscita finora ad estinguerlo in nessuno dei luoghi nei quali fu acceso dal soffio dell'Eternit.
...
.
...
"ROUGE ET NOIR".
...
.
...
La Repubblica di Cuba ha dedicato all'Italia una delle migliori strade della capitale nel centro degli affari. L'aristocratica calle San Raffaele che taglia l'Avenida de Italia forma con essa un quadrivio il quale  uno dei punti pi frequentati d'Avana, dove ostentano le loro vetrine sempre in festa i maggiori negozi della citt.
Negozi di mode!  quindi un punto strategico nel quale ogni giorno si d convegno il mondo femminile della capitale per le sue piccole e grandi compere, per i suoi flirts e vagabondaggi, per gli appuntamenti, le chiacchiere, le maldicenze, i peccati di gola e di desiderio, la visita alla sarta, la sosta dinanzi ai figurini, la pesca degli scampoli, la scelta del nastrino, del campione, del fiocchetto, della bagatella quotidiana. Vi passano e ripassano. A piedi ed in automobile, in tram ed in autobus. Accigliate o sorridenti, melanconiche o gaie, furiose o felici.
Il sesso forte dell'Avana il quale ha per le gonnelle un'adorazione tropico-mediterranea, approfitta di tutti i suoi momenti perduti per piantarsi nel quadrivio strategico, cos che le nozze di San Raffaele con l'Avenida de Italia offrono perennemente allo straniero di passaggio un quadro pittoresco della vita cubana, anzi pi che un quadro una vera rappresentazione cinematografica nella quale le stelle sono innumerevoli e tutti i personaggi sono Rodolfo Valentino!
Il segreto non l'ho scoperto da me.  stato un conoscente spagnuolo a rivelarmelo, un tipo che  diventato milionario di dollari facendo l'impresario di matches di foot-ball, di boxe, di lotta greco-romana, di lotta canaria, di pelota basca, di haialaj, di base ball, ecc. e che  perci addentro nella psicologia del pubblico. Gli avevo chiesto che m'indicasse i quartieri pi caratteristici dell'Avana, quelli aristocratici, quelli popolari, quelli teppistici, quelli frequentati dai creoli, quelli abitati dai meticci, dai neri, dai cinesi.
M'ha risposto: -  inutile che andiate ad arrostirvi al sole al Vedado od alla Vibora, alla Marina o a San Francesco. Piantatevi tra San Raffaele e YAvenida de Italia, dalle tre alle sei, accanto al policeman che fa scattare i segnali colorati della circolazione. Troverete l, oltre ad abbondanti esemplari della bellezza femminile tropico-americana e ad ancora pi abbondanti campioni della stupidit mascolina, - il mio impresario ha dei motivi di rancore verso le donne, forse perch non frequentano abbastanza gli spettacoli sportivi - troverete l riuniti come in una insalatiera, con pepe, olio, sale ed aceto, tutti gli ingredienti etnici della grande insalata cubana: lattuga, cicoria, indivia, banane, ananas, crisantemi... Divertitevi e portatevi un ventaglio. Occhio agli uomini perch hanno tutti il temperamento di Otello e non vi fidate delle donne che fingono d'essere pi civette di quanto non siano!
Dopo un primo esperimento ho preso anch'io gusto a fare il palo sul crocicchio strategico ed ho ormai fatto conoscenza con una buona dozzina di quei policemen i quali giuocano per tre ore consecutive al rouge et noir, senza guadagnare che la loro modesta paga quotidiana.
Rosso! Trams ed automobili si fermano. Passano le signore, di corsa, mezza corsa o adagino, a seconda dei temperamenti. Gli uomini tossiscono, si scappellano, vezzeggiano.
Nero! Le signore di tutte le et e di tutti i formati si fermano. Passano i trams e le automobili. Gli uomini saettano occhiate d'inferno.
Poche citt al mondo posseggono un miscuglio di razze che possa stare a pari con quello dell'Avana. Non solamente formicolano in questa citt tutte le razze scaturite dalla Torre di Babele, la bianca, la nera, la gialla, la rossa; non solamente ognuna di queste razze  rappresentata da numerose specie e sottospecie; ma il clima e l'amore si sono divertiti a mescolarle fantasticamente fra loro durante lo spazio di diverse generazioni, creando tutta una gamma di meticci e di mulatti che alla loro volta si sono fusi con altri meticci e mulatti o sono ritornati alle origini o sono passati capricciosamente dal nero al giallo; e poi al rosso; e poi al bianco; e poi hanno rivoltato la frittata ed aggiunto un torlo d'uovo o un pizzico di carbone o una spruzzata di zafferano o un bricco di latte; per cui certe volte vi trovate dinanzi una tizia di colore imprecisabile che non sapete in che casellario metterla, oppure un Sempronio che ha la tinta di una razza, i lineamenti di un'altra, i capelli di una terza e gli occhi di una quarta.
L'insalata cubana  tanto pi pasticciata in quanto i bianchi sono latini, slavi, anglo-sassoni, orientali, biondi, bruni, baltici mediterranei, dolicocefali, brachicefali; ed i neri sono cubani, giamaichini, haitiani, californiani, nord-americani, con le rappresentanze di tutte le famiglie africane del Niger, del Senegal e del Congo che i mercanti di carne umana si sono divertiti a trapiantare in illo tempore nelle Antille; ed i gialli sono cinesi del Nord e del Sud, dell'Est e dell'Ovest, giapponesi, formosini, malesi, filippini, australiani; ed i rossi provengono da tutte le grandi famiglie aborigene d'America; ed i meticci sono tanti e cos diversi, le colorazioni dei mulatti tante e cos sfumate, i cocktails delle alcove cos intrugliati e pazzeschi che, dopo un po', finite per perdere totalmente il vostro latino e col dare ragione al messicano Vasconcellos il quale, come sapete, ha scoperto una quinta razza: la razza cosmica. Probabilmente Vasconcellos  stato parecchio tempo a Cuba, dove frequentava, dalle tre alle sei, il quadrivio strategico dell'Avenida de Italia.
Aggiungete a tutto questo po' po' di roba i creoli delle Antille i quali sono i discendenti di bianchi nati quaggi ma non sono pi caucasici nel senso che hanno subito di generazione in generazione gli effetti del clima tropicale, dei cibi e delle bevande tropicali, del sistema di vita tropicale, magari del latte delle balie negre e mulatte ed hanno finito per formare una razza a parte, un po' molle, un po' svenevole, semi orientale, la quale  pi vicina al levantino che all'europeo e potrebbe essere battezzata afro-antillano-andalusa. Trovate come nel Levante carnagioni d'albicocca, grandi occhi neri, pi grandi ciglia, visi regolari e somigliantissimi fra loro, giovinezze precoci che sbocciano sui quindici anni in una donna perfetta e poi tendono ad arrotondarsi in una pinguedine latte e miele che trabocca con facilit nella grassezza flaccida. In mezzo agli uomini abbondano tre o quattro categorie di tipi che paiono prodotti a serie e che fisicamente corrispondono pressapoco alla figura classica del parroco di campagna, del notaio di provincia, del baritono celebre e del maggiordomo di famiglia patrizia.
Ma volete due foglioline d'insalata anche voi? Accomodatevi ed attenzione al polceman. Rosso! Automobili e tramvia, educati dalle multe al rispetto dell'autorit costituita, cedono galantemente il passo al flotto umano che rigurgita sui bordi dei marciapiedi troppo stretti e che straripa in una ondata di sete e di carni variopinte.
Le prime a varcare il Rubicone son due nordamericane, riconoscibili dal corpo allampanato, ai piedi abbondanti della razza, agli occhiali a stanghetta cerchiati di tartaruga e alla maniera soldatesca di mandare le gambe avanti ed indietro come compassi automatici. Quello che le accompagna  un cugino di Lindbergh, bel facciotto di bambolone yankee sopra un corpo di sportman.
Avanzano poi in fila trasversale sette cubanelle grassotte e belloccie di puro sangue criollo che, grazie alla moda di Parigi, paiono quasi in costume da bagno. Quella che sta in mezzo avrebbe specialmente bisogno di almeno un paio di metri di stoffa di pi e di un tessuto meno trasparente. Questi vestitini succinti di foglia di cipolla, possono andare bene sopra una figuretta del boulevard, tipo ultra-moderno, seni infantili, dorso spianato, gomiti cubisti, corpicciuolo di monella, ma addosso a queste cubane prosperose e traboccanti di grazia di Dio, ci vorrebbe qualche cosa di pi solido!
Ah! guardate quella l isolata. Contemplatela!  un fiore delle Antille, uno di quei fiori nati chiss quando in un giardino di Granata od in un roseto di Siviglia che il caso ha trapiantato in terra tropicale fecondandolo con gli umori di questo paese pingue e ardente nel quale la luce del sole  come una pioggia perpetua d'oro liquido. Il fiore si  riprodotto sempre pi bello durante lo spazio di uno o due secoli, una volta un po' troppo spampanato, un'altra volta un po' troppo colorito o troppo lungo di stelo, finch questa volta  sbocciato il capolavoro perfetto e meraviglioso per lo stupore degli uomini. Che ovale! Che occhi! Che flessuosit di membra, che eleganza d'incesso! Vedete che tumulto in mezzo al blocco dei Don Giovanni? Anche il polceman s'incanta dietro la visione... Ma la sagoma di una foca interrompe il miraggio.  una egregia dama mulatta che avanza per le sue faccende e che riceve, imperturbabile ed inconsapevole, i mille moccoli di tutti quanti erano rapiti nella contemplazione estatica della Venere dei Caraibi e sono brutalmente disturbati dall'isolante della nuova sopraggiunta.
Povera mulatta! S' scelta un cappellino-cuffia che dovrebbe ringiovanirla di vent'anni e che le d invece un'aria di suocera mascherata da colleggiale. Ha imprigionato in un busto simile alla corazza di un paladino antico l'autunnale maturit della sua carne gelatinosa. I poveri tacchi che debbono reggere quel po' po' di peso si sono buttati uno di qua ed uno di l per far maggiore resistenza. Il sudore ombreggia di violaceo i dintorni delle ascelle. Dalle fibbie trabocca l'esuberanza delle caviglie sulle quali s'elevano le colonne d'Ercole che sostengono il fardello d'Atlante.
Dietro scutrettolano due nerette in ghingheri, una inguainata in un satin giallo-limone che allega i denti, l'altra infagottata in un broccato fragoroso a fiorami di mora. Le riconosco. Sono sorelle germane delle loro consanguinee d'Africa che vedevo mesi fa nude o seminude nelle foreste del Gabon e nei mercati del Camerun. Hanno lo stesso viso di scimmietta rasata, con le grosse labbra carnose simili ai margini di una coltellata fresca; hanno il medesimo taglio di corpo, plastico, falcato, serpentino, coi seni oblunghi e divaricati, il ventre un po' gonfio, le curve scolpite alla brava, senza tante preoccupazioni. Qui si vestono alla... parigina, ma chi ne ha viste migliaia e migliaia abbigliate secondo la moda di mamma Eva, sulle rive del Niger e dell'Ogou, le denuda involontariamente. So che roba siete, mascherine! Coty vi ha almeno liberato dall'odore?
Ecco un'altra ondata di nere coi pomelli invermigliati dal rossetto, la bocca impicciolita dal cinabro, il bronzo delle spalle impolverato dalla cipria come nelle statue dei musei mal tenuti. Una ha fatto di pi: ha chiesto all'ossigeno d'indorare la sua zazzera di montone sahariano, ma l'ossigeno non ha potuto darle che un giallino di stoppa del quale del resto  Serissima.  la prima volta che vedo delle nere pitturate e mi fa un certo effetto. Povera Africa! Sar questa la tua fine?
Una cinesina tagliata da sangue negro, come si fa col vino troppo leggero di certi vigneti, vuol passare anche lei ma i suoi piedini che, nella loro piccolezza, conservano il ricordo degli strumenti di tortura adoperati dalle bisavole, non fanno in tempo a saltar gi dal marciapiede. Ferma, ferma, piccola afro-asiatica. Il braccio del policeman ha girato il disco nero dando il via ad un mastodontico camion carico di casse e di bauli. Il conducente non ti vedrebbe forse nemmeno, tanto sei piccola, o cinesina d'Africa.
Chiss quant'altra gente  passata nel frattempo senza ch'io abbia avuto il tempo di notarla. Ma il flotto umano si riforma sui margini del marciapiede, fra le vetrine scintillanti di ninnoli e la barriera degli uomini vestiti di tela candida e fiammante.
Rosso! Questa volta  tutta una marea che travasa, di uomini, di donne, di bimbi, di vecchi, di gambe affusolate che brillano nelle guaine di seta, di pantaloni maschili rigidi come cilindri di cartone oppure svolazzanti nell'ampiezza della nuova moda come zampe chiomate di cavalli australiani. L'occhio sale ai volti per individuare i personaggi, ma sono tanti e passano cos in fretta che lo sguardo si sofferma su ciascuno solo lo spazio di un baleno, giusto il tempo per vedere e non vedere, come in una cinematografia troppo veloce, ora un volto iberico, ulivigno e scarnito, tragico e nasuto, che pare uscito fuori da una pittura del Greco, ora il faccione rotondo e serafico di un creolo sbarbato all'americana che fa pensare ad un canonico scappato dagli stalli di una tranquilla cattedrale tra vespro e compieta, ora un mulatto coi baffetti alla Chaplin, ora un nero sputato che evoca confusamente Darwin, Woronoff ed il vecchio padre gorilla.
Sul petto monumentale di una domestica d'ebano, dalle braccia elefantesche e dalle gambe ippopotamiche, ride un amore d'angioletto dai riccioli d'oro e dagli occhi cilestri. Ma il film  velocissimo, e il cherubino cede il posto ad una zitella che ha concentrato nella ristretta superficie di una faccia umana tutti triangoli della geometria. Si snocciolano poi, come scatole di sigari in mano ad un commesso, sei o sette sfumature di mulatti che vanno dal quasi nero del Toscano al giallo-paglierino del Virginia, attraverso le sfumature dei Minghetti, dei Quintino Sella, dei trabucos e del trinciato nazionale. L'ultimo sigaro finisce in un bel Buddha di Canton e poi lo sguardo s'annega in una massa di dorsi che s'accalca come una mandria contro il marciapiede opposto. L'occhio sceglie nel gruppo una figura snella e piacente. Ecco, si volta. Vedete due pupille, un sorriso, una collana. Troppo tardi. Il radiatore di un'automobile vi taglia la proiezione. Il policeman ha giuocato un'altra volta sul nero.
Cos il pomeriggio passa senza che il caldo ed il sudore vi diano troppo noia e se il caso vi favorisce potete incontrare uno di quei visi meticci nei quali la vecchia Cina delle bambole di porcellana si  sposata con la vecchia Europa del Mediterraneo lasciando, in un momento di distrazione, che anche l'Africa prendesse parte alla festa. Avete allora dinanzi a voi una delle bellezze pi suggestive di Eva e se sapete guardare senza parlare, perch queste meticcie sono di una stupidit inesorabile, potete anche sognare, il che fa sempre piacere, soprattutto dopo una indigestione d'insalata russa, condita all'olio di palma e con peperoni delle Antille.
...
.
...
COL GENERALE MACHADO.
...
.
...
Grazie ai buoni offici del nostro ministro in Avana, Guglielmo Vivaldi, diplomatico distinto ed avveduto, sono stato ricevuto in udienza particolare dal Presidente della Repubblica generale Gerardo Machado.
Il generale Machado si distacca dal tipo consueto del governante centro-americano e come tale  uno degli uomini politici pi interessanti dell'America latina. Chiamato a reggere i destini di un paese che per la sua posizione politico-geografica e per la sua straordinaria efficienza economica ha una funzione tutt'altro che indifferente nel quadro del continente americano, il generale Machado non ha portato al governo la mentalit tradizionale del Caudillo n il concetto puramente amministrativo del funzionario-presidente, ma ha impugnato il timone dello Stato con la nobile ambizione di scrivere una pagina storica nel libro di Cuba. In un paese nel quale la politica  in fondo un vero e proprio mestiere, che aveva finito per creare una serie di professionisti incapaci di fare altro, una caterva di conventicole e consorterie e tutto un esercito di parassiti, l'attuale Presidente ha concretato una vigorosa azione personale di carattere riformatore e restauratore che costituisce un esperimento di grande interesse.
Si pu dire che Machado stia instaurando nel Centro America un tipo nuovo di azione governativa che sovrappone agli interessi degli individui e dei partiti la realt politica dello Stato e la realt giuridica della Legge, cos che lo Stato e la Legge, collocati su due alti piedistalli, abbiano in avvenire a restare al di sopra ed al di fuori delle lotte partigiane. Basta avere una nozione anche superficiale dei mali endemici che travagliano i paesi del Centro America per apprezzare l'importanza dell'opera politica di Machado la quale, concretandosi in forma definitiva, non solamente assicurerebbe a Cuba un avvenire pi solido, ma offrirebbe a tutti gli altri paesi dell'America Centrale un esempio capace di influenzare in senso favorevole l'evoluzione storica di questa parte del continente americano.
 ancora troppo presto per formulare un giudizio definitivo, ma il Generale Machado ha gi al suo attivo una amministrazione integra che contrasta con la baraonda delle amministrazioni presidenziali precedenti; la soppressione quasi totale del parassitismo che viveva in margine dello Stato; la moralizzazione della vita sociale e politica; un notevole sviluppo dell'attrezzatura tecnica nazionale; un vasto programma di lavori pubblici che non resta sulla carta ma si realizza nei cantieri; una politica economica che mentre difende la grande ricchezza del paese - lo zucchero - cerca di sviluppare altre fonti agricole ed industriali di benessere destinate a rendere l'economia cubana pi agile e pi indipendente.
L'uomo ha quindi un profilo personale di notevole rilievo che lo distacca dallo sfondo centro-americano, sia per quello che fa, sia per quello che la sua opera rappresenta e pu rappresentare nella evoluzione di tutti i paesi latini che sono affacciati sul golfo del Messico - Mediterraneo d'America - e sul canale di Panama.
Il Presidente mi ha ricevuto in Palazzo nella sala del Consiglio dei ministri. Nel salone d'aspetto s'agita tutta una folla pittoresca di personaggi bianco vestiti che aspettano d'essere introdotti dinanzi al capo dello Stato: gente di Camagey, di Santa Clara, di Santiago, di Isola dei Pini: grandi zuccherieri, grandi piantatori di tabacco, uomini politici delle Provincie che hanno nel colore della carne l'impronta formidabile del sole tropicale: capelli ricciuti e talvolta crespi, occhi nerissimi, profili arabo-andalusi, gesti larghi ed espressivi, eloquenze vulcaniche, grande espansione di strette di mano, di abbracci, di interiezioni fraterne. Un usciere color cioccolatto, stilizzato in una uniforme candida a bottoni d'oro, m'introduce nella sala del Consiglio. Machado  un bell'uomo robusto, aitante, brizzolato, che mi viene incontro e mi stringe la mano con calore quasi affettuoso. Il ghiaccio  subito rotto ed ho la sensazione del fascino simpatizzatore del Presidente.
Chiacchieriamo per qualche minuto del pi e del meno, delle bellezze naturali di Cuba, delle qualit dinamiche del suo popolo, del raccolto dello zucchero, degli immigranti di nazionalit italiana per i quali Machado ha parole di vivo elogio, poi il dialogo diventa pi serrato ed assume la forma concreta dell'intervista vera e propria. Quando una frase mi colpisce la stenografo rapidamente.
- Qual', signor Presidente, la funzione della Repubblica di Cuba nel quadro politico del continente americano?
- Paese latino, vicinissimo agli Stati Uniti ed unito agli Stati Uniti da intense relazioni politiche ed economiche, il nostro paese  un crogiuolo etnico nel quale l'America anglo-sassone e l'America latina hanno ogni giorno occasione di dimostrare praticamente quella reciproca comprensione alla quale  legato l'avvenire dell'America. La posizione geografica dell'isola, l'importanza della sua economia, il grande slancio del suo popolo, il veloce incremento della popolazione, assicurano a Cuba una funzione importante che andr via via aumentando con lo sviluppo del paese. Avete potuto constatare che siamo in ogni campo all'ordine del giorno e che i cittadini sono animati da una grande volont di perfezionamento. La scelta della nostra citt a sede della Conferenza pan-americana e della Conferenza mondiale dell'emigrazione caratterizza egregiamente la funzione di Cuba. Nel campo delle relazioni internazionali, Cuba aspira ad essere l'affettuosa sorella di tutte le nazioni americane ed a questo fine  disposta - come lo dimostr a Ginevra - non solamente a fare tutto il possibile ma anche a sacrificarsi nell'interesse superiore del continente americano perch la figura dell'America sia circondata dalla stima e dall'affetto di tutti i popoli liberi dell'universo.
- Come sono, Eccellenza, le relazioni di Cuba con l'Italia?
- Cordialissime ed estremamente amichevoli. Ragioni di ordine sentimentale danno il tono ai nostri rapporti con la nobile e grande nazione italiana.
- M'hanno detto, Eccellenza, che lei ha personalmente molta simpatia per l'Italia.
- Io sono un ammiratore appassionato dell'Italia, madre delle Arti, culla dello spirito latino, creatrice inesausta di correnti universali. Noi cubani non dimentichiamo che, nel periodo pi aspro della nostra lotta per l'indipendenza, il popolo italiano ci ha fatto sentire la sua solidariet. Molti italiani si trovavano nelle file della nostra rivoluzione ed hanno dato generosamente il loro sangue per Cuba. Nelle foreste dell'isola, dove lottavamo per la libert della nostra patria, sentivamo la grande voce incoraggiatrice del popolo italiano il quale, uscito da poco dalla sua lotta epica per l'indipendenza, comprendeva le aspirazioni degli altri popoli che ancora combattevano per la loro. Diversi italiani hanno partecipato prima alle nostre battaglie, poi al lavoro di costruzione della Repubblica. Fra gli altri ricordo con particolare affetto il Petriccione e soprattutto il nostro attuale ambasciatore a Washington, Oreste Ferrara, uomo di grandissimo ingegno, che Cuba intera considera una delle sue glorie nazionali. Voi sapete che egli non ha mai dimenticato la sua terra natale e che divide il suo cuore fra Cuba e l'Italia.
- Qual' la vostra opinione, Eccellenza, sul presente d'Italia e sul suo avvenire?
- La situazione presente dell'Italia  sintetizzata da una parola sola: magnifica! Quanto al suo avvenire io sono profondamente convinto che l'attende un avvenire grandioso. Come latino ne sono fiero. L'opera di Benito Mussolini  di importanza eccezionale. Egli guida l'Italia per le strade del progresso in tutti i campi della vita di una nazione e la conduce verso una grandezza radiosa che  anche una fortunata realt. Io sono un vivo ammiratore del vostro Presidente.  un cuore!  un'anima! Personalit completa e multiforme, ha il sigillo del Genio.
- Sapete, signor Presidente, che durante l'ultimo vostro viaggio trionfale attraverso l'isola ho sentito in molte stazioni la folla gridare entusiasticamente sul vostro passaggio: Viva il grande Presidente! Viva Mussolini!
Il generale ride affabilmente, poi, diventato subito serio, mi dice:
- Io cerco semplicemente di non attraversare questo Palazzo presidenziale come un'ombra, ma di lasciare traccia del mio passaggio in opere legislative, sociali ed economiche, utili per la mia patria che amo pi di me stesso.
Nello scendere lo scalone del Palazzo presidenziale la mia anima italiana evocava istintivamente quella scrivania di Palazzo Chigi accanto alla quale lavora, fino a notte tarda, l'Uomo formidabile che empie della sua personalit mondiale tutti i paesi dell'orbe civile. E pareva a me italiano di sentirmi pi forte e quasi di andare nella luce della sua grande gloria che si confonde con la splendente luce della nuova Italia, illuminando il cammino di tutti i suoi figli.
...
.
...
LE DONNE CHE SI DONDOLANO.
...
.
...
Il viaggiatore che arriva a Cuba evoca istintivamente le romanzesche storie dei pirati delle Antille lette nella sua giovinezza; poi grandi montagne di zucchero in polvere ed a quadretti, magari cristallizzati; poi alte pile di scatole di sigari, di quei bei sigaroni alla Clay ed alla Benito Sudrez che paiono fabbricati apposta per stare tra l'indice ed il medio di una mano grassoccia di banchiere adorna di un brillante sul mignolo peloso; poi visi di creole color ambra, illuminati da grandi occhioni di velluto, con l'ombra di lunghe ciglia ed il cerchiolino malva o lilla della volutt...
Questa cinematografia interna (pirati, zucchero, sigari e belle donne) pi o meno luminosa a seconda della sensibilit e della fantasia d'ognuno finisce col procurare una certa delusione quando, arrivati all'Avana, si sbarca in una grande citt moderna irta di grattacieli, nella quale vien fatto di riconoscere un po' di Napoli ed un po' di Barcellona, un po' di Boston ed un po' di Buenos Aires, insomma tutto quello che volete, meno quella maga delle Antille che ci si aspettava e che s'era immaginata come una gitana con la chitarra da un lato e la bottiglia di rhum dall'altra, una sigaretta nelle labbra dipinte ed il pugnale infilato nella giarrettiera!
Il viaggiatore che si ferma un giorno e prosegue col piroscafo pel Messico o per il canale di Panama,  obbligato a modificare il suo modo di vedere ed a collocare l'Avana nel casellario delle citt americane, togliendola dal quadro di quelle Antille del suo sogno che non ha trovato. Il viaggiatore invece che si ferma e che dopo la prima settimana di orientamento - imparati gli itinerari dei trams e le tariffe delle automobili - parte coraggiosamente alla... ricerca delle Antille, finisce per trovarle anche in Avana.
Proprio le Antille? Proprio! Con le creole dai grandi occhi di velluto? Con le creole! Con l'atmosfera di zucchero diffuso e di tabacco respirato? Precisamente! Con le canzoni indo-andaluse, con gli hidalgos discendenti da Pizarro, con le seoritas, le chitarre, le serenate, i mortaretti, ecc. ecc.? Con tutte queste cose.
Ed allora perch mai il viaggiatore non se n'accorge fin dal primo momento? Perch c' un segreto e bisogna saperlo scoprire.
L'Avana, dopo essere stata per diversi secoli la perla delle Antille, s' creata adesso nuove ambizioni le quali per una parte dei cittadini consistono nel fare della loro citt la Parigi dell'America Centrale e per l'altra parte nel farne la New-York dell'America Centrale. I primi s'affannano ad aprire cabarets, a fabbricare garonnes, a mettere su negozi di mode e riviste teatrali di nudo; i secondi ad innalzare grattacieli e moltiplicare le Corporations; gli uni e gli altri hanno dichiarato guerra ad oltranza a tutto ci che  colore e tradizione locale, risoluti ad essere boulevardiers fino al nodo della cravatta e businessmen della Fifty Avenue fino alla maniera di stringere la mano. In sostanza restano per degli eccellenti criollos, anzi creolissimi, mi si perdoni il superlativo. Scoperto il segreto, trovate subito le Antille.
Basta infatti che vi allontaniate dalle piazze del centro, dai caff e dai cinematografi del centro, dai lustrascarpe e dai milionari del centro e che ve n'andiate a zonzo pei quartieri periferici, nelle ore in cui la gente ha smesso di lavorare all'americana e di civettare alla parigina e fa quello che in italiano si chiama il proprio comodaccio, perch immediatamente New-York e Parigi diventino due lontanissime metropoli che appartengono ad un altro emisfero. Vi resta allora dinanzi agli occhi quella cotal gitana che cercavate, con gli occhioni assassini e la bocca di sciroppo, che canta una Habanera, pizzica la chitarra, sgranocchia noccioline americane, dice la buona fortuna e passa la giornata a dondolarsi con la sigaretta fra le labbra!
Scegliamo un'ora simpatica: le otto di sera per esempio. Il grande sole dei Tropici, dopo aver regalato alla citt un tramonto di quelli che contentano anche il turista pi difficile, se n' andato ad arrostire altri disgraziati, ma ha lasciato un codazzo di cementi arroventati, di asfalti scottanti, di terrazzi che bruciano, di tetti che sembrano radiatori, tutta una atmosfera da stireria che sa di strinato e che le brave palme cercano di eliminare sventagliando sulle case e sulle genti il venticello del mare.
La gente spalanca a grandi battenti tutte le porte e le finestre delle abitazioni, quelle dei salotti e quelle delle cucine, quelle delle camere da letto e quelle dei bagni ed accende tutte le lampade dei domicili per quel bisogno di luce che  istintivo nelle popolazioni tropicali, in modo che la citt diventa ad un tratto trasparentissima e snocciola sotto il naso del passante tutto il suo ben di Dio. Ricchi e poveri ci tengono a far entrare in casa il frescolino della sera, che a volte  proprio una bavetta di vento, sottile sottile come il respiro di un lattante. E siccome non vogliono fare cattiva figura coi vicini e con gli abbiatici, hanno mobiliato gli ambienti con la preoccupazione di chi sta in istrada a guardar dentro. I letti, per esempio, sono disposti in maniera che se ne vedano dal di fuori le spalliere, le coperte di pizzo, i pomoli di ottone ed il quadro della Madonna. I sei pezzi dei salotti standard sono stati disposti tutti ad arco verso la finestra. I padroni di casa hanno costruito gli appartamenti con le stanze in fila, una dopo l'altra, in modo che, dall'ingresso alla cucina, tutto sia visibile. La maggior parte delle case sono a pian terreno ed hanno un anti-vestibolo che  la parte pi importante dell'abitazione. L le famiglie trascorrono la serata coram populo, sdraiate nelle sedie a dondolo, lasciandosi cullare da una altalena. Vi sono case di poveri diavoli che non hanno comodini e magari neppure un armadio, ma non v' casa cubana che non abbia tante sedie a dondolo quanti sono i membri della famiglia.
Il dondolarsi  una istituzione nazionale. Dalle sette di sera alle undici l'Avana ha mezzo milione di sedie che dondolano. Il movimento necessario per imprimere alla sedia il ritmo della ninnananna  cos spontaneo ed istintivo, che i cubani si dondolano senza rendersene conto. Pare che in origine questa del dondolarsi fosse una trovata dei primi colonizzatori bianchi, per disturbare il lavorio delle zanzare, ma ormai la consuetudine si perde nella notte dei tempi. Un insigne ostetrico cubano mi assicura che i neonati dell'isola, appena messi in culla, iniziano un impercettibile movimento di dondolio.
Vi sono nel mondo altri paesi che sono grandi produttori di zucchero e di sigari, per cui fra le possibilit umane vi  anche quella che Cuba possa essere un giorno detronizzata come fornitrice di questi due prodotti, ma il dondolarsi rimarr sempre la caratteristica tipica dell'isola. Il fatto che la gente vive di sera sugli usci o addirittura fuori degli usci, d a questo dondolio universale e permanente un carattere cos decisivo che non si pu evocare Cuba senza immediatamente vedere il ritmico va e vieni di centomila sedie che si sposa col ritmico andar su e gi di centomila palme.
Gli uomini occupati durante la giornata nei loro uffici, riservano l'operazione del dondolio alla breve parentesi della sera, ma la donna cubana che  meno affaccendata trascorre tre quarti della giornata a dondolarsi. Ci spiega l'enorme numero di domestiche di questo paese nel quale le contadinotte della Galizia e delle Canarie hanno la loro California, e la facilit con cui la cubana si arrotonda ed annega in una esuberanza tenerella la snellezza del suo corpo di antilope tropicale.
Si dondolano le creole, si dondolano le meticcie, si dondolano le nere: le madri e le figlie, le suocere e le nuore, le padrone e le serve. Nessun innamorato cubano pu evocare l'immagine della sua bella senza accompagnarla immediatamente alla sagoma di una sedia che va su e gi. Se la sedia non c', la fidanzata  una girl degli Stati Uniti. Questo perenne dondolio influisce considerevolmente sul temperamento della razza la quale, abituata ad andare di pari passo col pendolo, finisce coll'entrare in confidenza coi minuti e con le ore e non d al tempo che un valore relativo. La gente vi d un appuntamento per domani, che vuol dire dopodomani, come una settimana dopo! Le giornate non sono forse tutte eguali? Non sono tutte un eterno dondolio fra il dolce e l'amaro, l'angustia e la gioia? Non si pu comprendere il carattere cubano in tutto ci che esso ha di buono e di cattivo, di positivo e di negativo, se non si tiene conto della perpetua altalena con la quale la razza culla la sua esistenza e che finisce col creare una atmosfera sui generis, fatta d'indolenza, d'incertezza, di ottimismo, di sogni, di vezzo musicale, di abbandono romantico.
L'isola delle donne che si dondolano  anche l'isola delle donne che sanno amare, perch hanno tempo di pensare all'amore; sognare, perch hanno modo d'immergersi con facilit nel gran mondo dei sogni e delle fantasie; essere fedeli, perch la serena comodit dell'altalena casalinga non invita ad uscire in istrada a tentare l'ignoto.
La donna cubana  in genere bella, pi bella forse come media delle donne degli altri paesi, senza per questo giungere ai tipi della bellezza sublime o a quelli della bellezza fatale, ma quasi sempre piacevole, soprattutto come viso. Buona sposa e buona madre, lascia sulla soglia del matrimonio i suoi capricci ed aneliti di fanciulla, sceglie la sua brava sedia e vi si dondola per tutta la vita. Le ragazze smaniano per essere tutte il dernier cri di Parigi; gli uomini con slancio tropicale vorrebbero fare e disfare il mondo, magari in seno alla Societ delle Nazioni: la donna - sposa e madre - resta cubana, e col suo eterno dondolio ristabilisce un equilibrio che  pi in armonia con la natura del clima, con l'indole della razza, forse anche col destino del paese.
Dopo una giornata umida e rovente la sera sboccia con la dolcezza di un bacio d'amore. Il mare adagia la sua calma in una sonnolenza piena di torpore. Il chiaro di luna staglia nell'acqua l'ombra delle palme. Gli uomini tornano fradici dalle fatiche e dalle chiacchiere del giorno. I dollari sono duri a guadagnare e sono tondi. Cio si spendono con facilit. Un sordo malcontento cova nei maschi che hanno bisogno di emozioni e di battaglie e che si sentono tutti in petto un cuore da presidente di Repubblica. La donna li riceve nelle case con un sorriso pieno di mollezza che pare uno sciroppo di more, li fa mettere in maniche di camicia, li fa sedere in una bella sedia, comoda comoda, d loro da bere una bibita fresca e dolcigna che pu essere anche acqua di cocco e dice loro: - Dondolati! Goditi pian piano i minuti che passano e che non tornano pi. Senti il venticello che viene dal mare? Senti come frusciano le palme? Ti ho preparato un bel piatto di banane fritte con uno spiaccicato di aguacat che va gi da solo senza bisogno di masticare. Dondolati, cocco, e non pensare ai guai. La canna cresce da sola nei campi di Cuba. A tagliarla ci pensano i giamaichini e vi sono al mondo milioni di uomini che lavorano per poter fumare i nostri bei sigari!
...
.
...
Quando il viaggiatore ha scoperto il segreto delle donne che si dondolano, se ne va ogni sera a fare un bagno di Antille nelle strade dell'Avana. Pi le strade son strette meglio si capisce Cuba, perch si pu abbracciare con una sola occhiata l'intimit di parecchie case, dal lusso del salottino al disordine poetico delle camere da letto; si sente l'odore delle fritture e degli intingoli; si vede la serva gagliega che rimescola le stoviglie cantando "Marquita! Marquita!" e la padrona criolla che si fa vento col ventaglione andaluso mentre a cavalcioni dei muriccioli i giovincelli pizzicano la serenata sulle chitarre. Tutte le donne sono in vestaglia, tutti gli uomini in pigiama od in maniche di camicia. Si ha l'impressione d'essere uno della famiglia, di essere l'amico intimo di tutte le case, l'ospite di tutte le tavole, il terzo personaggio di tutti i mnages, il padrino di battesimo di tutti i figlioli che giuocano nei vani delle porte, il compare d'anello di tutti i fidanzati che tubano sui muretti o nelle cornici delle finestre.
La vita vi pare una cosa dolce, dolce ed un po' stucchevole, come sugo di melassa. La vedete avvolta in una nebbiolina color ambra, come attraverso il fumo aromatico di un buon sigaro Avana. Gli uomini scamiciati, bruni, espressivi, pieni di gesti, vi ricordano i pirati del Salgari ed i corsari di Surcouf. Pirati a riposo. Corsari in posizione ausiliaria. E se avete la fortuna d'incontrare di quando in quando un bel viso di creola che v'abbandona per un istante i suoi occhioni di velluto, se pigliate per voi uno di quei sorrisi di frutto candito che errano sotto le palme in mezzo alle azalee in fiore, se avete insomma quel tanto di fantasia che  necessario per infiorare e colorare la vita... ritrovate quelle Antille del sogno che non hanno mai cessato di esistere perch sono figlie del Tropico, ma che bisogna saper cercare; con quell'occhio di artista e con quell'anima di poeta senza i quali tutto il mondo  paese!
...
.
...
LA PIAZZA DELLE FRITTELLE.
...
.
...
Esco da una festa del Casino Spagnuolo, una festa parigino-andalusa, nella quale le bellezze creole dell'alta societ ispano-cubana, svestite dalla moda di Parigi, s'ammantavano in pesanti scialli di Manila carichi di fiori e ricchi di sogno. Le ginnastiche danze nord-americane s'alternavano coi lenti tango del Rio de la Plata e col sensuale danzn delle Antille.
Mentre i miei occhi seguivano quella carne muliebre, florida e profumata, ambrata dal sole, smaltata dalle ciprie e dai rossetti, che ardeva languidamente nel flirt tropicale, le mie orecchie ascoltavano i discorsi degli uomini che stilizzati negli smokings bianchi impastavano politica a piene mani, mescolando microscopici interessi locali con grandi principi di filosofia e di umanit.
L'atmosfera delle sale aveva la fragranza indefinibile di certi cocktails nei quali potenti rhums e formidabili cognacs sono mescolati con rosoli caramellati e dolcissimi in una strana mistura cui si aggiunge poi una goccia di aceto o un pizzico di senapa. Camerieri sudati fino all'indecenza, circolavano continuamente con grandi vassoi carichi di gelati multicolori e di complicate bevande cubane dalla tinta sgargiante e dal sapore voluttuoso.
Accanto a me un giornalista antillano mi snocciolava i peccati delle pi belle signore e dei pi ricchi finanzieri che dominavano la festa con la loro grazia e la loro opulenza. Con snervante lentezza sgranava scandali su scandali che illuminavano d'un lampo l'uomo o la donna che passava e l'avvolgevano in un alone di fantasmagoria. Le parole denudavano le donne, svestivano gli uomini, inchiodavano alla gogna un potente dell'isola, richiamavano improvvisamente intorno al volto grave di un politico o di un banchiere spettrali fantasmi di morti e rovine o l'ombra tragica del capestro. I gelati dai colori violenti si liquefacevano nei vassoi blasonati con le armi di Spagna e di Cuba. Grossi colaticci verdi od amaranto rigavano i calici di cristallo, scintillavano sotto la luce dei doppieri come fantastiche liquidezze di gemme, poi finivano sui fondi d'argento in una broda incolore nella quale si maceravano avanzi di paste e mozziconi di sigari.
Ad un tratto ho sentito il bisogno fisico e spirituale di uscire da quella tiepida serra di piante umane e mi sono trovato in istrada dinanzi al grande arco del golfo.
La notte  calda e senza luna. Grandi nubi velano le stelle. Non un alito di vento sommuove l'atmosfera pesante, carica di elettricit, satura di umido, faticosa al respiro ma soave alla pelle come una permanente carezza. Il mare  una grande distesa nera, senza forma, senza rumore, senza confini. La luce del faro scorrazza su questa immensit buia senza estrarne n una barca n uno scoglio. L'orecchio si tende per percepire i brividi dell'acqua ma la calma tropicale non ha un soffio. L'organismo  invaso da una grande stanchezza interiore che anestetizza la volont e d all'indolenza una dolcezza straordinaria. La strada  una lunghissima sfilata di globi elettrici che sprofonda nelle lontananze rettilinee del Vedado e che inghiotte perennemente automobili. La gente che non ha coraggio d'andare a dormire con questo caldo si riversa su migliaia di macchine verso i quartieri extra-urbani nell'illusione di trovarvi una bava di vento. Intorno ad ogni lampada elettrica impazzano mulinelli di farfalle, di zanzare e d'insetti.
.
Anch'io mi lascio sedurre dal grande corridoio luminoso: un'automobile mi trasporta velocemente tra le ville addormentate e le palme immobili, verso Miramare. Sento d'essere in istato di grazia, di trovarmi cio in uno di quei momenti fisico-spirituali che permettono d'entrare in comunicazione diretta con un paese ed i suoi abitanti, attraverso una misteriosa corrispondenza di natura indefinibile, nella quale i suoni e gli odori, il chiasso ed il silenzio parlano all'anima, cos che essa sente magicamente la poesia di una terra e delle sue genti dopo averla invano cercata per settimane e per mesi nelle piazze e nelle biblioteche, negli sfoghi dei poveri e nelle interviste con gli uomini illustri.
La mia automobile si ferma come tutte le altre a Miramare, in una specie di grande spiazzo irregolare e disadorno nel quale muoiono gli aristocratici vialoni delle passeggiate. Qui la gente di Avana ha creato un luogo di riunione notturna e lo ha voluto lontano dalla citt per farsela di proprio gusto, senza preoccupazioni di civilt, senza smanie di modernismo n pudori di noblesse oblige. Cento baracche di legno, fiammeggianti di luce, danno alla piazza l'aspetto di una fiera provinciale durante la festa del patrono. A quest'ora i caff del centro hanno chiuso le porte per mancanza di clienti ed i cabarets pariginissimi della citt s'alimentano magramente con qualche coppia di turisti americani. Qui invece la grande piazza campestre rigurgita ogni notte di una folla che l'empie della sua gioia e del suo formicolio.
Migliaia di automobili vi trasportano l'aristocrazia politica e finanziaria di San Cristbal, la quale dimentica per qualche ora Parigi e Nuova York per essere solamente cubana ed un po' andalusa, mentre i trams e le popolari gagu riversano a torrenti la gente minuta della Vibora e di San Giovanni, i mulatti, i neri, i cinesi, i garzoni, le serve, i facchini, i teppisti. Tutte le classi e tutte le razze dell'Avana sono rappresentate tra le baracche luminose di Miramare. Qui i signori ed i pezzenti trovano le vivande tipiche dell'isola; quelle che gli antenati conquistatori portarono dalla Spagna ispano-moresca di Isabella la Cattolica o che appresero dagli indios e dai Saboives contemporanei di Colombo; quelle che gli schiavi del golfo di Guinea e del Senegal recarono dall'Africa originaria o che i pirati internazionali delle Antille rapirono insieme con le donne dai pi lontani paesi del mondo.
Le grandi padelle d'olio bollente friggono polpette di mais tritato, condite con spezie tropicali, indorate dallo zafferano, rese piccanti dal pepe di Caienna. Ogni baracca urla a squarciagola la bont del suo prodotto caldo bruciante che cuochi neri e mulatti preparano coram populo e che i garzoni servono dentro le automobili e sugli imperiali dei trams. Gridano i padroni, gridano i servi, grida la claque. Ogni tanto un cuoco, colto da un improvviso attacco di epilessia, inizia con la padella un esercizio d'acrobazia che consiste nel far saltare le polpette pi in alto che sia possibile e nell'accompagnare il giuoco con grida da sala da scherma sempre pi forti. L'attacco si propaga agli altri cuochi. I padroni delle baracche rapiti nell'entusiasmo martellano coi pugni i banconi. Gli inservienti suonano la carica sui vassoi. I monelli gridano a perfidiato. Le orchestre attaccano alla disperata il danzn e la habanera. Il pubblico applaude, ordina piatti di polpette, "giri" di rhum e ripetizioni di birra.
- Brucia! Brucia! - urlano gli strilloni presentando dentro le limousines piramidi di polpette piccantissime che sembrano fatte con gas lacrimogeni. Le dame eleganti dalle dita inanellate si deliziano a sgranocchiar frittelle. Ed il politicastro che sbraitava al circolo contro la dittatura del Presidente o la demagogia dell'avversario provinciale dimentica teorie ed ambizioni per occuparsi dell'odorante frittura nazionale che l'invita a pi semplici e riempitive occupazioni.
Riconosco le piccole falaffie care ai fellah del Sudan e la mag-mag di cui sono tanto ghiotte le nerette del Gabon. In altre padelle cigolano le banane fritte, quelle gialle e quelle verdi, tagliate o pestate: in altre ancora i boniatos e le patate dolci dell'Africa: tutta una serie di fritture grasse e dolcigne che empiono lo stomaco, impiastrano le gengive, ungono le mani, mettono la sete in gola e l'allegria in cuore. Molti amori nascono nell'ardore di una polpetta pepata e con la complicit delle dita bisunte si stringono nodi che durano tutta la vita.
- Fresca! Fresca! - gridano i garzoni che saettano fra le auto con le guantiere colme di birra e di aranciate. Accanto al curiosissimo pane dell'isola - un pane pieno d'aria che si sbriciola in bocca e, quasi si direbbe, si volatilizza in una sbuffata - ogni baracca sfoggia in bell'ordine i salumi grassi e pepati di Spagna, le salsiccie rosse e nerognole di Andalusia, il chorizo, il tajado e tutti gli altri embutidos di Asturia e Catalogna a base di lardo e peperoni. I forti rhums delle Antille sono rappresentati da eserciti di bottiglie che ostentano le armi di Santiago, di Haiti, di Giamaica, di Santo Domingo, della Martinica. Bibite e gelati, sorbetti e granite, insalate di aucat e di ananas, pasticci agro-dolci di ann e di guayabo offrono allo straniero in vena di emozioni salti mortali nel gran mondo dei gusti e dei sapori dell'umanit. Bimbetti mulatti che paiono Pinocchini meccanici di terracotta s'intrufolano in tutti i buchi per offrire cornetti ripieni di noccioline americane tostate. Calde e buone! Calde e buone!
.
Suonatori ambulanti s'offrono ai pedoni ed alle automobili per accompagnare con un pizzico di chitarra e con un dito di canzone la polpetta ed il refresco. Sono in genere poeti estemporanei, a corto di voce e di orecchio, che complimentano la bellezza della dama e la generosit del caballero. Hanno canzoni uniformi ed un po' tristi che evocano visioni lontane di moschee e di tam-tam. Sono vecchie canzoni di schiavi, nate nelle piantagioni coloniali di canna, che arrivano direttamente all'anima dei neri e dei meticci e ricordano ai creoli i ritmi lontani con cui le balie cullavano i bimbi dei conquistatori e le donne addolcivano le sieste dei negrieri.
In questi suoni e in questi odori il viaggiatore ritrova le Antille del sogno che la grande citt di cemento maschera dietro grattacieli nord-americani e paraventi parigini. Orchestre nere appollaiate sui tetti delle baracche in una specie di teatrino, oppure accomodate alla meglio a ridosso delle gentole, empiono la piazza di strepiti e di canti, nei quali i tam-tam dell'Africa sono mescolati con le follie delle Canarie, con le saette di Triana e di Siviglia, con le chicas degli indios in una babele musicale che stordisce chi non abbia viaggiato abbastanza per riconoscere i ritmi caratteristici delle terre che fasciano l'Atlantico e delle loro genti che costituiscono il fondo etnico del popolo cubano.
Accanto alla chitarra ed al violino ogni orchestra ha i tamburri e le zucche sonore delle trib africane, i silofoni e balofoni delle foreste vergini, i flauti di canna a cinque buchi degli uomini velati del Sahara, la marimba del Niger, il guiro del Congo. Tutti parlano, cantano e ridono. Risate grasse che gargarizzano lungamente e che si comunicano per contagio in mezzo al frastuono delle orchestre che scaricano tutte le musiche e le danze tipiche delle Antille, la criolla, la habanera, la rumba, il bemb, il guaranco, destinate un giorno o l'altro a varcare l'Atlantico ed a diventare i ritmi ed i balli dell'Europa, con la complicit di una qualsiasi Giuseppina Baker pi o meno mulatta o di un qualsiasi ballerino che piaccia a Mistinguette.
.
La gente dell'Avana si gode cos l'esistenza, in un'allegria sempliciona e primitiva ma schietta e saporosa, che mescola un tantino di romanticismo studentesco con una buona dose di sensualit orientale ed indora tutto di ottimismo, di fatalismo, di fiducia nel domani, di filosofia spicciola che invita a gustare l'attimo fuggente senza pensare al poi.
 questo l'unico luogo in tutta l'Avana nel quale la popolazione si spoglia della sua preoccupazione di popolo che vuol parere ultra-moderno ed ultracivile per mostrarsi al passante cos com', pi andaluso che yankee e pi orientale che andaluso, buon figliolo sensuale ed impulsivo che ama soprattutto la buona tavola e la bella femmina, che vuole guadagnare molto per poter spender molto, che considera la politica una merce e gli uomini politici commessi di negozio, che in moltissime cose guarda pi all'apparenza che alla sostanza, che predilige le parole roboanti, le vivande grasse, le donne ben pasciute, i dolci smielati, le teorie universali, le musiche strepitose, tutto ci che luccica, che fa chiasso e che splende.
Io che finora ho inutilmente cercato di entrare in contatto con l'anima di questo paese cercandola nelle cerimonie pubbliche e nelle confidenze dei personaggi, nelle aspirazioni politiche e nelle vicende economiche, nel tratto abituale dei suoi scrittori e pensatori, sento improvvisamente stasera nella malia di questa notte afosa dei tropici, dolce e pesante nel medesimo tempo - in mezzo alle esalazioni delle padelle, alla penetrante fragranza dei rhums, alla baraonda africana delle orchestre ed alla melanconia andalusa dei canti isolati, tra le espressioni tartarinesche degli uomini ed il languore levantino delle donne, tra la carne bianca e quella nera, tra quella mulatta e quella meticcia, in mezzo al gran profumo stordente degli ananas e delle toronjas, dei mango e dei guayabo - e sento finalmente la poesia di questa terra delle Antille che ha commosso nei secoli tanti poeti e fatto vibrare tanti cantori, che ha sedotto tanti naviganti, che ha effeminato tanti pirati, che ha smorzato negli incroci tanti uomini d'arme e di conquista.
Poesia dolce e sottile. Fascino voluttuoso ed un po' torbido. Amore della famiglia. Amore della donna. Amore della vita. E su questo triplice sfondo d'amore, guizzano tante fiammelle di ambizione e d'odio che rappresentano il retaggio lasciato nei cuori e nelle pupille dai grandi conquistatori che avevano l'anima di Pizarro, dai Capitani generali ed ammiragli delle Indie, dai formidabili pirati delle Antille che trafficavano la carne umana e si battevano per le bandiere dei monarchi e delle religioni di Europa, dai preti fanatici dell'Inquisizione, dagli innumerevoli Don Chisciotti e Baiardi dell'indipendenza cubana.
Il ritmo della marimba sposato con le note mediterranee della chitarra di Valencia e con lo strambo toc toc dei tamburi caraibici, esprime squisitamente l'anima meticcia di questa terra tropicale nella quale il destino ha fuso latini, africani ed ndios, perch formino la nuova razza bianca della zona torrida.
Nella piazza delle frittelle di Miramare c' un po' di Mediterraneo, un po' d'Africa nera, un po' dell'India storica alla quale approd la caravella del Grande Almirante.
...
.
...
TRA CIABATTINI ED OREFICI.
...
.
...
Scarpe! Chi ha scarpe! Scarpeeee! Ogni mattina quando esco dalla mia casa del Vedado per gironzolare un po' tra le villette e le palme dell'aristocratico quartiere, incontro immancabilmente qualcuno con un paio di scarpe in mano e un sacco sulle spalle che fa la medesima mia strada punteggando il suo andare con la cantilena:
- Scarpe! Chi ha scarpe! Scarpeeee!
Mi sono cos abituato a quest'incontro che quando per caso una mattina il mio uomo non c', mi pare che mi manchi qualche cosa. Fa parte del paesaggio. Ma, meno la domenica, l'uomo c' sempre e, quando meno me l'aspetto, sento il suo ritornello che sveglia i silenzi dei giardini pieni di sole e lo vedo spuntare da una via traversa o escire da un cancello accompagnato da una servetta.
- Allora dopodomani! - dice la servetta.
- Dopodomani! - risponde l'uomo. Caccia gi nel suo sacco un paio di scarpette femminili o di scarponi maschili e riprende la sua strada.
A quell'ora le strade del Vedado sono quasi deserte. Le palme cocco stagliano sui marciapiedi assolati i loro fusti e l'ombra raccorciata dei loro ventagli. Qualche automobile aspetta dinanzi al cancello di una villa. Qualche giardiniere nero inaffia le aiuole di un giardino. Qualche serva mulatta sprimaccia col battipanni un materasso fuori da un balcone. Il sole formidabile di Cuba imprigiona la gente nelle case e i soli passanti sono i cinesini col loro carretto da fruttivendolo che si fermano di porta in porta a vendere banane ed ananas od il camion del ghiaccio che scarica enormi parallelepipedi di cristallo dinanzi agli usci e per un momento empie gli occhi del viandante di lucentezze polari che fanno pi opprimente la canicola cubana.
L'uomo delle scarpe non  sempre lo stesso. Cambia anzi spesso, ma  sempre un bel tipo di uomo giovane, bruno, bassotto, con gli occhi neri e la pelle ulivigna, un po' rustico, ma simpatico, con un non so che d'arabo nel taglio degli occhi e nella linea della bocca. Una mattina che m'ero seduto sopra una panca a veder passare il funerale di un prelato cubano, ho domandato ad un conoscente occasionale chi fosse l'uomo delle scarpe. Un rigattiere ambulante? Un raccoglitore di scarpacce?
- No, mi ha risposto,  il ciabattino che va in giro a raccogliere le scarpe rotte e le riporta dopo uno o due giorni risolate e messe a nuovo.
Mi sono detto dentro di me che i cubani sono proprio gente comoda. Non solamente hanno il fornaio, il lattaio, il macellaio, il pizzicagnolo, l'acquaiolo, il giornalaio, lo stiratore, il lavandaio, il farmacista che li servono a domicilio, senza che le fantesche di questo paese debbano pensare al mercato ed alle altre commissioni domestiche, ma hanno perfino il ciabattino che va di casa in casa a ritirare le suole sberciate. Due giorni dopo le mie scarpe di giramondo perdettero un tacco in una rotaia tramviaria - un tacco asiatico, rimbullettato in Africa e finito ingloriosamente in America! Quasi quasi n'ebbi piacere per il mio ciabattino. Feci il mio bravo involto ed al mattino seguente aspettai l'uomo.
- Scarpe! Chi ha scarpe! Scarpeeee!
- Eccogliene un paio, hombre, che hanno bisogno della clinica.
Sciolse l'involto, esamin con occhio conoscitore la bacatura:
- Ottanta centavos! - fu la diagnosi.
- Quando saranno pronte?
- Dopodomani.
- Non me le potrebbe dare domani sera?
- Bisognerebbe che venisse a prendersele in Amargura 17.
Fu cos che feci conoscenza con la nobile corporazione dei ciabattini italiani di Cuba.
.
Il numero 17 in Amargura  una bottega di apparenza rigidamente nord-americana con una scritta cubitale "Al Presidente Wilson" tra le fascie e le stelle della bandiera federale. Le pareti sono tappezzate con grosse pubblicit di lucidi da scarpe i quali si contendono il favore del pubblico a colpi di soli fiammeggianti, di lune, mezzelune, stelle, comete ed altre meteore. In una scansia sono in mostra le pile delle scatolette, bianche, nere, giallo tabacco, nocciuola, caff, in mezzo alle quali qualche bottiglia di lucido liquido sta come un individuo dell'aristocrazia tra la plebe. Uno scaffaletto  riservato ai callicdi ed alle specialit ortopediche per piedi dolci. Tre matassoni di lacci per scarpe, uno bianco, uno nero ed uno giallo, formano un triangolo simbolico contro un altro scaffalone, zeppo questo di scarpe, scarpini, scarponi, stivali e stivaletti, ognuno col suo bravo cartellino che indica nome, cognome e domicilio del relativo proprietario, nonch il numero di centavos che deve snocciolare per rientrare in possesso della propria calzatura.
Nel locale c'era un giovanotto bruno nel quale mi parve di riconoscere uno dei miei amici canterini del Vedado. Una parete a vetri divideva la bottega dal retrobottega nel quale una ventina di ciabattini era occupata a lavorare, quattro per deschetto, intorno ad una lampadina elettrica col paralume verde. Uno pestava, l'altro imbullettava; uno impeciava, l'altro tirava la lesina; uno batteva, l'altro trinciava. Grossi rotoli di cuoio erano appoggiati alle pareti. Una tomaia marciva in una catinella. L'ambiente aveva quel caratteristico odore di suola bagnata, di cera e di vernice che  proprio delle cappelle di San Crispino.
Il mio famoso tacco era ancora sul banco operatorio e l'attesa mi ha valso una interessante conversazione col giovane della bottega, dal quale ho saputo che non solo tutti i lavoranti erano italiani ma che tutti i ciabattini d'Avana sono per tradizione italiani.
- I ciabattini per bene! - ha precisato il mio interlocutore. - Siamo trecentocinquanta. Tutti italiani, anzi tutti calabresi, anzi tutti di un sol paese delle Calabrie, di Castrovillari.
- Tutti di Castrovillari?
- Tutti. Si viene quaggi di padre in figlio, dopo il servizio militare; ci si sta in media dai cinque ai sei anni; poi si torna al paese e ci si sposa. E vien gi un altro, un fratello minore, un cugino od un altro parente. Con le economie che ognuno realizza durante la sua permanenza a Cuba mette su casa e contribuisce anche ad un fondo di previdenza.
- Ma ci sono molti calzolai a Castrovillari?
- Veramente noi a Castrovillari non siamo in genere calzolai ma contadini e quando si torna al paese si ritorna alla terra. Questa delle suole  una parentesi cubana. Una tradizione! Incominci col venir gi uno di Castrovillari e fece il ciabattino. Mise su bottega e fece buoni affari. Lo chiamavano "l'italiano". Dopo di lui ne vennero altri e poi altri ancora ed ora siamo in media dai trecento ai quattrocento, secondo le annate.
- Gi quando l'annata  buona venite in pi.
- Al contrario quando l'annata dello zucchero  buona veniamo in meno perch la gente butta via con maggior facilit le scarpe rotte. Quando l'annata dello zucchero  cattiva,  buona invece per noi.
- E quanto riuscite ad economizzare in questi cinque o sei anni?
- Dipende! Ma un quattro o cinquemila dollari si raccapezzano. E sono sufficienti per un tocchetto di terra al paese. Pian pianino sgretoliamo cos il latifondo del circondario.
- E nessuno resta qui?
- Nessuno. Abbiamo una specie di regolamento. Dopo sei anni tocca ad un altro. E guai a chi non si porta bene! Lo rimbarchiamo subito. Abbiamo un nome e ce lo vogliamo conservare. Lavoro accurato e consegna puntuale. Soprattutto onest. La gente ci d le sue scarpe senza conoscerci e senza ricevuta perch da venticinque anni riceve regolarmente indietro le scarpe accomodate senza un caso di mancanza. Gli anziani controllano i pi giovani e questi debbono obbedienza a quelli. Viviamo decorosamente nel quartiere Pavoloni. Ogni dieci una casetta. Uno per turno fa la cucina per i compagni. La sera a letto presto. Il sabato sera cinematografo ed un po' di chitarra. A Natale ed a San Bruno una festicciuola. Ognuno ha la fidanzata ed i genitori che lo aspettano al paese e cerca di non far avere a Castrovillari cattive notizie sulla sua condotta.
I bravi ciabattini mi hanno invitato a visitare una domenica una delle loro casette e mi hanno anzi offerto una colazione calabrese in piena regola. Ho riassaggiato cos dopo molti anni il pecorino col pepe di Cosenza, ho fatto onore ad un cestello di fichi secchi di Cotrone coi semini di finocchio ed abbiamo brindato alla patria lontana con un autentico "rosso di Sant'Eufemia", generoso come un cavallo da corsa.
Modesti ciabattini erano i miei compagni di tavola, ma la fraternit italiana non ha differenza di professione e alla tavola di questi laboriosi e bravi ragazzi delle Calabrie io mi sentivo in mezzo a buoni italiani che hanno le sane qualit fondamentali della razza ed hanno costantemente in cuore l'immagine della patria. La modesta economia di cinque o seicento dollari che ognuno di essi realizza in capo ad un anno, estesa a trecento cinquanta persone, si traduce ogni anno in alcuni milioni che entrano in Italia, senza che questo ingresso di denaro comporti una perdita di linfe per la razza, perch i bravi ciabattini tornano regolarmente a Castrovillari a far famiglia ed a fabbricar altri piccoli italiani, i quali non  detto siano destinati anch'essi a risuolare le scarpe dei cubani, soprattutto ora che l'Italia fascista ha affrontato con abbondanza di mezzi e fermezza di propositi la valorizzazione economica della forte e fedele Calabria.
.
I ciabattini mi hanno fatto conoscere un'altra tipica categoria di emigranti nostri: i venditori ambulanti di gioielleria ed oreficeria. Si tratta di un'altra istituzione! Questi in numero di circa trecento sono anch'essi tutti di un sol paese, di Padula, in provincia di Salerno. Vengono qui di padre in figlio per un certo numero di anni e si sono specializzati nella vendita a rate di orologi e gioielli ai contadini dell'interno, specialmente ai coltivatori di canna da zucchero, ai piccoli produttori di tabacco, ai bottegai dei villaggi.
Si tratta di un lavoro di fiducia che  basato sopra oltre un trentennio di onesta attivit commerciale ed  un lavoro che richiede anche qualit non comuni, specialmente coraggio per avventurarsi con un carico prezioso in mezzo alle campagne dell'isola, avvedutezza nello scegliere con chi si ha da fare e una certa abilit per vincere la naturale taccagneria del contadino. Gran parte della merce che vendono  importata dall'Italia.
Ho conosciuto uno di questi girovaghi salernitani nelle campagne del Camagey, in una zona lontana dalle ferrovie. M'ero fermato in una taverna criolla a far due dita di colazione e trovai il mio uomo dinanzi ad un rispettabile piatto di riso alla cubana, infiorato di banane fritte e di peperoni arrosto: una vera leccornia locale! Il mio orefice ambulante ha un cognome quasi storico. Si chiama infatti Nictera. Un bel tipo di meridionale, v'assicuro, ben piantato, baffi alla Caruso, cinque anelloni fiammeggianti ai due mignoli. Chiacchierava e pontificava che si sarebbe detto un pezzo grosso del luogo. L'oste ed i garzoni stavano a sentire l'oracolo a bocca aperta. Parlava di donne, di politica, di arte, di zucchero, di tabacco, di terreni, di speculazioni fondiarie. E tra un boccone e l'altro di riso trinciava gi sentenze, mentre con la forchetta ingemmata dal mignolo inanellato faceva saltare destramente nel piatto le banane fritte ed i peperoncini arrosto, in modo che ad ogni boccone di riso corrispondesse un toccherello di banana ed un quarto di peperoncino.
Quando fu al corrente della mia nazionalit piant l'oste ed i garzoni per raccontarmi gli affari suoi, di Avana e di Padula. Si vedeva dalla sua maniera di parlare che era tutt'altro che un imbecille ed io pensavo dentro di me che le belle contadinotte del Camagey debbono resistere con difficolt alla parlantina affascinante del salernitano quando egli tenta la vanit della rustica Eva con un bel paio di orecchini d'oro filogranato, pagabili a un tanto al mese.
- In fondo, - mi diceva, - io sono un benefattore della provincia! Molti di questi bifolchi che si rosolano al sole tutto il giorno in mezzo alle canne ed alle foglie di tabacco debbono al sor Nictera se la sera tornando a casa sono accolti con dolci moine ed affettuose carezze dalle loro legittime consorti le quali hanno da strappare con le buone maniere il consenso maritale per l'acquisto di una catena col medaglione della Virgen del Cabro. Non le pare? Ognuno di noi ha la sua clientela ed  al corrente di tutto il movimento della provincia: nascite, battesimi, fidanzamenti, matrimoni, eredit, vincite alla lotteria, vendite, compere, buoni raccolti. Sappiamo chi ha soldi e chi non ne ha, chi vuole e non pu, chi pu e non vuole, chi ha l'amante e chi sta per farsela. Bisogna saper fare, saper parlare, sapere con chi si pratica, insomma conoscere i polli ed i pollai ed anche tener d'occhio la faina.
Chiacchierammo del pi e del meno, poi il Nictera guard l'orologio.
- Debbo essere alle cinque in una finca che  abbastanza lontana. A ben rivederla, signor giornalista, in qualche strada di Cuba od a Padula. Domandi di Nicotra, il cubano! Mi conoscono anche i cani.
S'alz, distribu generosamente una dozzina di strette di mano con la signorile liberalit di un feudatario, raccomand all'oste un rhum di Haiti - il migliore del mondo - ed a uno dei garzoni un orologio da polso - la migliore fabbrica del mondo - sciolse la mula, mont in sella e s'allontan per lo stradone polveroso canterellando "la donna  mobile...".
Quando lui fu partito la taverna sprofond in un silenzio sonnacchioso.
...
.
...
QUATTRO PROFILI D'EMIGRANTI.
...
.
...
Emigranti? S, qualunque italiano che, nel fiore della giovinezza, ha lasciato la patria per cercare fortuna nel vasto mondo  un emigrante, sia che abbia fatto il suo primo viaggio come passeggero di classe o come passeggero di coperta o magari come ospite clandestino nascosto nelle carbonaie. Sempre egli  stato spinto fuori delle frontiere dalla ristrettezza della sua patria ed ha obbedito ad una voce misteriosa che lo chiamava verso orizzonti pi ampi e strade meno ingombre.
Emigrante! Titolo di nobilt che prima dell'avvento del Fascismo non era quotato nell'araldica della nazione, ma che oggi  riconosciuto dalla nuova Italia la quale sente la grande tragedia della stirpe e mentre apprezza quelli che hanno saputo farsi largo in mezzo alle folle del mondo non misconosce gli altri che, meno fortunati o meno abili, sono rimasti schiacciati sotto il peso del loro triste destino d'emigrante.
Emigranti! Fratelli che son partiti per l'oltre mare nel fiore della vita col semplice patrimonio del loro coraggio e della loro speranza; che hanno sofferto la pena del distacco dalla casa e dalla mamma; che si sono strappati a tutte quelle cose care e dolci che formano il tiepido nido d'ogni essere che nasce; che hanno patito le torture lente ed atroci della nostalgia; che si sono sentiti soli ed abbandonati a s stessi in mezzo a gente straniera di cui non parlavano la lingua e di cui sovente non concepivano neppure le abitudini; che hanno incominciato in genere l'esistenza dagli ultimi gradini, in una atmosfera di dramma, tra difficolt e sacrifizi, tra ostilit ed indifferenze, incalzati dalla necessit, malmenati dalla concorrenza, ostacolati dal favoritismo, spesso insultati per la loro stessa nobile miseria, quasi sempre sfruttati per la loro condizione di stranieri bisognosi di pane e di lavoro.
Erano i figli senza madre. 1 bastardi dell'internazionalismo. I cavalieri della Miseria. I Krumiri del proletariato. I cinesi della razza bianca.
La patria li lasciava andar via. Se a volte la nazione palpitava per la loro sorte, si trattava dell'emozione di un istante. Il flotto continuava a travasare ogni anno ed il paese pareva abituato a lasciarsi svenare. S'aveva quasi l'impressione che l'Italia ignorasse questa sua formidabile piaga. La Madre vedeva andar via i suoi figli ad occhi asciutti. La letteratura che spulciava le tende dei salotti, non cercava i personaggi dei suoi romanzi e dei suoi drammi in mezzo ai cenci dell'emigrazione, quasi che quegli stracci non facessero parte dello scenario della nazione. La politica che rifuggiva dai problemi formidabili ignorava questa massa che espatriandosi non pesava nei ludi elettorali. Gli emigranti italiani non erano solo i paria dell'Argentina, del Brasile, dell'Australia, degli Stati Uniti. Erano i paria dell'Italia medesima. Solo l'Italia fascista ha sentito la tragedia ed ha detto: Basta!
E gli emigranti non si sono dimenticati della patria lontana! Ed hanno continuato ad amarla! Ed hanno partecipato con dolore alle sue pene, con gioia alle sue fortune! Ed hanno risposto col sangue dei loro figli e con l'oro dei loro risparmi al richiamo della Madre! Emigrante! Nobile e santa figura d'italiano alla quale la patria erige un grande altare nel cuore delle nuove generazioni. Oggi l'emigrazione italiana si  costituita in America e negli altri paesi una piattaforma di patrimoni e di interessi che assicura alla massa degli emigranti una dignit sociale ed un valore economico d'importanza considerevole, ma venticinque, trent'anni fa gli emigranti italiani erano solo un gregge che andava per le vie del mondo. In mezzo a questo gregge d'allora scelgo quattro profili che hanno per sfondo la regina delle Antille.
.
Oreste Ferrara.  uno dei tanti emigranti d'Italia. Frequentava l'universit di Napoli in quell'epoca nella quale la giovent borghese della vecchia capitale partenopea affollava le aule universitarie per ambizione di un titolo accademico che schiudesse le porte dell'avvenire. Era una generazione piena di intelligenza vulcanica per la quale il respiro politico-economico della patria da poco costituita e governata da piccoli uomini di provincia era troppo angusto. Non c'era posto per tutti. E la forza rigogliosa della natalit aumentava i concorrenti. Le sirene d'oltremare invitavano i pi animosi. Oreste Ferrara fu fra quelli.
Era una sirena rivoluzionaria che chiamava a raccolta i giovani d'ardimento sui campi di battaglia dell'indipendenza greca. Il giovane avvocato napoletano inizi la sua carriera come garibaldino dell'insurrezione di Candia. Poi, deposto il moschetto del volontario, part per Nuova York che offriva allora ai contadini d'Europa le praterie del Far West e le miniere della California. Il neo avvocato poteva partire come tanti altri per le zone ancora incolte degli Stati Uniti, dove avrebbe potuto trovare la morte per inedia o diventare magari grande fabbricante di carne in scatola. La causa di Cuba che lottava allora per la sua indipendenza lo attrasse. Fu ancora una volta garibaldino. Sbarcato con pochi compagni nelle foreste della grande Antilla si distinse per intrepidit nel pericolo, impeto nei combattimenti, resistenza fisica alla fatica, soprattutto per il fascino che esercitava sugli altri e per l'intelligenza con cui conduceva a termine le missioni pi difficili.
Uno dei capi della rivoluzione cubana, il Gmez, lo volle presso di s e dopo il trionfo della rivoluzione gli affid un incarico di fiducia nella provincia di Santa Clara. Si svilupp cos la carriera romanzesca di questo napoletano. Deputato al parlamento cubano, sovrasta tutti i colleghi per grandezza d'ingegno, splendore d'eloquenza, solidit di cultura, fermezza di carattere, slancio ed abilit nel dominare la lotta politica. Eletto presidente della Camera ne dirige i lavori per dodici anni consecutivi acquistando nel paese tale popolarit che avrebbe potuto essere eletto per acclamazione di popolo Presidente della Repubblica se l'essere nato a Napoli non gli interdicesse, per un articolo della Costituzione, la suprema magistratura.
Avvocato principe, grande finanziere, professore universitario di diritto pubblico, giornalista, scrittore, tribuno, rappresentante della Repubblica all'Aia ed a Ginevra, possessore di una fortuna personale valutata in diversi milioni di dollari sulla quale anche gli avversari politici non hanno nulla da dire, Oreste Ferrara occupa oggi uno dei posti pi delicati della politica cubana, quello di ambasciatore a Washington, cio di rappresentante e difensore della sovranit di Cuba presso la grande Repubblica che minaccia col suo imperialismo tutti i paesi del Centro America e che ha gi sull'isola una ipoteca diplomatico-economica di notevole gravit.
Oreste Ferrara non  fascista e non si pu fargliene un aggravio, trattandosi di un uomo politico e di un ambasciatore di Stato straniero. Beneficiario di una legge che riconosce la nazionalit cubana ai rivoluzionari della guerra d'indipendenza, Oreste Ferrara non ha mai rinunziato ufficialmente alla nazionalit italiana. Qualsiasi iniziativa italiana lo ha trovato sempre pronto a rispondere con animo generoso. Innumerevoli italiani sono stati aiutati da lui. Massone della massoneria americana, liberale del liberalismo americano, leader anzi per lungo tempo del partito liberale cubano, egli non ha rinunziato a tutto il suo passato dottrinario e politico, per non ha mai voluto entrare nelle schiere antifasciste che hanno pi volte sollecitato il suo appoggio. Ufficialmente egli dichiara di considerare il governo fascista il governo legale dell'Italia, accettato dalla nazione, ratificato dalle Camere, prescelto dalla Corona ed a questo concetto ispira la sua condotta. Di fatto egli ha troppa sensibilit e troppo ingegno per non rendere omaggio all'Uomo ed alla dottrina che hanno salvato l'Italia dal baratro e l'hanno avviata verso la grandezza. Il magistrale discorso che questo principe dell'eloquenza pronunzi a bordo della nave Italia, alla presenza dell'ambasciatore fascista S. E. Giuriati, fu un gran grido d'italianit che commosse quanti l'ascoltarono. L'eco non ne  ancora svanita nel cielo luminoso di Cuba.
La situazione di Oreste Ferrara di fronte all'Italia  quella di un buon italiano che  fiero della sua patria ed onora all'estero la sua razza. I vari Salvemini non sono riusciti a rimorchiare quest'uomo di grande ingegno sul quale Nitti aveva fondato chiss quante speranze!
.
Aldo Baroni. Emiliano. Studente universitario anche lui partecip alle lotte politiche dell'Emilia contro i socialisti dell'onorevole Berenini. Implicato in vicende di sapore squadrista e soffocato dalla concorrenza professionale nel Parmense, emigr nel Venezuela, poi a Cuba e per ultimo nel Messico dove, entrato nel giornalismo, si distinse ben presto fra i polemisti pi battaglieri. La rivoluzione di Carranza lo trova capo di Stato Maggiore dell'esercito rivoluzionario, ma gli orrori della lotta politica disgustano la sua anima italiana che anche nella contesa di parte vuole un certo stile ed il rispetto delle leggi elementari di umanit.
Ritornato a Cuba si getta a capofitto nella battaglia giornalistica. Espulso dall'Isola per una campagna violentissima contro la corruzione della vita amministrativa, ritorna in Avana dopo la caduta del governo avversario e vi si afferma giornalista di raro valore. Dopo aver fondato l'Heraldo dirige oggi uno dei pi grandi quotidiani della Repubblica, El Pais.
Fascista e ricco d'italianit, Aldo Baroni contribuisce notevolmente con la sua opera quotidiana a controbattere la propaganda antifascista della stampa radicale ed a rendere sempre pi amichevoli i rapporti italo-cubani. Rappresenta degnamente in Avana la nostra gente.
La lotta che questo connazionale - cresciuto ed educato in Italia - deve aver sostenuto non solamente per farsi strada in un paese straniero ma anche per acquistare una tale padronanza della lingua spagnuola da diventare una delle penne pi brillanti e pi mordaci del giornalismo centro-americano, questa lotta drammatica egli si compiace di riassumerla in qualche battuta di spirito. Ma chi lo ascolta la immagina. E stringe con vigore la mano del self made man che s' fatto strada in terra straniera senza dimenticare la sua patria.
.
Ettore Avignone. Milanese. Frequentava la facolt di medicina quando un amico residente a Buenos Aires lo invit ad abbandonare il Naviglio per il Rio de la Plata. Erano quelli i tempi dell'emigrazione torrenziale verso l'Argentina. Lo studente Avignone riceve tra capo e collo una piccola eredit - s e no quindicimila lire - che egli converte in chinino, cotone idrofilo ed altri medicinali e parte per l'Argentina. Durante otto anni batte le pampas come fornitore di prodotti farmaceutici e raggranella cos una piccola fortuna con la quale ritorna a vedere el Domm.
Ma ormai l'oltremare ha sedotto l'ex studente e dopo un anno di soggiorno in Italia riparte per l'America. Si ferma questa volta alla Avana. Vi vive ormai da quarant'anni, durante i quali ha creato una forte Casa di commercio che  circondata dal rispetto generale per la sua seriet e correttezza. Possessore di una grossa fortuna, console onorario d'Italia da oltre dieci anni, uomo colto, distinto, stimatissimo in tutti i ceti sociali, l'Avignone  oggi un bel tipo di vecchio signore sull'ottantina ma ancora saldo in gamba che ostenta una testa fotogenica di senatore romano.
Eccellente italiano, egli incarna il tipo del vecchio lombardo laborioso che sa essere buon cittadino, buon commerciante, buon padre di famiglia.
.
Salvatore Peruso. Contadino siciliano parti da Catania cinquant'anni fa con un sacchetto sulle spalle ed un coltello in tasca. Era analfabeta. Oggi legge e scrive l'italiano, l'inglese e lo spagnuolo. Manovale in Tunisia, raccoglitore di gomma in Bolivia, cercatore di pozzi di petrolio nel Messico e cercatore d'oro in Alaska, il Peruso conosce i campi petroliferi messicani come la sua casa. Sa che cosa vuol dire dormire sulla nuda terra all'aria aperta vagare per mesi e mesi in mezzo alle petraie sotto un sole ardente, in lotta perpetua contro gli indios ostili e contro i bandoleros bianchi pi traditori e feroci degli indigeni. Sa il lungo tormento della fame in mezzo a sterminate solitudini e l'orrore della malattia quando si  soli sotto una tenda a migliaia di chilometri dalla patria. E la Morte sembra pi terribile. Diverse Compagnie si sono arricchite coi pozzi che egli ha individuato. Il siciliano ha dovuto contentarsi delle briciole.
Le economie raggranellate durante venti anni di Messico gli hanno permesso di comperare sulla costa cubana una piccola piantagione che egli ha poi ingrandito. Vive l patriarcalmente in mezzo ad un esercito di palme, insieme con la compagna della sua vita, una messinese figlia di un minatore morto per una esplosione di petrolio. Fervido fascista ha nell'atrio della sua casa un ritratto monumentale del Duce che deve essere il risultato di non so quanti ingrandimenti.
- Nel 1934, - m'ha detto testualmente il Peruso, mentre la vecchia moglie annuiva col capo - venderemo tutto e ci ritireremo in Italia.
- Perch proprio nel 1934? - ho chiesto.
- Non ha detto il Duce che fra il 35 ed il 40 sar un periodo di grandi avvenimenti? Mussolini non si sbaglia mai! Vogliamo essere per quell'epoca in patria.
E la buona moglie confermava col capo canuto le parole del compagno. Le sue mani rugose e tormentate avevano il blasone di un lungo lavoro.
- Non avete figli?
- Ne avevamo uno, ma  rimasto laggi...
- Nel Messico.
- No, sul Carso.
Le pupille della vecchia madre italiana si stemperano improvvisamente in un tremor di lagrime.
- Abbiamo dato all'Italia ci che avevamo di pi caro, nostro figlio - aggiunse il vecchio - e se non c'era Lui il nostro sacrifizio sarebbe stato inutile.
Istintivamente guardai anch'io l'effigie pensosa del Duce che dominava la piccola casa dinanzi al grande azzurro del Mar dei Caraibi. E mi parve che una luce astrale illuminasse il volto dell'Uomo straordinario al quale milioni di italiani hanno eretto un altare nel loro cuore.
Le palme delle Antille sventagliavano la solennit della sera.
...
.
...
LA LOCANDA DELLA MORTE.
...
.
...
In quel punto del porto di Avana dove il quartiere della Borsa, delle grandi Compagnie di Navigazione e delle banchine adibite al servizio passeggeri, cede il posto ad un altro quartiere meno elegante che fronteggia le calate dei velieri ed i moli dei vapori commerciali, le strade cittadine hanno conservato l'aspetto sordido dell'epoca coloniale. Grandi casoni di pietra, quasi tutti provvisti di corte interna, serrano nella loro ombra le viuzze strette dai marciapiedi microscopici sui quali innumerevoli botteguccie di rivenduglioli e di rigattieri snocciolano le loro povere vetrine rifornite dalla Miseria.
Ogni tanto sei o sette aperture sono occupate da un unico magazzeno spagnuolo che  rimasto fedele ai sistemi commerciali del tempo antico. In mezzo a centinaia di barili oleosi, di casse bisunte, di balle incatramate, di cestoni impagliati e di damigiane che odorano fortemente di vino grosso, si vede la scrivania preistorica del padrone del fondaco - un gallego od un catalano - che sbriga la sua contabilit rudimentale su scartafacci lerci ed annosi. Enormi ragnatele penzolano dai soffitti. Grossi topi di chiavica fanno capolino negli interstizi delle casse o saettano rapidi verso il portone opposto. Giovanotti delle Canarie e delle Asturie, immigrati di fresco, con i torsi nudi e sudati, sfacchinano dalla mattina alla sera in quei fondaci di un altro secolo, aspettando il tramonto per far l'amore sotto le acacie della Plaza del Ayutamiento con la serva compaesana ed evocare, fra un pizzico ed una carezza, l'agreste poesia del pueblo natale. Solidi carri tirati da muli potenti empiono tutto il giorno di fragore le viuzze, caricando e scaricando dinanzi ai magazzeni. Di quando in quando una vecchia chiesa od un antico convento rompono con un'arcata di pietra o con una teoria di grate il pullulare delle botteghe. Chi passa non sa se quella parentesi d'ombra e di silenzio lo conforti o lo addiacci!
Poi il quartiere fa un gomito seguendo l'andatura del porto e le vie diventano ancora pi strette, le botteghe pi piccole, pi numerose e pi lercie. Le finestre basse dei mezzanini lasciano vedere suppellettili miserabili, lettucci di ferro, brocche arrugginite, vecchi scamiciati, donnette discinte, pallide ragazze dagli immensi occhi di mulatta. L gli ebrei russi e polacchi hanno i loro bizzarri negozi di robivecchi nei quali s'ammassano gli stracci degli emigranti e dei marinai; l i cinesi trovano modo di avere uno dei loro incredibili buchetti di fruttivendolo o d'ortolano che non di rado mascherano il pi lucroso commercio dell'oppio, la propaganda politica del Kuo-Ming-Tang ed il favoreggiamento dell'immigrazione clandestina gialla; l spesseggiano le bettole, la taverne, le distillerie illegali, certi negozi di barbiere che sono il ricettacolo di tutta la teppa del porto e delle navi e hanno la loro sede indefinibili alberghi per emigranti, i quali sono nel medesimo tempo locanda, trattoria, ufficio di collocamento, fornitori di postriboli, antro di ricettatori, nascondiglio di pregiudicati.
 precisamente in una di queste fondas che chiameremo la Fonda de la Muerte che ho preso l'abitudine di andare ogni giorno con la scusa di un rinfresco tropicale, per osservare da vicino questo bizzarro mondo di osti, di maneggioni, di banditi, di emigranti, nel quale il caso mescola caoticamente onesti campagnoli d'ogni paese d'Europa con tipi pittoreschi d'infingardi professionali, con sinistri sfruttatori delle miserie altrui, con lestofanti d'ogni risma e colore, con autentici criminali capaci per poco denaro dei pi mostruosi delitti. Io ho una certa predilezione per queste locande di suburra cosmopolita, nelle quali quasi fanciullo portai in giro l'ingenuit sedicenne nutrita di poesia nei primissimi anni del mio vagabondaggio per il mondo, quando avevo la fortuna di sfiorare da vicino il vizio senza accorgermi della sua presenza e di rischiare una coltellata senza rendermi conto che fosse vicina. A volte scorgo in questi antri un ragazzo nel quale mi pare di riconoscermi e se posso gli d una mano perch esca in tempo dalla trappola.
La Locanda della Morte ha un ingresso quasi decente che comunica da una parte con una trattoria ispano-cinese frequentata specialmente dai marinai dei velieri antillani di cabotaggio e dall'altra immette in un vasto cortile pieno di carri, di botti vuote, di casse vecchie e di mille cianfrusaglie fra le quali l'occhio distingue uno scheletro di automobile, un'ancora arrugginita ed una bombola senza tappo di acido cloridrico. Nel mezzo del cortile una magnifica palma di Cristo erge il suo fusto smilzo e levigato e poi apre all'altezza del primo piano il suo radioso ventaglio verde, opulento, teatrale;  questa l'unica ricchezza della bolgia.
Una scaletta di legno, aggraziata dagli sbrindelli incolori di un ex tappeto rosso, conduce al primo piano dove sono situate le stanze dell'albergo, una trentina di topaie con le finestre sul cortile. Un altro blocco di stanzette si trova sul terrazzo, riservate queste agli ospiti pi pezzenti o pi bisognosi di star nascosti. In caso di necessit i tetti vicini offrono numerose vie di scampo.
L ho fatto conoscenza con due italiani, i quali, dopo aver pagato a Genova diecimila lire per imbarcarsi clandestinamente verso l'America, via Marsiglia, si trovano da ben cinque mesi all'Avana in attesa di ripartire per gli Stati Uniti sopra una delle barche a vela che fanno il contrabbando d'emigranti tra Cuba e la Florida. Questi due connazionali sono contadini del Friuli, un po' rozzi e sempliciotti, ma basta guardarli in faccia per accorgersi che si tratta di brava gente, onesta, laboriosa, economa, la quale si  lasciata abbindolare da quelle autentiche arpie che sono i favoreggiatori dell'emigrazione clandestina, veri vampiri umani che succhiano il sangue dei disgraziati campagnuoli e montanari, sfruttando la loro credulit e frodandoli delle loro sudate economie per lanciarli allo sbaraglio verso la miseria, l'ospedale e non di rado la morte.
Questi due poveri friulani hanno ora incaricato i loro padroni di vendere il pezzetto di terra che avevano lasciato alla loro vecchia madre in quel di Cividale, per avere il denaro necessario al ritorno. Per cinque mesi hanno vissuto nella Fonda de la Muerte consumando dollaro a dollaro il loro modesto peculio nell'aspettativa del loro turno d'imbarco, turno che non arrivava mai perch i traghettatori clandestini ed i padroni delle locande formano un'unica associazione di delinquenti la quale non si preoccupa d'altro che di assorbire in una maniera o nella altra il denaro degli emigranti. Una volta che l'emigrante a forza di aspettare dall'oggi al domani ha intaccato il costo del passaggio clandestino  inesorabilmente condannato a lasciare nella locanda fino all'ultimo centesimo e quando non pu pi pagare,  buttato in strada oppure  assoldato dai negrieri per ingannare altri disgraziati.
Migliaia di poveri diavoli sono cos turlupinati tragicamente in Avana da quando questo porto  diventato, in seguito alla chiusura degli Stati Uniti, uno dei centri strategici dell'emigrazione clandestina. La maggioranza delle vittime sono spagnuoli e polacchi, ma anche non pochi italiani finiscono negli artigli dei negrieri moderni.
Gli sfruttatori battono le campagne nelle annate di cattivo raccolto preferendo i luoghi pi incolti e pi lontani dal centro, dove l'umanit  meno smaliziata e scegliendo quei paesotti un abitante dei quali sia riuscito a penetrare negli Stati Uniti per la via di Cuba. Forti di questo precedente, essi ingannano l'emigrante assicurandogli che l'ingresso a Cuba  libero il che  vero e che da Cuba si pu partire liberamente per gli Stati Uniti il che  anche vero, ma solamente per i cubani che hanno il passaporto cubano in perfetta regola. Non per gli stranieri. Gli sfruttatori aggiungono che in caso di difficolt imprevedibili la stessa Cuba offre mille possibilit di collocamento, il che  falso, perch la mano d'opera agricola  limitata al taglio della canna da zucchero ed  monopolizzata dai neri di Giamaica e di Haiti i quali lavorano come bestie per pochi centavos al giorno in condizioni assolutamente insopportabili per un bianco.
E quando l'emigrante tentenna, il mercante di carne umana tira subito fuori la sua brava carta geografica e mostra al disgraziato il brevissimo spazio di mare che separa la costa di Cuba dalla Florida.
- Una notte di mare! Vi sono mille barche a vela che possono portarvici! Ogni notte dieci, venti velieri fanno il tragitto per sbarcare gli emigranti in un angolo deserto degli Stati Uniti donde potete andare dove volete!
La verit  ben diversa. Non solamente bisogna fare i conti con la polizia cubana che sorveglia le partenze e con la polizia nord-americana che controlla minuziosamente la costa rimandando inesorabilmente indietro gli emigranti dopo un soggiorno pi o meno lungo in carcere; non solamente bisogna contare con gli innumerevoli pericoli di una navigazione sopra una fragile barca in un mare insidiosissimo qual' il canale di Florida, costantemente battuto dai venti e dai cicloni e giustamente considerato pericoloso anche per la navigazione a vapore; ma bisogna soprattutto fare i conti con i banditi che disimpegnano questo servizio clandestino i quali esigono somme fantastiche - da cinquecento a mille dollari - per la traversata del canale e sovente, dopo avere intascato la somma, fingono di essere stati scoperti e di dover tornare indietro, oppure abbandonano l'emigrante sopra un isolotto deserto dei Caraibi, di quelli che scompaiono con l'alta marea e quando sanno o suppongono che il passeggero abbia altro denaro addosso lo sopprimono senz'altro in alto mare e ne buttano il cadavere ai pescicani che infestano il litorale di Cuba,
Quanti partono cos e di loro non si sa pi nulla; quanti scompaiono cos senza lasciare nessuna traccia del loro imbarco per la stessa natura clandestina dell'impresa!
La polizia cubana combatte vigorosamente l'idra dei favoreggiatori clandestini, ma l'idra ha troppe teste per essere distrutta totalmente. I moderni mercanti di carne umana sono peggiori degli antichi negrieri che trafficavano nelle Antille l'ebano vivente. La loro audacia  eguagliata solo dalla loro ferocia. Stroncano una vita giovane per cento dollari ed anche meno! Gli abissi del golfo del Messico, i banchi del canale di Florida e le scogliere spugnose dell'isola conservano il segreto di raccapricianti tragedie delle quali furono testimoni solo le paurose solitudini di mare. Una pugnalata a tradimento, un grido che si perde nella notte ed  finito...
Proprio ieri, mentre mi trovavo alla Locanda delia Morte, la polizia cubana ha arrestato un tal Sarnedo, padrone di barca a vela e filibustiere professionale, accusato d'aver imbarcato clandestinamente quattro persone le quali da cinque mesi non danno pi notizia della loro esistenza; costoro non sono pi tornati a Cuba, non sono mai arrivati negli Stati Uniti dove erano attesi dai loro familiari. Sono scomparsi nell'ombra di un piccolo veliero, nel gran silenzio di una notte delle Antille.
Fu una scena drammatica. Sullo sfondo romanzesco della Fonda de la Muerte, in mezzo al fuggi fuggi dei numerosi inquilini che non vogliono avere a che fare con la polizia, in mezzo allo sgomento dei poveri emigranti fra i quali ve n'erano cui toccava il turno d'imbarco quella stessa notte, i parenti delle vittime - uomini stravolti, donne scapigliate e piangenti - hanno investito il negriero che nel volto feroce e negli occhi sinistri rivelava la bassezza della sua anima criminale. In un disperato tentativo di fuga il brigante s'aggrapp alla palma squassandola violentemente e la frenetica agitazione delle foglie interpret teatralmente l'orrore della scena. Veramente mi parve in quel momento di rivivere un episodio di altri tempi, quando la carne umana era una merce volgare a disposizione del trafficante pi astuto e pi crudele.
La notte del 2 Agosto altri otto italiani s'erano imbarcati cos a bordo di una lancia a benzina appartenente a tal Frank Middleton per raggiungere la costa della Florida. A mezzo percorso il motore esplose. Quattro italiani sparirono in pezzi nei gorghi del canale. Gli altri quattro, riusciti miracolosamente ad aggrapparsi ad una delle boe luminose del canale, furono raccolti il giorno dopo dal piroscafo Cuba. I superstiti non hanno potuto nemmeno dare i nomi dei loro disgraziati compagni perch in questo piccolo mondo degli emigranti clandestini si vive in stato di perenne diffidenza come in una muta di lupi.
Le carte di uno degli scomparsi dicono che egli era di buona famiglia, bravo soldato in guerra, bravo cittadino in pace, diplomato in licenza liceale. Il miraggio dell'America lo ha fatto cadere nelle panie dell'emigrazione clandestina. Lascia la moglie e due bimbi. Quanto agli altri tre hanno portato il loro pietoso segreto nel profondo degli abissi. Le loro disgraziate famiglie li aspetteranno chiss per quanto tempo!
Ventiquattro ore dopo la sorpresa della polizia, la Fonda de la Muerte ha ripreso il suo aspetto abituale di tranquillo ed onesto albergo per gente povera. Qualche emigrante ammaestrato dal caso Sarnedo  andato via rinunziando al passaggio del canale. Altri sono arrivati stamane coi corrieri di Vigo e di Bordeaux. Il padrone  in giro pei suoi loschi affari di emigrazione clandestina e di contrabbando e la padrona - una meticcia grassa e matronale - ha ripreso il suo posto consueto di can di guardia sul portone d'ingresso. Sprofondata in una enorme sedia a dondolo passa cos l'intera giornata con gli occhi socchiusi ed il corpo abbandonato. Pare che dorma in permanenza ma il suo sguardo di gatta cova tra le ciglia gli andirivieni della porta, della trattoria e del cortile. Il volto cinquantenne conserva le traccie di una bellezza che non dovette essere disprezzabile, bellezza di meticcia solida e prosperosa, tostata dal sole del Tropico nei campi di canna. Ormai l'adipe sommerge nel volto le linee antiche ed il corpo tradisce sotto la veste il disastro di una frolla pinguedine.
Di tanto in tanto la figlia fa capolino sulla soglia di un uscio, sudicia, spettinata, discinta, ma con due occhi di zingara carichi di tutto il fascino atavico dell'Andalusia e dell'Africa. Si direbbe che il suo corpo felino serpenteggi dentro la stoffa, e le gambe, scalze hanno il color bruno-dorato delle prugne di Provenza quando stanno per maturare. Manolita sbriga nella locanda una quantit di faccende: serve, spia, corrompe, cucina, tiene i conti, rammenda il bucato, legge l'avvenire nelle carte e nei fondi di caff: ora sorridente come una ingenua, ora torva come una furia, ora monella, ora svenevole, ora indiavolata come una gitana, a seconda del momento e della parte che rappresenta. Spesso suo padre la picchia ed essa si vendica schiaffeggiando sua madre la quale, troppo grassa e troppo pigra per ribattere, invoca sul capo della ragazza tutte le maledizioni dei santi e le collere dell'inferno. Diversi filibustieri che frequentano la casa sono pazzi per Manolita e nelle notti ardenti delle Antille essa si d ora all'uno ora all'altro negli angoli del cortile nero e silenzioso, sulle casse dure, sullo strame delle rimesse, contro una parete o lo spigolo di un muretto. A volte gli aspiranti si contendono a coltellate i suoi baci, ma il fatto di sangue non esce dalla locanda. Non di rado un giovane emigrante che s'annoia aspettando il suo turno, tra la nostalgia del paese natale ancora fresco nella memoria ed i castelli in aria della terra promessa che lo aspetta, sente due nocche che bussano all'uscio nel silenzio della notte.  Manolita che ha un capriccio per i colori accesi di un montanaro o per gli occhi a mandorla di un pescatorello siculo di passaggio. Altre volte il capriccio non c', ma c' il portafoglio di un ospite danaroso e romantico che il padre desidera si vuoti nella locanda.
Un sardo, che per sette mesi ha vissuto nella Fonda de la Muerte, riusc a piegare la meticcia al suo dominio. Oggi egli ha messo su bottega d'orologiaio nella provincia di Camagey, ha preso moglie ed ha un amor di bimbetto che si chiama Italo. Ma non ha dimenticato la meticcia tropicale dagli occhi di zingara che, tradendo suo padre e la sua azienda, lo scongiur una notte tra i baci e le lagrime di non partire all'indomani per la Florida sulla barca La Sevillana.
Il disgraziato che part al suo posto non  mai arrivato agli Stati Uniti e non  pi tornato a Cuba!
- E la polizia non pu chiudere questa taverna? - ho chiesto una sera al sardo.
- Si tratta di una organizzazione di prim'ordine - m'ha risposto - che salva perfettamente le apparenze e non lascia traccie delle malefatte. Eppoi...! Ora il presidente Machado ed il ministro Zayas Bazn hanno messo ordine in cento cose, ma prima queste locande avevano i loro uomini in mezzo agli stessi poliziotti. Il padre di Manuelita era un grande elettore del quartiere e benefiziava di potenti appoggi all'ombra dei quali le inchieste pi gravi finivano in un "non luogo a procedere"! Ogni volta che io mi fermo ad uno dei tavolini della trattoria ispano-cinese, in quelle ore canicolari del pomeriggio nelle quali i pochi clienti s'addormentano sulle seggiole e nel silenzio generale s'ode solo la stormire della grande palma che sventaglia le mosche nel cortile deserto, ogni volta ascolto con sgomento il fruscio di quelle foglie che conoscono i segreti delle stanze e delle scale, di Manuelita e dei suoi ganzi, il segreto di tanti e tanti poveri diavoli che sono passati di qui e che ora non si sa dove siano... Perpetuamente le foglie raccontano al vento della baia ci che hanno visto ed udito... Drammi di ieri, tragedie d'oggi... Ma l'uomo non capisce il linguaggio delle foglie...
Ogni vapore porta nuovi emigranti. In mezzo ad essi Manuelita sceglie i suoi favoriti di un'ora ed il canale della Florida le sue vittime per l'eternit.
...
.
...
IL CASTELLO DELLE SCIMMIE.
...
.
...
Due chilometri fuori d'Avana, dopo il sobborgo Cerro, alla fine di un lungo viale di palme, la strada fa un gomito brusco e proprio nella piegatura v' un'alta cancellata di ferro che ostenta un enorme chiavistello. La porta  chiusa. Per farsi aprire bisogna attaccarsi ad una maniglia arrugginita che si smuove con difficolt; si sente allora trillare una campanella lontana.  un suono d'altri tempi e d'altri luoghi che fa pensare ad un convento di clausura. Il trillo erra pigramente nel giardino. Si direbbe che svolazzi e che accompagni le farfalle nei loro vagabondaggi di cespuglio in cespuglio. Poi un vecchio sbuca da un viale con una corserella che d pena a chi guarda e quando  arrivato mi domanda con aria quasi brusca:
- Ustd desea?
- Vengo a visitare il castello. Dite alla signora che sono la persona di cui le ha parlato il marchese Soler.
L'uomo attenua il suo cipiglio ma mi lascia fuori mentre dalla vicina portineria telefona al castello. Di laggi debbono averlo autorizzato a lasciarmi passare, perch diventa subito sorridente e servizievole - lo si direbbe un cane - e con un gran mazzo di chiavi apre faticosamente le numerose serrature che sbarrano l'ingresso.
- Passi! Passi! Caballero!
L'uomo va innanzi, un po' curvo, agitando quel grosso mazzo di chiavi che fa inclinare da un lato il suo corpo miserabile. Via via che avanziamo il gran giardino tropicale spiega il suo scenario di palme, di cedri e di bamb.  un vecchio parco signorile, un po' abbandonato, un po' troppo arso dal sole, ma ancora bello, anzi pi bello cos perch il suo aspetto stanco ed impolverato s'armonizza con l'ardore della canicola tropicale, col polverone delle strade, con l'arsiccio della campagna circostante, col personaggio umano, infine, che abita il luogo.
Il vecchio disdegna i piccoli viali ombrosi e segue il vialone d'onore che  rutilante di sole; forse crede cos di rendermi omaggio; forse vuole farmi ammirare una grande statua di centauro che sgroppona in mezzo ad una mareggiata di bamb od un gruppo di trampolieri rosa che fanno gli equilibristi sopra una sola zampa dinanzi alla specchiera di una vasca.
Giunti ad una specie di spianata uno squitto di scimmie e di pappagalli saluta il visitatore ed il castello presenta la sua massa bizzarra.  un castello moderno che non ha avuto ancora tempo d'invecchiare. Da una parte ha proprio l'aria di un maniero, non di quelli che ergono le torri paurose sui fianchi di un monte, ma di quelli pi mansueti e romantici che gli scenografi dipingono per il terzo atto di un'opera drammatica. Ci sono le torri ed i merli. C' il poggiuolo classico col balconcello per la serenata d'amore. Salve dimora casta e pura! Dov' Margherita? Dalla parte opposta invece i merli e le torri muoiono in una grande terrazza invasa dai rampicanti e l'edilizia medievale si trasforma nell'architettura tipica della casa coloniale spagnuola, come ce n'erano tante a Cuba, come ce ne sono ancora tante a Fernando P.
Il capriccio della castellana ha voluto creare l un grande giardino a gradinate, mezzo italico e mezzo francese, con vasche e statuette, con cornici di muratura e lontane reminiscenze del Lussemburgo, ma la vegetazione del Tropico  troppo abbondante e troppo grassa per questo tipo di giardino e le linee classiche si stemperano in un molle e vago disordine di foglie che evoca la svenevole e dolciastra bellezza delle meticcie.
Il vecchio mi lascia in un vasto salone.
- La signora verr fra qualche minuto!
Il salone occupa tutto il pian terreno del castello. Non  un salone solo: sono cinque grandi sale, delle quali una serve da stanza da pranzo ed un'altra da biblioteca, ma secondo l'usanza tropicale gli ambienti non sono separati da muri. Solo qualche pianta e qualche spunto di tenda accennano le divisioni, in modo che nessun ostacolo si oppone alla brezza da qualunque parte essa soffi. Di qua e di l venti e pi porte s'aprono sul giardino. Foglie e fiori sono i tendaggi del luogo. Le libellule scambiano per veri i fiori finti delle tappezzerie e prillano lungamente tra i quadri ed i lampadari prima di decidersi a tornare in mezzo al verde.
Osservo i muri, i soffitti ed i mobili. I muri sono coperti da affreschi pagani nei quali nudi rosati bamboleggiano in mezzo a trionfi di palme e di azalee, ma quei nudi femminili sono troppo teneri e troppo biondi per quelle foglie tropicali e per quei fiori della zona torrida fatti per incorniciare bellezze ambrate e moresche, pi carnali e meno serafiche. I soffitti sono copie in stucco, in legno dorato del cielo raso spagnuolo, a cassoni poco fondi. Debbono essere costati un patrimonio e attestano il pio sentimento di chi ha voluto trapiantare nell'arcipelago dei Caraibi un po' della vecchia e lontana Castiglia, donde vennero i padri.
Colpiscono soprattutto i mobili per la mescolanza di vetuste e massiccie suppelletili intagliate in legni di caoba e di ebano con frivoli mobilucci moderni di fattura parigina; gli uni e gli altri piuttosto vecchi, trascurati, scoloriti, con i damaschi stinti, le dorature sbocconcellate o addirittura zoppi e monchi di un pezzo.
Nel centro del salone s'erge una specie di chiosco cubiforme, tappezzato con portiere d'India. Non si sa che cosa sia; vien fatto di pensare al palcoscenico di un teatrino, per a ficcare il naso dentro l'unica porticina si scopre un amore di salottino turco. Preziosi tappeti ed artistiche lampade di rame battuto fanno corona ad un'ampia ottomana, piena di cuscini di cuoio e di velluto che evocano l'Oriente dei deserti e l'Oriente dei maragi. La luce che filtra dall'alto attraverso i piccoli vetri rossi e violetti, mantiene il locale in una penombra di moschea. Uno non si meraviglierebbe di vedere sbucare improvvisamente una odalisca ed accenderebbe con naturalezza un po' di incenso nei bruciaprofumi che ornano gli angoli e che pare anelino da tanti anni il profumo delle resine che nel lontano Levante accompagnano e talvolta sostituiscono l'amore.
.
La proprietaria del castello  una ricchissima signora cubana, multimilionaria di dollari, che fu assai bella ed am la vita. Parigi e Nizza l'ebbero per venti anni fra le loro elegantissime. Montecarlo la vide fra le sue giocatrici pi disinvolte e Capri l'ospit lungamente in una sua villa a mare che echeggiava la notte di suoni e di canti e turbava i pescatori delle paranze. Cento storie si raccontano sulla sua bellezza ed  difficile in mezzo alle cento sapere quali siano le vere. Difficile ed inutile. Un pittore ha fissato in un affresco le grazie giovanili della donna che allora aveva il viso suggestivo delle creole e gli occhioni vellutati del Tropico. Ormai  rimasto solo l'affresco che adorna il chiosco turco, dov' la grande ottomana coi vecchi cuscini.
La signora del luogo s'occup di politica e fu rivoluzionaria, quando essere rivoluzionari significava a Cuba rischiare la forca. Maceo, Gmez e Marti l'ebbero amica. Teodoro Roosewelt ed il generale Wood trovarono nella sua intelligenza una consigliera accorta e geniale durante e dopo la guerra ispano-americana. Fra i tanti suoi braccialetti ha avuto anche le manette ed ha assaporato l'angoscia degli interrogatori sui quali grava l'ombra del Tribunale Eccezionale di guerra. L'atrio del castello  occupato da un grande affresco nel quale centinaia di cavalli al galoppo accompagnano una bandiera che oggi sventola sul palazzo del Presidente della Repubblica di Cuba e che venticinque anni fa era inseguita nelle forre e nelle macchie dell'isola come insegna di ladroni e di briganti.
Grande viaggiatrice ha percorso il mondo intero, compresa la Patagonia e la Groenlandia, il Tibet e le isole Marchesi e d'ogni paese conserva in una vetrina un oggetto: uno solo: ma  un gioiello.
Difficilmente parla del suo passato, ma se il suo interlocutore imbrocca la mattinata di buon umore, pu ascoltare la cronaca vssuta dalla Pietroburgo mondana degli Zar, l'ospitalit principesca del maragi di Odeypure od il sogno di una notte d'autunno a Bagdad, in mezzo agli aiutanti di campo ed alle uri di Soliman Ibrahim pasci.
Il suo libro prediletto  la Vita di Cristo di Papini... Una scaletta scricchiola. La castellana viene a ricevere il suo ospite di un'ora.
.
Donna Marta  oggi una donnetta mezzo grigia, mezzo bianca alla quale potete dare cinquantacinque come settant'anni: scarna, malvestita, mal calzata, mal pettinata. Della bellezza dell'affresco e di tutto ci che esso sottintende di eleganza e di vanit non  rimasto nulla. Di tutte le relazioni mondane e le amicizie illustri con cui questa donna bella, intelligente e ricchissima ha infiorato la sua vita non  rimasto nulla. Una cartolina ogni tanto, ma sempre pi raramente. Donna Marta divide ora il suo tempo fra cento venti scimmie, quattordici cani, sette pappagalli ed un orso! C'erano delle tigri e degli elefanti ma sono morti. Molti criticano la sua corte odierna di scimpanz e di macacchi. Pochi debbono comprendere il dramma psicologico di questa donna che ha bevuto a tutte le coppe della vita ed ha conosciuto il mondo in tutti i suoi cieli e che, giunta ad un punto della sua esistenza, nella quale tante altre donne della sua condizione si tingono i capelli e magari si pagano un bell'Alfonso o si trasformano in legnose patronesse di una Opera Pia per continuare a primeggiare tra i poveri e gli amministratori, ha voluto invece ritirarsi, ancor bella, dal mondo, prima che la sua femminilit sentisse il peso della vecchiaia che non perdona.
Dotata di sufficiente esperienza per conoscere l venalit degli uomini, forse ammaestrata in corpore vili, s' chiusa nella clausura laica di questa gran villa tropicale piena di ricordi, dalla quale non esce mai e nella quale non entrano visitatori salvo casi rarissimi. Pieno ancora il cuore di tesori affettivi li ha riversati sulle bestie e fra le bestie ha scelto quelle che all'uomo sono pi vicine: le scimmie.
Fa un certo senso questa scelta. Rimpianto? Insulto?
Non esiste al mondo nessuna collezione privata di scimmie che possa gareggiare per numero e per rarit di esemplari con questa di Donna Marta, nella quale dal gorilla e dallo scimpanz si arriva fino a scimmiette microscopiche che paion miniature di capi pellirosse ed a certe scimmiuccie notturne che hanno quasi della nottola. Cinque uomini s'incaricano delle scimmie sotto la direzione di un giovane granatiere che ho poi saputo essere italiano. Dove non si trova un italiano? Illustri professori tedeschi ed americani sono venuti appositamente a Cuba per studiare il castello delle scimmie ed i suoi abitanti. Da venti anni Donna Marta vive coi suoi macacchi ed in questo periodo ha raccolto sulla vita della specie un materiale di osservazioni dirette che per gli studiosi della materia rappresenta senza dubbio un tesoro.
I cani dei dintorni che sanno la larga ospitalit del castello fanno di tutto per penetrarvi. Sono gi quattordici quelli entrati di straforo a far parte della famiglia. I gatti girovaghi hanno ogni giorno un pasto di trippe e di ossa in un angolo della tenuta. Ogni mattina sulle terrazze delle due torri sono fatte grandi distribuzioni di pane e di miglio per gli uccelli. Un accurato ufficio di anagrafe precisa la data di nascita d'ogni bestia, le linee della sua discendenza, le malattie a cui  stata soggetta, le caratteristiche del suo temperamento.
Trecento bambini mantenuti ed educati dalla milionaria in un apposito collegio tolgono a quest'amore per gli animali l'unico lato antipatico che potrebbe avere.
.
Donna Marta ama i suoi macacchi, e gli scimmiotti la ripagano con eguale affezione. Quando la castellana esce sulla spianata del castello, una gazzarra indiavolata si scatena in tutte le gabbie. Ognuna delle scimmie reclama la padrona con urla terribili che sconcertano e quasi impauriscono il visitatore occasionale. Gli chimpanz scuotono freneticamente i cancelli delle gabbie mentre le scimmie minori si contentano di urlare a perdifiato. I cani ed i pappagalli fanno coro. Solo i gatti assistono sdegnosamente al putiferio, chiusi nel loro sussiego professionale.
Appena la castellana si avvicina ad una gabbia ognuna delle scimmie fa quel che pu e quel che sa per dimostrare la sua contentezza, senza desiderare altro compenso che una stretta di mano. Una batte il passo di carica su un secchio, l'altra infila una volata di capriole; una balla il charleston, l'altra si attacca ai manubri e si slancia nelle pi ardite acrobazie. Conchita lava un suo straccetto; Manuelita offre il suo piccolo dal visetto straordinariamente umano; Musm si schiaffeggia; Tony saluta militarmente. Il tutto  grottesco, se volete, ma anche un po' impressionante.
In onore dell'ospite i capocomici della compagnia sono invitati a dar prova all'aria aperta della loro bravura. Vedo cos Bub fumare gravemente la sua pipa: Raul inforcare gli occhiali che gli danno una straordinaria rassomiglianza con l'ex Presidente Taft; Samuel gironzolare in bicicletta pel giardino con la maestria di un campionissimo. Colei che fu la bella e corteggiatissima Donna Marta stringe la mano ai suoi amici pelosi, si fa abbracciare dagli orang-utang pi entusiasti, si fa baciare sulle guancie dagli enormi chimpanz che paiono boschimani della foresta vergine.
V' del tragico e del comico, del grazioso e del ributtante in questa scena, non priva di una certa tristezza e di una buona dose di filosofia.
Donna Marta m'accompagna a visitare la cappella, un piccolo gioiello gotico sperduto in mezzo alle palme. Grandi vetrate raccolgono il sole sfolgorante del Tropico e lo spezzettano in mille lampi nelle tuniche azzurre delle Vergini e nelle carni piagate dei Cristi. Ci accompagnano Samuel, il ciclista, e Bub, il fumatore.
In fondo alla minuscola cappella una Madonnina bianca sorride celestialmente. La vecchia dama si copre con un velo nero che la fa ancora pi insignificante e si genuflette.  ora una povera cosa reclinata, quasi senza vita. Samuel che ha lasciato fuori del tempio la bicicletta s'inginocchia e congiunge le mani come la sua padrona. Bub, pi scimmia, s'accovaccia dopo essersi tolta di bocca la pipa.
Io non so se debbo ridere o star serio. Nel tempietto che le vetrate empiono di mistiche profondit luminose, il gruppo della donna reclinata e delle due scimmie pensose  di una teatralit tragico-burlesca che mi fa correre un brivido pel filo della schiena.
...
.
...
IL SOGNO DI UN GIARDINO TROPICALE.
...
.
...
In Camagey, citt dell'isola di Cuba, alle dieci del mattino, per uno di quei capricci di scrittore che poi l'uomo si rimprovera, avevo voluto assistere all'esecuzione di un bandito; un disgraziato che ne aveva fatte di cotte e di crude su per la montagna e che, trovato da due guardie in un cespuglio con una gamba rotta, era stato pietosamente curato all'ospedale, rimesso in condizione di camminare, rinvigorito con latte e tuorli d'uovo, poi processato secondo le norme della procedura giudiziaria, condannato alla pena di morte secondo le prescrizioni del Codice, infine strozzato legalmente col garrote spagnuolo nella cella mortuaria delle carceri provinciali.
Tutto s'era svolto regolarmente ed io avevo ricevuto tra cuore e coscienza quel tal scossone violento che avevo cercato. Avevo visto gli occhi di quell'infelice dilatati dall'orrore della morte cercare selvaggiamente e puerilmente una impossibile via di scampo; avevo veduto la stretta dello strumento giustiziatore tra gola e collottola; il gran convulso dei corpi che muoiono prima della loro ora; per ultimo l'estrema immobilit nella quale tutti i cadaveri diventano uguali.
Finito lo spettacolo ero uscito nel cortile della carcere e mai il sole m'era parso tanto tiepido e tanto bello.
.
A mezzo giorno m'ero seduto ad un tavolino dell'albergo di Camagey per la colazione. Mi sentivo soprattutto fiacco. Pare che veder morire un altro stanchi! Chiss perch?
L'albergo non aveva che cucina creola. La colazione incominci quindi con una specie di gelato di frutta al quale fece seguito un pesce, cucinato curiosamente in un brodetto di peperoni. Chiuse il pasto uno di quei dolci estremamente mielati delle Antille che sciolgono in bocca una essenza di mille fiori. Tre piatti che non si pagano e che sono come da noi il pane avevano tenuto compagnia al pesce: banane fritte col sale; patate fritte con lo zucchero; un cedro del paese condito in insalata. Mangiai tutto e ci bevvi su un vinello spagnuolo che bruciava lo stomaco ma che a forza di aggiungervi ghiaccio si trasformava in una miscela polare ed equatoriale deliziosissima.
M'offersero un sigaro, un avana autentico che facevo fatica a tenerlo fra le labbra tanto era lungo e grosso. Per centellinarlo con comodo scesi nel giardino e scelsi tra una spalliera di azalee rosse ed una palma-cocco una sedia cubana a sdraio e a dondolo.
Faceva quel caldo dei Caraibi, senza un briciolo di vento, che d all'organismo umano la sensazione esatta della candela di cera in liquefazione. Nel grande ardore del sole il giardino tropicale era meraviglioso! Faceva "sentire" il Tropico. L'essere era penetrato dal caldo della terra, dal grasso delle piante, dalla fragranza dei fiori, dalle resine dei tronchi, dal formidabile fermento delle cose. Le essenze diffuse nell'aria davano all'atmosfera una pesantezza quasi gommosa. Avevo tutto il torpore del meriggio nella mia carne, nelle mie vene e nella mia anima, quasi che io fossi terra, pianta, resina e fermento.
Gli occhi si chiudevano lentissimamente sotto il peso di una sonnolenza che progrediva a strati e che via via confondeva il mio spirito con la grande anima del giardino. In mezzo alle canne di zucchero un nero cantava... In qualche luogo lontano suonavano una chitarra... Innumerevoli farfalle vagavano tra i fiori. Vicinissimo a me, sopra una corolla scarlatta e spampanata che stillava miele, un farfallone giallo apriva e chiudeva con voluttuosa lentezza le sue ali di zafferano.
.
M'addormentai? Non saprei dirlo!
Ad un tratto la sinfonia verde-oro del giardino divent ancora pi verde e pi dorata, d'un verde che evocava il brivido degli smeraldi, d'un oro che aveva il caldo bagliore del sole. Ed in mezzo a tanta bellezza vidi venire verso di me cinque uomini vestiti da giudici, due di qua e due di l, con in mezzo il Presidente il quale aveva la faccia del bandito che avevano giustiziato al mattino. Vennero poi carabinieri italiani, gendarmi francesi, guardie nazionali spagnuole, poliziotti cubani e policemen inglesi, insomma tutto un imponente spiegamento di forza pubblica ed assistetti ad un processo in piena regola, nel quale l'imputato ero io, accusato di avere ucciso il bandito del mattino, mentre il bandito del mattino era lo stesso Presidente che mi giudicava.
Infine fui condannato a morte per strozzamento col garrote. La sentenza doveva essere eseguita a Camagey, nel giardino dell'albergo, il sabato alle dieci.
Il processo non mi meravigli e la condanna non mi scompose, tanto che ordinai al cameriere di offrire un bicchierino ai giudici ed ai gendarmi i quali furono cos gentili di accettare.
Poi incominci il dramma e fu terribile.
Il giardino dava su una strada e su quella strada incominciarono a passare a piedi ed in bicicletta, in tram ed in automobile, tutti i miei amici pi cari, i quali col pi simpatico dei sorrisi e con le pi cordiali strette di mano venivano ad assicurarmi che non avrebbero mancato di essere alle dieci di sabato alla cerimonia.
- A sabato allora!
- Sabato, siamo intesi. Non mancher!
- Alle dieci. Verr anche mia moglie!
- Allora  per sabato?
- Sar l! Saremo l! Puoi contarci! A qualunque costo! Alle dieci precise! D, si viene in marsino od in giacchetta?
E chi mi stringeva la mano e chi mi dava affettuosi colpetti sulla spalla e chi mi stringeva confidenzialmente il ganascino; tutti allegri, contenti come pasque, cordiali, affettuosissimi. Ce n'erano di quelli che non si fermavano, ma si sporgevano fuori dei trams e delle automobili col giornale in mano che annunziava a lettere cubitali la mia prossima esecuzione, e salutandomi gaiamente col cappello mi urlavano:
- A sabato! Alle dieci! Complimenti!
Riconoscevo amici di ieri e di ieri l'altro, compagni di scuola, compagni di guerra, compagni di baldoria e di lavoro. Di tutti coloro ai quali volevo bene od avevo voluto bene non mancava nessuno. C'erano tutti. Meno uno! Il pi caro, quello col quale avevo condiviso il pane della povert ed il pianto dell'amarezza. Ma venne dopo un po' anche lui. M'abbracci forte forte con tenerezza di fratello.
- Sono con te - mi disse - come sempre! Lascia fare a me. Penser a tutto. Ai fiori, all'olio per il meccanismo, alla mancia per il boia, al seppellimento. - E seguitava ad abbracciarmi.
Poi sbucarono da un viale le mie sorelle, vestite di primavera, esuberanti di giovanile gaiezza, tutte felicit e sorriso. Mi si misero intorno per farmi festa, a raccontarmi cose graziose, a vezzeggiarmi con mille moine.
- Veniamo dalla sarta, - mi diceva una che  bionda come la spiga del grano. - Vedrai sabato come saremo chic! Io in celeste e lei in rosa. Con un gran fiocco da bambola sopra un fianco. Ti faremo fare bella figura. Tutti ci guarderanno e ci diranno: ecco l le sorelle del giustiziato! Chiss che non sia proprio quello il giorno del nostro prince charmant!
- E poi siamo state - mi diceva l'altra che  bruna come un frutto di mora - dal pasticciere. Le amiche vogliono assolutamente essere con noi quel giorno dopo l'esecuzione. Si far un po' di musica. Magari quattro salti. Abbiamo ordinato un gran gelato di panna montata con cialdoni... e paste... e cioccolattini... qualche bottiglia di champagne...
Ognuna delle loro parole mi faceva male, male in profondit, ma esse continuavano a sorridere ed a bambineggiare, a ricordarmi ogni cinque minuti quelle fatali dieci del sabato.
La Teresa - vecchia domestica di casa che m'ha visto nascere - scomod due guardie per venire ad assicurarmi che m'avrebbe preparato per sabato una delle migliori camicie, col colletto stirato. Poi fu la volta di mio padre che col suo consueto impeccabile abito scuro, si fece largo fra gli astanti e mi sedette vicino.
- Ho letto che  per sabato. Verranno tutti i colleghi del Consiglio di Amministrazione. Sar una cosa a modino. La decapitazione sarebbe stata pi coreografica, per hanno deciso lo strozzamento ed ormai non si pu cambiare. Preparer domani il piccolo avvisetto di partecipazione e lo dar ai giornali perch sia pubblicato il giorno stesso dell'esecuzione.
Con un fru-fru di seta ed un vaporoso irradiar di profumo - del suo profumo - arriv la donna del mio amore.
- Hai saputo l'ora? - mi disse in un bacio.
- Le dieci.
-  un po' prestino le dieci, ma andr dal parrucchiere il venerd sera. Amore mio! Amore mio! Pensare che non siamo che a mercoled! Ti ricordi quel bel pizzo nero che comprammo nel Belgio? Come non ti ricordi? Quell'occasione che trovammo a Bruges in piazza del Municipio? Da quella vecchietta con la cuffia bianca? S, s, proprio quello!  arrivato finalmente il momento di adoperarlo. Lo dar alla modista perch mi faccia qualche cosa di carino che sia soprattutto intonato alla circostanza. Ci saranno certamente i fotografi! E quanti curiosi! Voglio farmi tutta bella per te...
Mi baci in bocca. Avrei voluto morderla, avvelenarla, ucciderla e la vidi andare via, agile e leggiera, seguita dagli occhi e dai desideri degli uomini che il sabato dopo, suonate le dieci, non avrebbero pi avuto l'imbarazzo della mia presenza.
Sentii un dolore atroce che mi attanagliava l'anima e mi scavava il cuore. Avevo in bocca l'asprezza del tossico e del fiele. Ed intorno a me non v'erano che sorrisi.
In quel momento vidi comparire mia madre, col suo viso buono e bello, e nascosi nelle sue braccia il mio povero capo per sciogliere nella sua tenerezza la mia immensa ambascia.
- Figliuolo, figliuol mio - mi diceva la mamma con la sua voce dolce e carezzevole - ti ho portato la sciarpa. Mettitela al collo. Che non abbi a prendere il tuo solito mal di gola prima di sabato!
Aprii gli occhi.
Non c'era pi nessuno.
- Sono andati via? - dissi fra me e me.
Per un minuto soffrii da sveglio tutta l'angoscia patita da chiss quanto tempo durante il sogno.
Un piccolo rumore mi fece trasalire. Era il farfallone giallo che, spaventato dal mio risveglio, abbandonava bruscamente il fiore scarlatto. La corolla spampanata si disfece in una pioggia di petali. Un po' di profumo vag nell'aria. E tutto fin.
...
.
...
ROMA ED IL PAN-LATINISMO.
...
.
...
I paesi del Centro e Sud-America costituiscono un imponente blocco di popoli giovani e dinamici in pieno processo di sviluppo i quali, oltre a tutto il resto, hanno anche al loro attivo sterminate possibilit economiche.  quindi logico che poderose forze internazionali cerchino d'influenzare a proprio vantaggio questa grande riserva dell'umanit che  ora nella primavera della sua esistenza e che gi profila la sua importanza futura con la solida ossatura di Stati quali il Brasile, l'Argentina, il Cile, ecc.
Sono sorti cos il pan-americanismo, l'ispano-americanismo, il pan-iberismo ed il pan-latinismo, i quali mantengono giornali, ispirano scrittori, convocano congressi, patrocinano uomini e situazioni politiche, danno una apparenza idealista a grossi affari di Banca e di commercio, spendono e spandono nell'interesse della loro causa. Siccome ognuno d'essi tira l'acqua al suo mulino mascherando il proprio interesse egoistico sotto le forme pi svariate,  facile che lo spettatore sia tratto in inganno dalle apparenze o magari rintronato dalla roboante fraseologia di prammatica.  bene mettere in chiaro questa faccenda con semplicit e franchezza italiana.
.
Il pi grosso degli "ismi"  il pan-americanismo, prodotto fabbricato a serie negli Stati Uniti colla marca di fabbrica di Monroe, lanciato sul mercato con grande preparazione reclamistica da Teodoro Roosewelt, perfezionato dall'alta banca di New York, ma compromesso in questi ultimi tempi per eccesso di zelo dagli azionisti yankee del petrolio messicano, dello zucchero cubano, del canale di Panama, del costruendo canale di Nicaragua, ecc. ecc. Il pan-americanismo strombazza la formula: "L'America agli Americani", che nasconde la sua vera etichetta la quale : L'America per i Nord-americani.
Il motore dinamico del pan-americanismo  la potenza degli Stati Uniti. La leva maggiore di cui si serve per agire sull'America latina  il dollaro, per il pan-americanismo possiede diversi altri meccanismi supplementari, quali l'intrigo politico, l'interferenza economica, la propaganda giornalistica e sportiva, l'attivit diplomatica, il bluff del primato della civilt nord-americana e certe bizzarre ideologie che mescolano l'istruzione pubblica coi sistemi di fabbricazione Ford. In realt il pan-americanismo  l'ideologia sotto la quale si nasconde la volont degli Stati Uniti di dominare economicamente e di controllare politicamente l'America latina.
Aggiungiamo che i popoli latini d'America vedono ormai chiaro nell'argomento, dopo essersi lasciati sedurre per qualche tempo dalla fata morgana dei grattacieli. Il Congresso pan-americano del Lavoro e la protesta del Senato argentino per gli avvenimenti di Nicaragua, hanno dimostrato che il pan-americanismo deve ormai fare i conti con la chiaroveggenza e col buon senso della latinit.
.
L'ispano-americanismo od ispanismo,  invece l'idea con la quale la Spagna cerca di sostituire al tramontato dominio politico una influenza spirituale, basata sulla comunit delle origini e sulla comunit dell'idioma. Anche l'ispano-americanismo ha un suo substrato di interessi materiali - interessi pi che altro commerciali con vaghe intelaiature diplomatiche -; per, di fronte alla brutale materialit del pan-americanismo, l'ispanismo ha un contenuto spirituale che lo mantiene in pi alte sfere. Esso fa pi che altro appello al sentimento di famiglia dei popoli che parlano la lingua spagnuola. Per molto tempo l'ispanismo  stato solamente una formula giornalistica, ma da qualche anno a questa parte - e pi precisamente dal colpo di Stato del generale De Rivera - la Spagna  scesa sul terreno delle realizzazioni pratiche e le pi recenti manifestazioni di questo programma sono lo sviluppo della marina transatlantica spagnuola, il porto aereo di Siviglia, la vendita all'Argentina di due navi da guerra, i prestiti all'Argentina ed all'Uruguay, la riforma consolare, il Trattato di commercio con Cuba e specialmente la esposizione di Siviglia che nel pensiero spagnuolo  destinata ad essere una battaglia campale dell'ispanismo.
L'ispano-americanismo ha al suo attivo tre forze gigantesche; la comunit delle origini storiche, il vincolo linguistico e la massa degli spagnuoli residenti nell'America latina. La passivit  soprattutto rappresentata dal ricordo non eccessivamente simpatico del dominio coloniale e dallo scarso dinamismo della Spagna moderna. Comunque l'ispanismo ha in se stesso una grande forza intrinseca, la quale s'avvantaggia automaticamente di tutte le gaffes del pan-americanismo, cos che si pu dire che pi il dollaro fa sentire ai latino-americani il suo peso, pi lo spirito dell'America latina si rivolge verso la Spagna madre come verso una sorgente naturale, anzi, quasi tradizionale di resistenza.
 indiscutibile che se la Spagna avesse in Europa maggiore irradiazione politica e spirituale riuscirebbe con maggiore facilit a dare all'ispanismo quel peso determinante che  nelle speranze di Madrid. Noi che siamo convinti delle possibilit della nuova Spagna, siamo logicamente indotti anche a far credito all'ispano-americanismo, per questo ideale spagnuolo ha una debolezza congenita nel carattere artificiale della formula la quale parte dalla premessa sbagliata che la mentalit latino-americana sia prettamente ed esclusivamente spagnuola, mentre in realt si tratta di una mentalit essenzialmente latina, la quale, anzi, in un determinato momento, si ribell contro la Spagna appunto perch si verific una contraddizione insostenibile fra la larghezza di vedute tipicamente latina dei popoli d'Ultramar e la ristrettezza di vedute tipicamente madrilena della Metropoli. Quella contraddizione si  in seguito appesantita per l'enorme afflusso di sangue non spagnuolo e prevalentemente italiano nei paesi del Sud-America. All'atto pratico l'ispanismo non offre ai popoli del Centro e Sud-America tutto quel patrimonio spirituale al quale aspirano e che non pu essere contenuto nella semplice formula Madrid, perch vi  un'altra parola molto pi vasta e pi luminosa ancora che comprende anche Madrid: Roma!
.
Appunto perch in Spagna molti uomini di pensiero si rendono conto di questa debolezza costituzionale dell'ispanismo  sorto il terzo "ismo", cio il pan-iberismo, fatto nascere artificialmente in una incubatrice diplomatica per fare entrare nel girone anche il piccolo Portogallo ed il grande Brasile. Per vi  una tale sproporzione di forza tra Lisbona e Rio Janeiro ed  cos grande la funzione potenziale del Brasile nel Sud-America, che il nuovo piedistallo non ha la solidit necessaria per sostenere il peso di un cos grande emblema.
.
L'ultimo degli "ismi"  il pan-latinismo, il quale, per essere basato sull'assoluta comunit del grande ceppo originario e sulla natura fondamentalmente latina dell'anima centro e sud-americana, ha un potere irradiante e fascinatore pi forte dell'ispanismo e dell'iberismo, non solo, ma offre ai latino-americani, senza nessun penoso ricordo storico, senza nessuna restrizione mentale, senza nessuno sforzo della coscienza, il naturale antidoto di cui sentono bisogno contro l'invadenza del pan-americanismo yankee. L'argentino come il brasiliano, il cileno come il creolo delle Antille, si sentono profondamente latini, qualunque sia la loro origine etnica e la loro formazione mentale, mentre non tutti si sentono unicamente spagnuoli od iberici, anzi molti hanno una riluttanza istintiva contro lo scenario troppo ristretto dell'ispanismo nel quale non si sentono a loro agio.
Disgraziatamente il paladino che fa sventolare la bandiera del pan-latinismo non ha l'elmo dei padri romani, ma indossa la corazza di Giovanna d'Arco, con i capelli tagliati alla Ninon e la gonnella corta del boulevard. La Francia ha monopolizzato infatti il pan-latinismo ed ha la sede del suo Stato Maggiore un po' nelle aule della Sorbonne, un po' nelle numerose imprese editoriali di Parigi, molte delle quali forniscono perfino i libri di testo in lingua spagnuola per le scuole ed i collegi dell'America latina. Per un lungo periodo di tempo Parigi ha abbagliato i sud-americani con la sua figura di conformazione romana, aureolata dalle fiamme rivoluzionarie della Bastiglia e dagli splendori della gloria napoleonica. In quel periodo la Francia era il faro della latinit e verso questo faro si volgevano gli spiriti dell'America, paghi di vedere quello splendore e di saperlo latino, senza guardare troppo per il sottile, tanto sentivano bisogno di una torcia che illuminasse e riscaldasse le loro anime assiderate dal materialismo nordamericano.
Poi per hanno incominciato a guardare meglio ed i loro occhi, abituatisi al fulgore di quel faro, hanno scoperto che esso non poggia sullo zoccolo marmoreo di una millenaria colonna romana, ma sullo scheletro di ferro della Torre Eiffel, la quale, nella sua linea geometrica, ricorda pi la precisione dei celti che la grandiosit dei romani. Ed hanno veduto ai fianchi di questa torre figure nelle quali essi non si riconoscono: un Combes, per esempio, che esclude dallo spirito latino una delle massime espressioni della latinit, la religione cattolica apostolica romana; tipi di donne genere Vie Parisienne, che sono nettamente agli antipodi della donna sud-americana; mnages senza figli che sono un controsenso pei giovani paesi dell'America latina bisognosi di famiglie prolifiche che popolino i loro vasti territori. La letteratura francese s' evoluta verso generi tipicamente parigini, nei quali l'anima sud-americana non vede pi riflesso il suo temperamento latino; la musica che viene dall'Ille de France  troppo cerebrale per scuotere le folle del Sud America che ancora debbono combattere la rude battaglia contro la terra di cui devono domare gagliardemente la resistenza, in mezzo ai vasti scenari della Natura. Tutto lo spirito della moderna civilt francese ha un'impronta locale maculata di esotismo che obbliga i latino-americani ad uno sforzo su loro stessi per continuare ad accettarlo. Quanto al regime politico, lungi dall'esercitare una qualsiasi influenza,  anzi il prototipo dei sistemi minati dalla decadenza.
Finito ormai il periodo nel quale la Francia era l'unica espressione politica della latinit europea; tramontato il tempo nel quale il volto della Francia era irraggiato dagli immortali principi che sono stati definitivamente superati dall'incessante evoluzione umana; minacciata ormai seriamente la stessa latinit della Francia dall'annuale innesto di migliaia e migliaia di polacchi, di slavi e di orientali che entrano a far parte della famiglia etnica francese e che pian piano finiranno col risovraporre alla Gallia di Cesare la Gallia preromana; Parigi non ha pi la forza morale di ieri ed il pan-latinismo risente la incongruenza di non essere rappresentato dalla naturale capitale del mondo latino: Roma!
Roma risorge ormai con le sue assise universali di capitale della latinit e di centro del Cattolicesimo. Un popolo di pi di quaranta milioni di abitanti, in pieno fervore di opere ed in pieno dinamismo di crescenza, circonda nuovamente l'Urbe e si batte gagliardamente per allargare il respiro della Citt Eterna. Questo popolo  rappresentato direttamente in seno all'America latina da milioni e milioni di italiani e figli di italiani i quali hanno lasciato la vecchia patria romana per partecipare allo sviluppo dei popoli che Roma ha trapiantato al di l degli oceani, dopo aver incaricato uno dei suoi figli - il Gigante di Genova - di scoprire le terre nelle quali questi popoli sarebbero cresciuti.
Fatalmente Roma avrebbe finito per diritto di madre coll'offuscare Parigi, perch Parigi vuol dire solamente "Francia" mentre Roma non vuol dire solamente "Italia", ma simboleggia anche le due massime forze spirituali dell'Occidente: la Latinit ed il Cattolicesimo! Il Fascismo aggiungendo a queste due forze il prestigio morale e politico della nuova Italia ha accelerato la risurrezione di Roma pi di quanto i calcoli umani avessero preveduto, cos che il grande mondo latino ritorna oggi a guardare istintivamente verso i Sette Colli, dov' la vera culla della latinit e dove periodicamente si rinnova il miracolo del ringiovanimento del ceppo secolare.
Roma risorge! I latini d'America la rivedono quale se la figurava la loro anima filiale: coi ruderi della passata grandezza inquadrata negli allori immortali e nei cipressi votivi, con le cupole fiammeggianti delle Basiliche cristiane e la Croce di Costantino ristabilita nel Colosseo che ricorda alla progenie: In hoc signo vinces! E riodono la sua voce antica che pareva morta. Essa riprende il suo millenario magistero. Non possono non riconoscere questa voce perch essa pronunzia le stesse parole che per il passato: disciplina, gerarchia, maest della legge, imperio, potenza, volont, tenacia. I fatti sono l a testimoniare che la Citt Eterna ha ripreso il suo compito storico. Come nel passato Roma impegn sempre a fondo l'Impero, il Cattolicesimo e le grandi Repubbliche marinare, ogni qualvolta le ondate barbariche minacciavano di spegnere il grande fuoco dello spirito romano che ha alimentato e vivificato nei secoli la Civilt d'Occidente, cos oggi, rinnovate miracolosamente le sue energie nell'inesausto crogiuolo della razza italica e spiegate le antiche insegne - Aquile e Fasci -, essa ha sbarrato il passo alla marea slava che minacciava di sommergere insieme con le leggi di Roma la pi completa delle Civilt che abbia mai illuminato il sole. E detta alle genti la legge nuova che deve rispondere ai nuovi tempi.
L'attrazione che la dottrina fascista esercita sui latino-americani  gi evidente, bench si tratti solo dei primi lieviti, n questo fenomeno che ha recentemente ispirato diverse fra le pi interessanti produzioni del pensiero americano, pu meravigliare, perch si tratta di una dottrina di pura essenza romana, nella quale gli elementi ideali si fondono in una classica maest che ha l'ampiezza universale delle leggi del vecchio Lazio. Era del resto impossibile che popoli nettamente latini come i centro-americani ed i sud-americani non sentissero la bellezza di una Legge che  pura espressione dello spirito della stirpe e che il popolo italiano ha adattato alle particolari contingenze dell'ambiente nazionale, cos come i popoli d'America sono chiamati ad uniformarla agli ambienti delle loro patrie,
Anche in questo campo dell'influenza spirituale sul mondo latino d'America, la Francia tenter il possibile e l'impossibile per resistere al primato dell'Urbe, ma anche in questo campo la sua sorte  scritta sul libro glorioso del destino di Roma. Milioni e milioni di italiani e figli di italiani lavorano in America per Roma, la quale non ha bisogno di dare al suo pan-latinismo nessun incentivo interessato, perch la grandezza e la prosperit dei popoli latini d'America  il pi alto compenso al quale possa aspirare il suo cuore di Madre. Ogni grandezza e gloria del Sud-America sar per riflesso una grandezza ed una gloria di Roma. Dal canto suo il popolo italiano lavora con tutta la gagliardia di cui  capace la razza per essere all'altezza della cattedra.
Forse s'avvicina il giorno in cui il governo dell'Italia Fascista dir - per bocca del suo Duce - anche in questo argomento la parola chiarificatrice che  necessaria perch il prestigio della Citt Eterna non serva agli interessi degli altri e perch sia precisata rispetto ai latini d'America la stretta fraternit dell'Italia e l'alta maternit di Roma.
...
.
...
L'ARRIVO DELL'IMPERATORE DELLE AMERICHE.
...
.
...
Il sole tropicale che aveva sfavillato durante l'intera mattinata s' spento sulle tre del pomeriggio in un corteo di nuvole grigie venienti dal Nord. E l'Avana ha assunto l'uniforme di acciaio delle sue giornate piovose. Per di tratto in tratto il sole fa capolino tra due nubi ed allora cielo e mare s'empiono di un sorriso che comunicano alle pietre, alle case, alle faccie degli uomini.
Trecentomila persone fasciano la marina con la loro massa irrequieta, riempiono le piazze e le strade, straripano dai parapetti dei frangi-onde sugli scogli e le sabbie, popolano i balconi, i tetti e le terrazze. L'entusiasmo latino e meridionale per gli spettacoli teatrali fornisce agli imbastitori di politica l'elemento fondamentale del successo: la moltitudine. Migliaia e migliaia di persone sono adunate in istrada come in un teatro, per vedere e farsi vedere, ma i corrispondenti dei giornali nord-americani possono credere in buona fede che la popolazione intera dell'Avana sia andata incontro a Coolidge! Non saranno certo i governi di Cuba e di Washington a smentirli. Un visibilio di bandiere multicolori freme sulla mole della citt: bandiere d'Argentina e di Bolivia, del Brasile e del Cile, di San Domingo e del Nicaragua, di Haiti e del Panama, dell'Uruguay e del Messico. Quelle degli Stati Uniti sono pi numerose. Si vedono sventolare, grandi e superbe, in cima agli ediflzi ed alle Banche a giustificare il miliardo e mezzo di dollari investito dalla finanza nord-americana nello zucchero e nelle ferrovie di Cuba.
La femminilit tropicale mostra per l'occasione i fiori pi pregiati delle sue serre: bellezze creole che paiono fatte di miele e zabaione; bellezze mulatte che irradiano torbidi brividi di volutt; bellezze nere che ostentano sotto i veli ed i rasi una statuaria di bronzo; bellezze meticcie che evocano lontanissimi idoli di templi e di pagode. Gli innumerevoli cappelli di paglia tracciano sulla folla un complicato groviglio di piste bianchiccie, in mezzo alle quali gli abiti delle donne formano aiuole policrome in continua metamorfosi. Musiche civili e militari sminuzzano per le strade briciole di sinfonie, frantumi di marcie, spruzzi di ballabili.
L'Avana ha tenuto a mostrarsi bella ai rappresentanti del gigante del Nord e delle repubbliche sorelle. Ha pitturato le sue case e verniciato le sue porte, ha curato il vaiuolo dei suoi asfalti e la calvizie dei suoi giardini, ha gallonato i suoi uscieri e vestito a nuovo i suoi soldati.
Sulla spianata del porto centocinquanta personaggi in cilindro che rappresentano le venti repubbliche dell'America latina, duecento giornalisti internazionali, stormi di fotografi e di operatori cinematografici, il Senato, la Camera, l'esercito, la marina, la magistratura, l'Universit ed il presidente della Repubblica attendono il... monarca. Aeroplani cubani e nord-americani caprioleggiano nel cielo per far parere meno lunga l'attesa alla moltitudine. Sono gli acrobati ed i Clowns della rappresentazione. Il vecchio Morro di Carlo V contempla dalle sue pietre secolari la festa della citt e gli scherzi della storia.
.
Alle quattro e venti l'imperatore delle Americhe, Calvin Coolidge, presidente degli Stati Uniti, entra in scena sulla tolda del "Texas", superdread-nought di 32.000 tonnellate. Ottanta colpi di cannone empiono lo scenario di tuoni, di lampi e di fumo. Colti da una specie di frenesia gli aeroplani e gli idroplani salgono, scendono, roteano, slittano sulle ali, si capovolgono, s'imbizzarriscono, saettano, tessono intorno al colosso navale una meravigliosa ragnatela di cerchi e di guizzi che fa pensare alla festa dei cani quando vanno incontro al padrone, alla gioia dei bimbi quando vedono un bel giuocattolo, alla terribilit del giuoco se fosse fatto sul serio. Dieci cannoni da 365 allungano le loro gole intorno alla torre binata che ha sul vertice la bandiera dalle quarantadue stelle ed al guidone l'insegna del Presidente degli Stati Uniti. Un minuscolo idroplano  agganciato tra i due alberi come il campione di una fabbrica.
Un incrociatore e sei cacciatorpediniere di alto mare scortano il Texas: in tutto 86 cannoni, 32 tubi lanciasiluri, 145 ufficiali, 2397 marinai. Accompagnano Coolidge, il Segretario di Stato Kellogg, l'ex Segretario di Stato Hughes, il Ministro della Marina ed il Comandante in capo delle flotte degli Stati Uniti. Poche miglia pi lontano, in acque cubane, c' la Divisione dell'Atlantico, con quattordici incrociatori. Un'altra squadra manovra tra Cuba ed Haiti.
L'imperatore  sceso a terra, non in divisa di ammiraglio o di generale, ma sotto le spoglie d'un ometto lisciato e sorridente che sembra il direttore d'un grande negozio della Rinascente. Non ha il manto d'ermellino dell'imperatore d'Inghilterra, ma un modesto abito grigio piombo con una cravatta da tre dollari. Non ha i baffi alla Kaiser ma un semplice paio di occhiali a stanghetta coi cerchi di tartaruga.  stato mandato qui dal popolo e dal Congresso degli Stati Uniti per distribuire strette di mano e sorrisi ai latini d'America e fin dal primo momento eseguisce ammirevolmente il suo mandato rifiutando che siano allontanati i fotografi.
"Lasciate, lasciate - dice - che questi bravi ragazzi facciano il loro lavoro! Aspetter finch l'ultimo fotografo abbia finito!".
Scroscianti applausi.
Durante tutto il percorso dal porto al Palazzo Presidenziale, Calvin Coolidge non interrompe un istante il suo sorriso. Lo spezzetta a destra ed a sinistra. Saluta con la mano la gente dei balconi, su, su, fino ai terrazzi, perch tutta la folla abbia un pizzico del suo sorriso evangelico dopo aver assistito alla sfilata dei cannoni navali ed al rombante lampeggiamento delle artiglierie.
Egli viene all'Avana a mostrare ai rappresentanti ed alla stampa di venti Repubbliche latine di America la forza e la bont degli Stati Uniti, fuse in un cocktail diplomatico di finissima fattura che  stato preparato apposta per la VI Conferenza inter-americana e che  destinato ad essere la bibita d'ordinanza di tutte le sedute.
Il lato comico di questa cosa seria  la nazionalit europea del chimico che ha trovato la formula del cocktail: l'ambasciatore cubano Oreste Ferrara, nato a Napoli e battezzato a Chiaia,
.
Non si deve confondere questa VI Conferenza Internazionale di America con le altre cinque che l'hanno preceduta e che furono piuttosto inconcludenti. Pu darsi che anche questa rassomigli in fatto di conclusioni alle altre, tuttavia essa  diversa - storicamente diversa - dalle precedenti perch  basata sopra una situazione nuova. Situazione spirituale che non  ancora politica, ma che gi determina mosse e risoluzioni politiche.
I due fattori fondamentali che definiscono il carattere e l'importanza di questa riunione americana meritano di essere attentamente studiati da tutti i grandi paesi di Europa, in modo speciale dall'Inghilterra per ragioni d'ordine economico, spirituale e perci anche politico. Essi sono:
1) La crescente diffidenza delle venti Repubbliche latine di America nei riguardi dell'imperialismo politico ed economico degli Stati Uniti; diffidenza inasprita dalle ultime vicende del Nicaragua, di Haiti, di San Domingo e del Messico; diffidenza aggravata dal fatto che ha le sue radici nell'istinto di conservazione delle moltitudini e che gi costituisce per molti governi un problema di politica interna.
2) La sensazione d'isolamento che hanno avuto in questi ultimi tempi gli Stati Uniti di fronte alle vicende dell'Europa, dell'Asia e dell'America latina, al fallimento della Conferenza Navale tripartita, alla tendenza dei traffici mondiali di riprendere le correnti di ante guerra, alle difficolt degli investimenti finanziari. Questa sensazione d'isolamento, gravida di possibilit politiche e di conseguenze economiche, ha indotto gli Stati Uniti a modificare la loro politica in generale verso l'America latina, in maniera da armonizzare i loro interessi strategici e commerciali con la necessit di mantenere amichevoli rapporti coi paesi e coi mercati dell'America Latina, cio col resto del continente americano, che  il vero e forse l'unico campo di azione aperto alle ambizioni ed alle necessit degli Stati Uniti. L'obiettivo finale  la creazione di una solidariet inter-americana a sfondo politico ed economico contro il pan-latinismo, l'ispano-americanismo e l'attivit dell'Inghilterra. Si tratta quindi di una modificazione della politica americana di Washington che ha l'aria di voler essere sostanziale. I fatti dimostreranno se essa  possibile.
In ogni modo  bene che i popoli latini prendano nota che Calvin Coolidge, in nome degli Stati Uniti, ha preso la bandiera del pan-americanismo che era finora il vessillo di una idea e l'ha consegnata ufficialmente al governo di Washington perch d'ora innanzi stia esposta negli uffici di tutti i dirigenti della politica, della finanza, della diplomazia, della religione e dell'espansione della Repubblica.
.
Ecco la cronaca spicciola della seduta inaugurale della VI Conferenza Internazionale d'America, non come appare dai resoconti ma come l'ha vista un testimonio europeo, italiano e latino, che in quel momento ha dimenticato di essere italiano ed europeo per essere solamente latino.
Il locale prescelto  il massimo teatro dell'Avana, nel quale fino ad ieri sera trionfavano i nudi delle Legfeld Folies di Nuova York e domani inizier i suoi spettacoli una Compagnia d'opera italiana.
Il teatro  gremito di signore in abito di cerimonia e di signori in tait. Molte aigrettes profumate solleticano i cranii calvi del sesso forte. Lo sfondo del proscenio  adornato con le ventun bandiere dei paesi di America, disposte in ordine alfabetico, per cui la potente bandiera degli Stati Uniti si trova fra quelle dell'Equatore e del Guatemala. Molti occhi guardano i colori del Nicaragua. I centottanta delegati, i duecento giornalisti accreditati alla Conferenza ed il corpo diplomatico occupano la platea. Consoli e viceconsoli cubani fanno gli onori della sala. Fuori c' la folla. Quattro apparecchi radiofonici ultrapotenti permettono al volgo di udire la parola di Calvin Coolidge e la trasmettono istantaneamente a Nuova York, Chicago, Filadelfia, Baltimora, Pittsburg.
Nessun applauso saluta l'entrata delle singole Delegazioni latine. Passano inosservati anche il Brasile e l'Argentina. Un grande applauso saluta il Presidente della Delegazione nord-americana Hughes, l'ambasciatore Ferrara - il chimico del cocktail - ed il ministro cubano dei Lavori Pubblici, candidato alla Presidenza della Repubblica, il che dimostra che per la folla i piccoli interessi locali non spariscono di fronte ai grandi interessi mondiali, cos come le necessit fisiche del corpo sopravvivono alle pi grandi preoccupazioni dello spirito.
Gli alti personaggi nord-americani sono allineati sul palcoscenico dietro i seggi dei presidenti degli Stati Uniti e di Cuba. La disposizione generale della sala d l'impressione di una scolaresca latina riunita per ascoltare la lezione di un professore anglo-sassone.
I colletti dei diplomatici e dei delegati tradiscono l'ubicazione tropicale della Repubblica di Cuba.
Naturalmente l'entrata dei due Presidenti suscita una ovazione, alla quale partecipano in modo speciale le signore ed in modo specialissimo le signore giovani che sono contente della mattinata.
La cronaca registra due discorsi, uno breve pronunziato in lingua spagnuola dal Presidente della Repubblica di Cuba generale Machado, l'altro discretamente lungo detto in inglese dal Presidente degli Stati Uniti.
Il Presidente Machado, latino di origine spagnola, parla senza un gesto. Sembra un anglo-sassone. Il Presidente Coolidge, autentico anglo-sassone, agita con frequenza le mani e le braccia.
Uguaglianza, giustizia internazionale, libert, sovranit dei piccoli Stati, fratellanza americana, trionfo del Diritto, ecc. ecc. sono parole e frasi che spesseggiano nei due testi, come spesseggiavano nei discorsi di Clemenceau, Lloyd George, Balfour, Wilson, ecc, durante la grande guerra. Entrambi i discorsi sono il prodotto laborioso dell'alchimia diplomatica, per un orecchio europeo avverte nel discorso del Presidente latino la preoccupazione - malgrado tutto - di non deludere in pieno le folle latine di America e nel discorso del Presidente anglo-sassone la preoccupazione di servire - malgrado tutto - il salm in salsa agro-dolce. In due punti il dolce sorpassa l'agro e le venti Repubbliche latine prorompono in ovazioni interminabili che hanno il loro bravo significato. Al mio fianco una vecchia signora addormentata dalla voce monotona di Coolidge, si sveglia di soprassalto e balza in piedi esterrefatta gridando:
- Viva! Viva!
- Viva chi, signora?
Poi l'esposizione del Presidente Coolidge continua, burocratica, paterna, accademica, pastorale, evangelica. Nessun sorriso altera la seriet rigida dell'uomo che sa di rappresentare in questo momento il popolo strapotente e ricchissimo degli Stati Uniti nell'esercizio del suo magistero americano, che sa di essere arrivato a Cuba con la pompa di un Imperatore, che inavvertitamente assume nel parlare il tono solenne del Pontefice Massimo.
Nell'uscire sulla piazza piena di sole penso alla forza del Dollaro ed all'aureola dei banchieri.
...
.
...
LA SESTA CONFERENZA PAN-AMERICANA.
...
.
...
Il 15 gennaio 1928 all'Avana si  riunita la VI Conferenza inter-americana, la quale  comunemente chiamata VI Conferenza pan-americana, in omaggio al pan-americanismo che  il principio informatore e propulsore della grande riunione. Per la prima volta tutti gli Stati dell'America hanno partecipato alla Conferenza: ventuno Stati: cio Argentina, Bolivia, Brasile, Cile, Colombia, Costarica, Cuba, Equador, Dominicana, Guatemala, Honduras, Haiti, Messico, Nicaragua, Panama, Paraguay, Per, Salvador, Stati Uniti, Uruguay, Venezuela. Nelle passate Conferenze inter-americane (Washington 1888; Messico 1900; Rio Janeiro 1906; Buenos Aires 1910; Santiago del Cile 1923) diversi Stati furono assenti o per indifferenza o per ragioni politiche o per suscettibilit diplomatiche. Questa volta, no. La famiglia americana era completa. I vari paesi erano rappresentati da ottanta delegati politici e da settanta delegati tecnici, oltre alcune centinaia di segretari. La sola Delegazione messicana constava di sessanta persone. Circa duecento giornalisti rappresentavano la stampa e fra essi figuravano grossi nomi come Lord Rothermere, direttore-proprietario del Times e del gruppo di giornali Northcliff; Silva-Valdosola, direttore del centenario Mercurio del del Cile; Mitre, direttore della Nacin di Buenos Aires; il direttore dell'Universal del Messico, ecc. ecc. La stampa francese era rappresentata da un inviato speciale del Matin, l'italiana dal Popolo d'Italia, la spagnuola dal Sol e dall'ABC, i soli giornali europei (all'infuori dei numerosi inglesi) che hanno sentito la necessit di non basarsi esclusivamente in questa questione sui telegrammi dell'United Press.
La Repubblica di Cuba ha offerto alla Conferenza il quadro delizioso della sua capitale, il mite tepore del suo inverno tropicale, l'opportuna elasticit di un paese legato da vincoli etnici e linguistici alla famiglia latina ed economici e politici alla potente Repubblica degli Stati Uniti.
.
Detto questo per mettere in debita luce lo scenario della VI Conferenza, entriamo senza tanti preamboli nel nocciolo della questione.  innegabile che questa sesta riunione inter-americana  stata pi importante delle cinque Conferenze precedenti. Assai pi importante. Per la prima volta infatti la situazione diplomatica, economica e spirituale delle tre Americhe ha indotto tutte e venti le Repubbliche latine a partecipare alla riunione ed a farsi rappresentare da numerosi Delegati, scelti fra gli uomini maggiori d'ogni singolo paese. E per la prima volta il governo di Washington ha sentito la necessit di non scegliere a casaccio i suoi rappresentanti, ma di formare accuratamente una Delegazione di primissimo ordine, della quale facevano parte personalit come l'ex Segretario di Stato Hughes, l'ambasciatore a Roma Fletcher, Oscar Underwood, Morgan Brien, Morrow, Brow-Scott, Lyman Wilbur ed il grande manipolatore pan-americano Leo Row. Non solamente questi nomi corrispondono ad autentici grossi calibri della diplomazia, della finanza, dell'amministrazione e del pensiero degli Stati Uniti, ma ognuno di essi ha un passato filo-latino che lo rende persona grata ai latini di America. N basta. Lo stesso Presidente degli Stati Uniti, Calvin Coolidge, debitamente autorizzato dal Congresso,  andato all'Avana per inaugurare personalmente la Conferenza, scortato da una brillante flotta e dalle ali gloriose di Lindbergh! C' ancora di pi. Per quattro mesi una grande ondata di filo-latinismo ha invaso improvvisamente gli Stati Uniti. Il governo nord-americano ha fatto precedere questa Conferenza da un gigantesco lavoro diplomatico di grande stile che ha abbracciato tutte le capitali dell'America latina ed ha perfino cambiato alla quasi immediata vigilia della Conferenza i suoi ambasciatori del Messico ed a Cuba, sostituendoli con due ricchissimi e simpatici signori che hanno il gesto grandioso, la parola affabile, il sorriso affascinante. Quanto alla Delegazione nord-americana essa  stata la pi forte e rappresentativa che gli Stati Uniti abbiano mai mandato all'estero, dopo quella famosa di Wilson alla Conferenza della Pace.
Perch questo?
Il fatto di essere vissuto in Avana durante alcuni mesi prima della Conferenza in buona armonia e costante dimestichezza con gli uomini politici cubani che sono oggi i cuochi della Conferenza, la favorevole circostanza di conoscere personalmente diversi delegati dell'America Centrale e di avere amichevoli relazioni mondane con alcuni fra gli uomini maggiori della Conferenza (i cosidetti pontefici massimi, latini ed anglo-sassoni), il largo aiuto che il ministro d'Italia in Avana mi ha dato per conoscere uomini ed ambienti, la pratica della lingua e del modo di fare latino-americano, tutto questo favorevole insieme di cose mi ha permesso di studiare la VI Conferenza in profondit e mi permette di trascurare la colossale zavorra oratoria, burocratica, diplomatica e scenografica della Conferenza per estrarne solamente i due elementi fondamentali che determinano la reale importanza della riunione, ne precisano l'essenza, ne rilevano la netta e decisa differenza dalle precedenti riunioni inter-americane.
Credo che dal punto di vista italiano, latino ed europeo, siano questi due elementi fondamentali quelli che contano di pi.
.
Il primo elemento riguarda i latini di America; il secondo gli Stati Uniti.
In questi ultimi anni i latini di America hanno sentito il peso dell'imperialismo politico ed economico degli Stati Uniti. In passato lo avevano solo avvertito saltuariamente e localmente. Ora qui ora l. Senza ripercussioni d'ordine generale. Senza interferenze d'ordine politico interno. Da qualche anno il peso  diventato pi grave e pi universale. Sotto la pressione degli Stati Uniti, l'America Centrale ha scricchiolato a pi riprese: a San Domingo, in Haiti, nel Panama, nel Nicaragua, nel Messico. I popoli del Sud America non solamente hanno inteso questo scricchiolio, ma se ne sono allarmati. La stampa ha gridato. I Parlamenti hanno brontolato. I governi hanno acuito la loro attenzione. Le moltitudini hanno espresso la loro emozione in numerose circostanze che non consentono dubbi. Bench uno scrittore ottimista e superficiale possa affermare che nessuna nube ha turbato in questi anni il sereno del cielo interamericano, la verit  che si  determinato nei popoli americani di razza e civilt latina uno stato di apprensione collettiva e si  venuto delineando un movimento istintivo di solidariet tra i suddetti popoli contro la minaccia dell'imperialismo nordamericano. Di fronte alla Real-Politk di Washington, di fronte alla convinzione nord-americana di rappresentare una razza superiore incaricata di controllare il resto del Nuovo Mondo, di fronte all'invadenza del capitale nord-americano nei centri motori dell'economia latino-americana, di fronte alla tendenza yankee di modificare artificialmente i mercati e i consumi di diverse Repubbliche del Centro e del Sud America, i popoli ed i governi hanno avuto la sensazione di un pericolo latente. Diverse mosse - non precise ma grandiose nella loro pur vaga consistenza - hanno rivelato l'esistenza di uno stato d'allarme che gi cerca i mezzi di resistenza e di difesa. Uno ad uno quasi tutti i Parlamenti dei paesi pi importanti dell'America latina si sono pronunciati contro la manomissione della libera sovranit degli Stati di America, pur limitandosi ad ordini del giorno teorici e generici che non precisano nessun fatto concreto dell'invadenza nord-americana. La dottrina di Monroe  crollata dal suo alto piedistallo monumentale, donde spaziava, come un mito, nei Campi Elisi dell'ideale. Occhi investigatori di latini l'hanno guardata pi da vicino al lume della cronaca spicciola, dei fatti positivi, delle imprese finanziarie e delle statistiche commerciali.
Il lavorio diplomatico degli Stati Uniti, la potenza del Dollaro (strapotente nell'America Centrale) e la giustificata prudenza dei vari governi, hanno impedito che le Delegazioni dell'America latina assistessero alla Conferenza come interpreti e rappresentanti del sentimento pubblico dei singoli paesi, per questo sentimento pubblico di diffidenza contro gli Stati Uniti esiste ormai in modo innegabile e palese, dai Caraibi al Rio de la Plata, dalla vecchia chiesa colombiana di San Domingo al pomposo palazzo presidenziale di Rio Janeiro. Esiste nel patriottismo pensoso di innumerevoli intellettuali, nella preoccupazione di molteplici governanti, nel bagaglio spirituale di quasi tutte le agglomerazioni studentesche, nel cuore di vaste masse di folla.  una realt dell'oggi americano!
Questo  uno dei due elementi fondamentali. Esso ha costituito la piattaforma spirituale della Conferenza per le venti Delegazioni latine di America e per i popoli che fanno loro di sfondo.
L'altro elemento fondamentale della Conferenza  invece rappresentato dallo stato d'animo ufficiale e popolare degli Stati Uniti. Chilometri di carta stampata illustrano e spiegano, ufficialmente ed ufficiosamente, il pensiero del governo americano di fronte alla Conferenza, ma si tratta di un enorme materiale di propaganda giornalistica che snatura i fatti, tace le situazioni ed ingarbuglia le tendenze, per disorientare le moltitudini ed ingannare lo studioso. La realt  diversa. Gli Stati Uniti si sono sentiti soli! Soli di fronte all'Europa che si riconsolida e si rinsangua abbastanza rapidamente dalla prostrazione della guerra; soli di fronte all'Inghilterra ed all'impero britannico che non hanno nessuna intenzione di lasciarsi detronizzare sui mari e nei commerci; soli di fronte al formidabile pastccio asiatico che non seduce eccessivamente n il capitale nord-americano n la maggioranza dei pacifici e soddisfatti cittadini degli Stati Uniti.
A questa sensazione di solitudine politica si deve aggiungere una certa apprensione degli uomini d'affari per la crescente difficolt di trovare ancora buoni investimenti di capitali in Europa, per l'alea degli investimenti in Asia e per gli insuccessi dei tentativi fatti in Africa; donde la duplice necessit politica ed economica di evitare un accrescimento della diffidenza dell'America Centrale e Meridionale contro gli Stati Uniti, diffidenza che da una parte aggraverebbe l'isolamento politico e dall'altra influenzerebbe in senso sfavorevole anche quei mercati latino-americani che sono finora aperti al capitale nord-americano e dominati od almeno controllati dal commercio nord-americano. Di questi mercati gli Stati Uniti hanno gi bisogno e maggior bisogno ne avranno domani per collocare i loro prodotti, i loro manufatti ed i loro capitali.
 del 7 gennaio 1928 la dichiarazione pubblica fatta da Wallace Thompson all'Associazione di Politica Estera di New-York: "Credo di dire una verit assicurando che oggi non abbiamo nessuna nazione amica nella intera America latina!".
Gli Stati Uniti sono andati alla VI Conferenza Pan-americana appunto col programma di rimediare a questo stato di cose; hanno riconosciuto la necessit di rapporti pi amichevoli con la parte latina dell'America; hanno ammesso il principio di una maggiore collaborazione coi latino-americani; hanno riconosciuto l'opportunit di modificare i propri metodi politici e i propri sistemi economici in maniera da non urtare pi la suscettibilit dei latini. Per chi conosce l'alto disprezzo che l'yankee professa nel suo "io" per i latini ed i meticci di America, per chi sa quale indifferenza abbia ostentato finora il governo di Washington nei riguardi dell'opinione pubblica sud e centro-americana, per chi sa quanto secco ed autoritario fosse finora il linguaggio degli Stati Uniti, questo nuovo modo di agire e di pensare dei nord-americani  addirittura una piccola rivoluzione.
La VI Conferenza inter-americana  stata caratterizzata precisamente da questi due nuovi elementi spirituali: 1) Diffidenza dei latini di America e tendenza a solidarizzare contro gli Stati Uniti; 2) Allarme degli Stati Uniti e tendenza a mutare la loro politica generale sul continente per non inimicarsi i latini di America.
N la dottrina di Monroe, n cento altre trovate pi o meno artificiali del pan-americanismo potranno evitare il fatale dualismo fra Stati Uniti e latinit in America. Dualismo che pu non diventare antagonismo in omaggio alla solidariet interamericana, ma che  e sar inevitabilmente il contrasto di due Civilt non eguali, di due temperamenti umani dissimili, di due raggruppamenti etnici distinti, di due modi diversi di concepire molti aspetti dell'esistenza.
L'Italia, buona amica degli Stati Uniti, orientata anzi dinamicamente verso una concezione modernissima e quindi americana della vita economica e sociale,  per legata ai popoli latini di America da un vincolo strettissimo che non  solamente etnico e culturale, ma pi intimo, pi profondo e pi immediato, dal vincolo cio della Civilt che tutti i popoli latini rappresentano nel mondo. Un passato, un presente ed un avvenire. Una eredit, un patrimonio, un ideale. Vincolo di famiglia che ha le sue radici antiche nel ceppo originario di Roma madre, che ha le sue radici d'oggi in quella cosa indistruttibile che  l'anima latina, che ha le sue radici di domani in tutte le possibilit ed in tutte le mete del grande mondo latino.
Come la latinit dei sud-americani e dei centro-americani non pu essere distrutta da nessuna forza materiale o morale perch nessuna forza  capace di distruggere l'indistruttibile, cos i vincoli che uniscono gli italiani ai latini di America appartengono alla categoria dei legami irrompibili ed immarcescibili. Per questo l'Italia, diplomaticamente assente dalla Conferenza come paese europeo,  stata spiritualmente presente alla Conferenza come paese latino e come piedistallo di Roma. La partecipazione spirituale dell'Italia alle gioie ed ai dolori, alle battaglie ed alle vittorie, alle difficolt ed alle speranze dei latini di America  un fenomeno che sfugge al controllo degli uomini.  fenomeno di natura arcana. Noi italiani lo sentiamo ancora pi oggi che l'Italia ha il suo emblema nel Littorio di Roma, la sua ragion di vita nella conservazione della Civilt latina, la base del suo grande divenire nella grandezza e nella prosperit dell'intero mondo latino.
Ovunque i latini lottano per difendere la propria personalit, l sempre Roma  presente col suo spirito millenario, l sempre l'Italia  presente con l'eredit della sua storia, con la forza dei suoi istinti, con tutta l'ardente passione della sua anima, con tutta la fervida tenerezza del suo cuore.
...
.
...
BILANCIO FALLIMENTARE.
...
.
...
LA sesta Conferenza internazionale di America, incominciata col sermone di Coolidge fra ramoscelli d'olivo e svolazzi di colombe pasquali,  terminata con la fin de non recevoir di Hughes e colle invettive anti-latine della Delegazione peruviana interrotte sul pi brutto dalla scampanellata del Presidente.
Il bilancio ci interessa come latini, come europei, come cittadini del mondo.
Bilancio positivo? Bilancio negativo? Bilancio nullo?
No. Bilancio fallimentare! Bancarotta in pieno!
Se qualche dubbio poteva sussistere nell'animo di qualcuno, nonostante la seduta del 4 febbraio nella quale diciasette Delegazioni furono obbligate dalle circostanze a pronunziarsi contro la politica dell'intervento seguita dagli Stati Uniti, nonostante la seduta del 17 febbraio nella quale la Commissione di Diritto pubblico decise di rinunziare a tre quarti del suo programma per l'impossibilit di mettersi d'accordo, ogni dubbio ed ogni scrupolo di coscienza sono stati cancellati dalla seduta plenaria del 18 febbraio con la quale la VI Conferenza pan-americana, inaugurata da Calvin Coolidge per istaurare una nuova era di amore nei rapporti inter-americani, termin con la rottura della grande pentola: cio con la dichiarazione categorica di Hughes sul diritto degli Stati Uniti di difendere la vita e gli averi dei sudditi nord-americani ogni qualvolta sono minacciati dalle rivoluzioni o dai disordini del Centro America; col grido di angoscia del Salvador, del Guatemala, del Messico, dell'Honduras che hanno appassionatamente proclamato il diritto dei deboli di essere protetti dalla Legge contro i cannoni e le flotte dei forti; con le invettive dei delegati peruviani Maurtua e Denegri contro i latini dell'America centrale rei di non essere altrettanto docili dei peruviani alla volont onnipotente di Washington; con la nobile dichiarazione anti-intervenzionista dell'Argentina la quale, meno cauta del Brasile e pi autonoma del Venezuela, ha spezzato una lancia garibaldina a favore dei disgraziati paesi dei Caraibi e del golfo del Messico.
Il fallimento della Conferenza  determinato in maniera chiarissima che non consente equivoci precisamente dal fatto che, convocata per un'opera di armonia inter-americana e per la convenienza politico-economica degli Stati Uniti di migliorare i loro rapporti con l'America latina,  terminata invece con un'affermazione di disaccordo e una dichiarazione del Delegato degli Stati Uniti perfettamente opposta a quella che avrebbe voluto fare.
La realt si pu attenuare, svisare o nascondere. Ma il risultato della Conferenza - il vero -  esattamente questo!
Tra il discorso inaugurale di Coolidge ed il discorso finale di Charles Hughes c' un abisso che  colmato dai processi verbali scritti delle Commissioni e dai processi verbali non scritti dei Sottocomitati segreti. Nel fondo stanno due cadaveri: uno, che dato per putrefatto,  risuscitato a mezza conferenza, quello di Sandino; l'altro che fu buttato inutilmente alle ortiche all'ultimo momento come fanno i palloni sgonfi con la zavorra, ed  quello del Presidente della Delegazione argentina Puerreydon.
Ma v' un ferito grave che non  denunciato: il pan-americanismo. Venuto all'Avana assai malato per entrare in convalescenza si  aggravato ed  mancato un pelo - proprio un pelo - che decedesse!
.
C' chi d la colpa del fallimento della VI Conferenza ad Hughes; chi la d a Puerreydon; chi a Guerreo del Salvador; chi a Maurtua del Pervi; chi infine al caldo di Cuba che ha incendiato improvvisamente il febbraio tropicale, urtando il sistema nervoso degli eccellentissimi signori delegati. In realt nessuno di questi signori  il colpevole. Lo stesso caldo rinfresc con un temporalone proprio l'ultima giornata, la peggiore.
Gli Stati Uniti non potevano trovare un rappresentante migliore di Charles Hugues che alle sue benemerenze pan-americane (tipo evacuazione di San Domingo) aggiunge alto ingegno, presenza signorile, faccia simpatica, parola calda e senza punte, sorriso affabile e paterno, una calma olimpica, una pazienza certosina, una gentilezza impeccabile, una abilit indiscutibile. Durante l'intera conferenza ho ammirato quest'uomo che rappresentava la strapotente Repubblica delle Stelle e che non ha mai alzato la voce pi del necessario, che non ha mai pronunziato una frase pi forte del dovuto, che ha sempre chiesto disciplinatamente la parola per farsi ascoltare, che ha perennemente detto cose giuste e sensate, anche quando la Bolivia discuteva gli interessi strategici e navali degli Stati Uniti o l'Honduras proponeva un divieto giuridico di affitto contro il canale di Nicaragua.
Hughes, ben compenetrato del compito specialissimo che incombeva questa volta al delegato degli Stati Uniti, ha fatto il possibile e l'impossibile per condurre in porto la gran galeazza del Pan-americanismo, attraverso gli scogli ed i risucchi della VI Conferenza, valendosi delle Delegazioni vassalle o tributarie per muovere le pedine pi arrischiate, valendosi delle Delegazioni coassociate od amiche per influenzare opportunamente le discussioni o sviarle. Tutte le Delegazioni hanno reso omaggio alla personalit interessantissima di Hughes che s'imponeva non solo per la enorme forza del paese che rappresentava ma anche per l'eccellenza delle sue qualit personali. Lo stesso osservatore europeo gli perdona qualche pennellata catastrofica dell'Europa, riconoscendone l'opportunit per il corso del dibattito. I meriti di Hughes sono innegabili. Per anche il fiasco  innegabile. L'ultimo discorso di Hughes, precisamente quello che mise il sigillo al fiasco della Conferenza, fu magistrale, degno di un grande uomo di Stato; logico, opportuno, necessario. Tutto quello che Hughes disse doveva essere detto e detto come lo disse, ma ogni parola consacrava il fallimento. Lo scandiva. Lo aggravava. Era una cifra del deficit.
Puerreydon? Rappresentante di un paese esportatore come l'Argentina, che ha nell'esportazione la sua vitalit economica e la sua tranquillit sociale, Puerreydon ha chiesto semplicemente che il Pan-americanismo incominciasse fraternamente col non erigere troppo alte barriere doganali contro i prodotti dei paesi fratelli. Rappresentante di una nazione splendidamente latina, della pi latina delle nazioni di America, che  anche quella pi autonoma - economicamente parlando nei riguardi della finanza di New York, - Puerreydon ha preso posizione per i fratelli minori dell'America Centrale nella questione dell'intervento, collaborando in tutto il resto cordialmente con la Delegazione degli Stati Uniti e schierandosi sovente dalla loro parte contro talune proposte troppo decisive del Messico o del Salvador.
In coscienza non si pu attribuire all'Argentina la responsabilit del fallimento della VI Conferenza pan-americana senza commettere una ingiustizia palese e senza dire una cosa perfettamente contraria alla verit.
Anzi l'Argentina  stata cos cauta nei suoi movimenti che ha rinunziato all'ultimo momento alla stessa questione delle tariffe doganali per non disturbare la bella festa pan-americana ed ha sacrificato il Presidente della sua Delegazione ed ambasciatore a Washington il quale non voleva - ed a ragione - firmare la Convenzione dopo aver dichiarato in nome del suo paese che non l'avrebbe firmata senza la clausola delle tariffe.
Guerrero, ministro degli Esteri del Salvador,  stato s - grazie a Dio - il paladino della latinit americana ed il grande combattente della formula del non intervento, ma tutte le soluzioni conciliative, tutte le transazioni protocollari, tutti i rinvii, i silenzi ed i sottintesi via via proposti per salvare la barca che faceva acqua lo hanno trovato sempre pronto a non creare l'irrimediabile, sempre arrendevole nell'evitare incidenti, disposto a contentarsi del minimo, cio di non fare del male ai latini ed ai popoli deboli dell'America Centrale senza esigere a qualunque costo il loro trionfo n la loro salvezza.
Se il presidente della Delegazione del Salvador avesse voluto, avrebbe avuto non una ma dieci occasioni di dare un colpo mancino ad Hughes ed ai suoi soci, mentre tutto pieno di alto senso di responsabilit ha sempre accettato e spesso trovato la formula che girava l'ostacolo o che rinviava sine die il problema troppo difficile o che lasciava sospesa la decisione non ancora matura.
Resta Maurtua! Il giurista e delegato peruviano si  limitato in fondo a servire gli interessi del suo paese ed a fare il suo mestiere di tecnico. In apparenza egli  responsabile di avere scatenato le burrasche del 4 febbraio e del 18 febbraio, cos come l'assassino di Serajevo  apparentemente responsabile di avere scatenato la guerra europea; in realt, come l'uomo di Serajevo, egli  stato uno strumento in mano della fatalit, e nessuno pu mettere in dubbio n la sua buona fede n il suo attaccamento al pan-americanismo, cio all'armonia ed alla concordia dei popoli di America.
Ed allora? Perch la Conferenza  fallita?
.
La colpa del fallimento della VI Conferenza Pan-americana non risale a questo o a quell'uomo, a questo o a quel governo. Il fallimento  semplicemente la conseguenza logica di un paradosso: quello che vorrebbe armonizzare le imperiose necessit politiche ed economiche degli Stati Uniti con la sovranit ed il libero arbitrio dell'America centrale; che vorrebbe fondere gli imperativi categorici del canale di Panama, del costruendo canale di Nicaragua, dell'antagonismo navale anglo-americano, dell'incoercibile espansionismo finanziario ed economico degli Stati Uniti con il libero capriccio dei messicani, dei nicaraguesi, dei salvadoregni, degli haitiani, dei dominicani, ecc. di vivere come loro aggrada e di fare in casa propria il proprio comodo.
Se gli Stati Uniti avessero deciso di sacrificare sull'altare del Pan-americanismo i loro interessi economici, industriali, commerciali, bancari, petrolieri, zuccherieri, strategici, aerei, ecc., avrebbero potuto trasformare con facilit la VI Conferenza in una apoteosi del Pan-americanismo e la Conferenza si sarebbe sciolta con un commovente abbraccio generale, magari aggraziato da qualche sghignazzata all'indirizzo della perfida Albione e della bellicosa Europa! Ma gli Stati Uniti hanno voluto la botte piena e la moglie ubbriaca, l'amore ed i pugni, la serenata romantica a Giulietta e la serenata tragica a Sandino. Hanno cercato di ubbriacare le Delegazioni latine con un cocktail di imperialismo e di pacifismo. C' chi ha bevuto perch non ha sentito la droga o perch era venuto con l'ordine di bere qualsiasi intruglio. Ma Guerrero ha detto: "Non bevo!" L'Argentina ha dichiarato: "Non mi piace la bibita" Il Messico ha precisato di essere astemio! L'Equatore ha optato per una bevanda pi innocua!
Durante tutta la Conferenza si  verificato costantemente questo curioso fenomeno: che Hughes ha sempre battuto il record degli applausi, che tutte le Delegazioni hanno fatto a gara per sorridere agli Stati Uniti, ma ogni qualvolta una questione fondamentale - arbitrato, intervento, sovranit, indipendenza, solidariet economica - sgattaiolava di straforo fra le scuciture della conversazione diplomatica sul tappeto della Conferenza, in maniera da poter essere veduta dai popoli e dai parlamenti, in maniera cio da mettere le Delegazioni di fronte al sentimento delle moltitudini americane, immediatamente tutte le Delegazioni (quelle dei paesi bianchi come quelle dei paesi meticci e dei paesi neri, dei paesi liberi e di quelli asserviti, dei compromessi e dei non compromessi) tutte erano costrette a sciorinare, una dietro l'altra, come dischi di fonografi, la loro brava dichiarazione di principio che non era certo una dichiarazione di amore per Washington.
Costrette da chi?
Ecco la chiave della VI Conferenza Pan-americana!
Dai Parlamenti? Dalle folle ascoltanti? Dall'onore? Dall'istinto di conservazione? Dallo spauracchio elettorale? Dall'allettamento di una possibile elezione presidenziale o dal timore di un possibile capitombolo presidenziale?
S, ora da questa ora da quella considerazione, ma tutte - le dichiarazioni nobili come quelle volgari - tutte avevano il loro punto di partenza in un luogo impreciso che  sospeso nel gran regno di quelle forze imponderabili che determinano il corso della storia umana.
In questo luogo impreciso fanno capo i cordoni ombelicali di tutte le grandi e piccole nazioni dell'America non anglo-sassone, che si affacciano alla porta della vita ed alla finestra della storia. Questo luogo pu chiamarsi Libert come Latinit. Come si chiami non conta. Per esiste e la sua esistenza non permette che lo sviluppo dell'America sia falsato dalla costruzione artificiale del Pan-americanismo il quale poggia sopra una prevenzione politica che  ormai superata dalla storia (la dottrina di Monroe), sopra un'unicit continentale che  smentita dalle formazioni etniche economiche e spirituali del continente americano, infine sopra una tesi diplomatica che  quotidianamente e sistematicamente distrutta dalla pratica spicciola della vita americana.
Chi ha vinto alla VI Conferenza? Nessuno. Chi ha perso? Il Pan-americanismo. E siccome gli alfieri di questo pan-americanismo erano i nordamericani che lo hanno fatto a loro uso e consumo e che hanno mandato all'Avana lo stesso Coolidge a sventolare questa bandiera adottata dai politici, dai banchieri e dagli ammiragli degli Stati Uniti come il vessillo pi intonato al presente ed all'immediato futuro internazionale, non sono nel torto coloro che credono - come me - che i perdenti della VI Conferenza sono gli Stati Uniti.
Senza che, per questo, abbiano vinto i latini.
...
.
...
NICARAGUA, PROBLEMA D'AMERICA.
...
.
...
Dei ventuno Stati americani rappresentati alla Conferenza dell'Avana uno solo aveva due Delegazioni: il Nicaragua.
Alla testa della prima Delegazione v'era il ministro degli Affari Esteri della Repubblica, Carlo Cuadra-Pazos, buon amico degli Stati Uniti, uomo di fiducia del presidente Diaz e candidato alla successione presidenziale. Era questa la Delegazione ufficiale, debitamente accreditata presso la VI Conferenza. Durante le sedute essa ha fatto ci che giudicava fosse il suo dovere, brillando nel fare il giuoco degli Stati Uniti. L'unico rimprovero che un osservatore imparziale, pu muovere a S. E. Cuadra-Pazos  di avere un tono troppo forte, troppo oratorio, troppo sonante, che urtava un po' l'orecchio degli ascoltanti, specialmente nelle giornate storiche del 4 e del 18 febbraio quando - unico su venti rappresentanti latini - si dichiar favorevole alla politica nord-americana dell'intervento, senza avere n la scusante di Cuba n il pudico riserbo del Per.
La seconda Delegazione del Nicaragua, non accreditata presso la VI Conferenza, era formata da una sola persona: il generale o brigante Sandino.
L'uomo non si vedeva ed era anzi lontano assai dall'Avana, occupato a non farsi prendere in trappola dai soldati e dagli avieri degli Stati Uniti. Per la sua presenza era immanente nell'Assemblea. Il generale-brigante assisteva a tutte le sedute e s'imponeva a tutte le Delegazioni: a quelle che lo giudicano un valoroso che difende la sua patria contro lo straniero come a quelle che lo considerano un bandito in rotta con la morale e con la legge.
Dato per morto a met Conferenza continu ad assistere alle sedute ed a partecipare ai lavori: disdegnando le Commissioni latte e miele della Cooperazione Intellettuale e dell'Organizzazione sociale, riserb rudemente la sua presenza alle Commissioni dell'Unione Pan-americana e del Diritto Internazionale Pubblico, incaricate la prima di stabilire la Magna Carta del Pan-americanismo, la seconda di codificare i diritti ed i doveri degli Stati d'America. Il suo nome non fu mai pronunziato, ma quasi tutti i Delegati parlarono parecchie volte in suo favore o contro di lui. Fu a volte la personificazione del Mito che travolge le folle e la storia, a volte la pietra dello scandalo, a volte un ingombro, a volte solo un rottame. Innominato emp del suo nome i lavori della VI Conferenza.
Noi non vogliamo stabilire se egli appartenga alla categoria degli eroi od a quella dei malfattori. La sua persona non ci interessa. Constatiamo unicamente il fatto che Sandino ha battuto all'Avana Coolidge ed Hughes, in match pubblico, ed ai punti. Sandino  stato il tallone di Achille del Pan-americanismo. La constazione deve essere fatta per comprendere la storia d'oggi e di domani dell'America.
Essa simbolizza una situazione di fatto e di tendenza, contro la quale si sono pronunziate diciassette su ventuna delle libere Repubbliche di America. Dal canto loro gli Stati Uniti, per bocca del loro rappresentante ufficiale Charles Ewans Hughes, non solamente hanno riconosciuto l'esistenza di questa situazione di fatto, ma hanno dichiarato che non ammettono critiche in proposito considerandole ingiuste e non intendono tornare indietro perch l'onore e gli interessi della Repubblica non lo consentono (seduta del 18 febbraio).
.
Come Repubblica dell'America Centrale, il Nicaragua  una delle pedine della scacchiera politica degli Stati Uniti. Il giuocatore avversario pu essere l'America latina come l'Europa, pu essere l'Inghilterra come il Giappone. La specifica del giucatore non ha importanza. Quella che conta  la scacchiera.
Gli interessi strategici, politici ed economici degli Stati Uniti esigono che la scacchiera dell'America Centrale sia dominata in pieno. Economicamente, militarmente, politicamente. Il giuocatore di Washington deve essere sicuro di tutte le sue pedine, della pedina Costarica come della pedina Honduras, della pedina Santo Domingo come della pedina Guatemala. Le torri della scacchiera sono Cuba ed Haiti. Il re  il canale di Panama. Dare scacco matto al re significa battere gli Stati Uniti ed  logico che gli Stati Uniti facciano di tutto per rendere l'operazione pressoch impossibile.
Finora il Nicaragua era solamente una delle tante pedine della scacchiera ma gli ultimi avvenimenti e, soprattutto, i progressi dell'aviazione hanno dimostrato agli Stati Uniti l'inconveniente di basare tutto il loro giuoco solamente sul Re e l'opportunit di dividere la difesa tra questo e la Regina. Si  concretato cos il progetto di aggiungere al canale di Panama il canale di Nicaragua, il quale, raddoppiando il passaggio transoceanico, raddoppia la sicurezza strategica e la rapidit di manovra degli Stati Uniti. Il giorno in cui i canali saranno due, il giuocatore di Washington avr la partita pi facile e lo spirito pi tranquillo.  facile capire che un canale destinato ad avere l'importanza capitale del canale di Nicaragua non si costruisca alla svelta, mettendosi d'accordo con qualche municipio, ma esiga una cornice territoriale e politica per fabbricar la quale bisogna poter contare sopra un governo, sopra una Camera e sopra un paese che siano d'accordo. La questione del Nicaragua pur essendo complessa  straordinariamente semplice, giacch gli Stati Uniti cercano in questo momento i tre strumenti necessari alla fabbricazione della Cornice del canale di Nicaragua. Una volta che siano creati il governo amico, la Camera favorevole ed il paese consenziente, sar facile tracciare la zona del canale di Nicaragua copiando la zona del canale di Panama. Poi i tecnici ed i finanzieri faranno il resto che non presenta difficolt.
Quando gli Stati Uniti imposero alla Colombia il sacrifizio del Panama il mondo intero non si commosse gran che alle proteste di Bogot. Si trattava di facilitare l'apertura di una grande via transoceanica e transcontinentale. L'interesse collettivo dell'umanit soffocava la protesta locale. Oggi la situazione  invece differente, perch il canale di Nicaragua interessa in fondo solo gli Stati Uniti. Anzi in realt interessa unicamente l'Ammiragliato degli Stati Uniti.
Nonostante la natura delicata delle sue opere tecniche, il canale di Panama risponde largamente per il presente e per il prossimo futuro ai bisogni commerciali degli Stati Uniti, dell'America e del mondo. Su ci tutti i tecnici sono d'accordo. Il costruendo canale di Nicaragua non obbedisce quindi ad una necessit economica mondiale che nasconda e magari legalizzi la coercizione imposta alla piccola Repubblica, ma obbedisce esclusivamente ad una opportunit militare degli Stati Uniti che  patrocinata da un certo numero di uomini politici e di ammiragli nord-americani.
Si tratta, dunque, d'una questione particolare degli Stati Uniti. Come tale e solo come tale essa  stata presentata alla VI Conferenza Pan-americana. Non fu messa sul tappeto e fu solo impostata all'ultimo momento perch non se ne poteva fare a meno, ma in realt tutta la Conferenza era imperniata sul Nicaragua e fall appunto perch il pernio non era in grado di mantenere in equilibrio il pan-americanismo.
Il Messico ed i paesi dell'America centrale vedono nella situazione del Nicaragua lo specchio del loro passato, del loro disgraziato presente e del loro pauroso avvenire. Contro il diritto sostenuto dagli Stati Uniti di difendere la loro grande patria sopra linee strategiche che sono al di fuori dei confini della Confederazione (Panam, Nicaragua, Cuba, Haiti, Santo Domingo) i paesi del Centro America proclamano il diritto pi semplice e pi naturale di vivere liberi e sovrani senza essere i giuocattoli di Washington.
La battaglia diplomatica rimarrebbe circoscritta fra il colosso ed i pigmei con matematica certezza del risultato finale se non vi fosse l'America meridionale la quale si sente minacciata da questa politica degli Stati Uniti nella sua sicurezza territoriale, nella sua autonomia economica e nella sua latinit. Infatti l'America centrale rappresenta per gli americani del Sud parecchie cose: 1) un insieme di paesi-cuscinetto che separa gli Stati in formazione dell'America meridionale dal colosso gi formato del Nord; 2) un insieme di mercati tropicali e sub-tropicali, suscettibili di essere domani clienti e fornitori delle industrie del Sud-America; 3) un blocco di paesi latini o latinizzati che fa parte intrinseca della massa latina d'America.
Ragioni politiche, economiche, linguistiche, etniche, sentimentali, religiose e militari determinano l'interesse dell'America meridionale per le vicende dell'America centrale; coartano la libert d'azione dei governi; legano le mani ai diplomatici pi amici di Washington; trasformano il problema locale del Nicaragua in un grande problema americano. Un problema-base. Un problema-simbolo.
Tanto capitale  questo problema, che quando i governi del Sud-America chiudono gli occhi sul Nicaragua per ragioni contingenti di opportunit politica o di convenienza finanziaria, i rispettivi popoli li obbligano ad aprirli. Ed i popoli sono guidati in queste questioni fondamentali da istinti misteriosi e potenti che mai non fallano e che scavalcano i piccoli interessi transitori per vedere solo le grandi necessit dell'avvenire.
Sarebbe facile dimostrare per quali ragioni il problema-simbolo del Nicaragua sia anche un grande problema generale della Latinit e sia nello stesso tempo un problema mondiale che tocca da vicino l'impero britannico e l'equilibrio stesso del mondo, ma l'argomento ci trarrebbe fuori dal terreno continentale dell'America nel vasto campo delle interferenze di razza, d'economia e di storia. L'essenza della questione  prevalentemente americana e deve essere risolta dalle tre Americhe.
Nonostante le simpatie di molti governi americani verso gli Stati Uniti, nonostante l'esistenza di formidabili interessi economici e di non meno formidabili pressioni diplomatiche, nonostante il notorio asservimento di alcuni uomini politici centro-americani ed anche di qualche Presidente alla Segreteria di Stato di Washington, nonostante il giuoco di mille forze ed il peso di mille bassezze, nonostante un certo numero di buone ragioni che militano anche a favore della tesi degli Stati Uniti, il governo della Repubblica delle stelle si  trovato solo all'Avana di fronte a Sandino, unicamente affiancato dall'eccellente ministro Cuadra-Pazos il quale non ha voce in capitolo.
Cuba ed il Per hanno fatto un miracolo di acrobazia per non scostarsi da Washington, ma hanno sentito tuttavia il bisogno di fare un passo indietro. Anzi il Per ne ha fatti tre. Ed il Brasile che si era imposto il compito dell'eterno neutro  stato obbligato per la circostanza ad uscire dalla sua neutralit.
Per cui si pu proclamare, senza tema di incorrere nella taccia d'esagerazione, che la questione del Nicaragua  uscita dalla VI Conferenza trasformata in un grande problema americano, sia rispetto alla situazione specifica della Repubblica del Nicaragua, sia rispetto a tutte le altre situazioni (analoghe, affini o simiglianti) dell'America centrale e dei Caraibi.
La dichiarazione esplicita di Hughes relativa al diritto di intervento o di... interposizione, indica che gli Stati Uniti hanno in proposito una linea di condotta stabilita che non intendono abbandonare per il momento. Non discutiamo se questo punto di vista sia giusto od ingiusto, giacch siamo convinti che la parola giustizia subisca nel dizionario della politica internazionale una serie di trasformazioni cos radicali che ne cambiano i connotati fino a renderla irriconoscibile. Perci esiste forse un Diritto Internazionale Pubblico moderno, incaricato di cristallizzare e di codificare le varie metamorfosi della Giustizia.
Il generale o brigante Sandino ha il merito od il demerito di incarnare la volont di resistenza dei latini d'America contro la linea di condotta che si sono tracciati gli Stati Uniti.
Nella Commissione dell'Unione Pan-americana, Sandino ha sostenuto che il pan-americanismo  in antitesi con la funzione di regina che la Segreteria di Stato di Washington ha assegnato obbligatoriamente al Nicaragua sulla scacchiera centro-americana.
Nella Commissione di Diritto pubblico Sandino ha dichiarato che il Nicaragua declina l'onore di questa incoronazione scacchistica, per s e per tutti i paesi dell'America Centrale.
Nella seduta plenaria del 18 febbraio Sandino ha fatto di pi.  comparso addirittura nell'aula, vestito da brigante, con il fucilaccio del masnadiero in una mano e nell'altra la corona d'oro e di spine offerta da Stimson al popolo di Nicaragua. Ed ha gettato la corona sul tavolo di Hughes!
Tutti lo hanno visto. Tutti lo hanno riconosciuto. Era lui che parlava. Erano per lui le acclamazioni delle tribune. Otto Stati d'America lo hanno applaudito. Altri otto lo hanno salutato con rispetto. Due sole repubbliche di America hanno finto di non vederlo per non essere obbligate a fare altrettanto da una forza che  pi imperiosa di qualsiasi diplomazia. Ma tutti hanno sentito che in quel momento l'ambasciatore Ferrara ed il senatore Salazar non rappresentavano i loro popoli.
...
.
...
IL settimo CONGRESSO DELLA STAMPA LATINA.
...
.
...
Guidata dal nuovo Petronio, Maurice De Waleffe - che ha approfittato dell'occasione per far varcare l'Oceano ai suoi pantaloni corti - la carovana dei sessanta giornalisti latini di Europa si  incontrata all'Avana con la carovana dei sessanta giornalisti latini di America e le due carovane hanno chiassosamente messo in piedi quella escursione Cook che  chiamata VII Congresso della Stampa Latina.
Nuovo a questo genere di Congressi vi ho preso parte con l'ingenua buona volont dei neofiti che credono nei pastori perch hanno fede nel Verbo. Dopo l'Italia non ho personalmente altro ideale che la Latinit, per cui credevo che un Congresso il quale ostenta la rappresentanza latina del mondo fosse una cosa seria. Ed oggi ancora, dopo aver constatato tutto il vuoto del Congresso, domando sinceramente a me stesso se questi Congressi della Stampa Latina non siano nonostante tutto una cosa seria, assai seria, terribilmente seria, precisamente per l'esistenza di questo enorme colossale vuoto dietro il paravento splendente della Latinit!
.
Esistono a Parigi un cassetto ed un uomo. Il cassetto contiene gli scartafacci di sette Congressi. L'uomo possiede la direzione di un servizio di turismo giornalistico. Il cassetto pieno di carte e l'uomo Cook formano la "Association de la Presse Latine". Il Journal che ha l'uomo al suo stipendio non fa pagare afatto al cassetto, per cui il Journal  benemerito della Latinit.
Quando la "Association de la Presse Latine" trova un governo mecenate disposto a pagare le spese di un Congresso, lo organizza e lo annunzia al mondo latino. Il mondo latino crede ad una concentrazione delle sue migliori forze giornalistiche, cio ad una sagra della latinit ed immagina chiss quale fervore di preparazione, chiss quale blocco di buone volont, chiss quale lavoro di propaganda e di realizzazione! Il Congresso si riunisce in mezzo ad uno sfarfallio di bandiere. Banchetta lungamente. Chiacchiera ancora di pi. Consuma tempo e denaro. Fa lavorare i telegrafi ed i cavi sottomarini. Poi si scioglie. L'uomo di Cook ritorna alla sua Parigi. Le scartoffie del Congresso passano in posizione ausiliaria nel famoso cassetto. I banchetti sono finiti. Il Congresso  morto. Un nuovo mecenate  ricercato negli avvisi economici della Latinit.
L'unico - assolutamente unico - risultato pratico di questi Congressi  rappresentato dagli articoli che i Congressisti scrivono (se non altro per gratitudine dello stomaco) a favore del paese che li ha fatti banchettare e che i direttori dei giornali pubblicano se credono di doverlo fare, o se non hanno altro di meglio da pubblicare.
Io non discuto l'iniziativa di De Waleffe che ha il merito di provocare una serie di articoli latini sui giornali latini intorno ora a questo ora a quel paese della latinit, ma mi domando perch si debba battezzare "Association de la Presse Latine" ci che altro non  se non un "Bureau touristique du journalisme franco-latin"? Perch far credere alla Latinit che esiste una solenne organizzazione della stampa latina del mondo, quando in realt non v' neppur l'ombra di tale organizzazione che sarebbe pur tanto utile ed  forse necessaria?
.
Carovana turistica di giornalisti europei in viaggio alla... scoperta di Cuba, il VII Congresso della Stampa Latina  giunto in Avana sul piroscafo Espagne battente bandiera francese e ne  ripartito dieci giorni dopo col medesimo vapore. Il Congresso  stato un vero tour de force di pranzi, colazioni, cerimonie, t danzanti, gite, escursioni scarrozzate, discorsi (molti discorsi), banchetti (molti banchetti), chiacchiere (molte chiacchiere). Quanto ai lavori del Congresso essi furono solamente nominali. Incorniciate fra una agape succulenta ed un ballo brillante le disgraziate Commissioni incominciavano tardissimo e finivano rapidamente per esaurimento di quorum, quando non erano interrotte d'ufficio per visitare una fabbrica di sigari o per deporre una corona ai piedi di questo o quel monumento. Di risultati pratici non  neppure il caso di parlare!
 inutile d'altra parte chiedere a questi cosidetti Congressi della stampa latina pi di quello che possono dare. Se invece del pomposo nome di VII Congresso lo chiamassero VII Gita della stampa latina, tutto sarebbe in regola. Anche la morale! Non  difficile racimolare cento giornalisti che abbiano voglia di fare un bel viaggio, soprattutto quando si trova un tizio che paga le spese e quando il programma  una vera collezione di festeggiamenti. Nel caso di questo VII Congresso c'era in pi l'attrattiva di una traversata oceanica in piena regola che, coi prezzi odierni delle Compagnie di Navigazione, non  un regalo da poco. E v'era il piccante esotico delle Antille che era come lo zafferano sopra un buon risotto.
La carovana s' imbarcata con grande entusiasmo a St. Nazare. Tutti amiconi a bordo, qualunque fosse la nazionalit, il colore politico del rispettivo giornale ed il funzionamento della propria vescichetta biliare. Prima tappa la Spagna. Entusiasmo. Lirismi. Nessuna corrida. Poi l'Espagne punt verso il Centro America. Lungo viaggio, senza soste e senza diversivi, cullato da lunghe onde di mare morto. Nacquero i crocchi ed i gruppetti. La maldicenza fece capolino fra una sedia a sdraio ed una cabina socchiusa. Germogliarono i pettegolezzi... Sessanta giornalisti a spasso cercavano il fatto di cronaca e lo trovavano. Lo trovavano e lo ricamavano. Il mal di mare solleticava gli stomaci ed i nervi. La lentezza del vapore che sfiatava da una elica aggravava il tedio dei gitanti. I poeti facevano crocchio da soli, i romanzieri, i critici e gli innamorati altrettanto. Il fratello Tharaud frugava nelle cabine e nelle caldaie in cerca d'un nuovo ebreo da descrivere, ma nessun figlio di Gerusalemme aveva scelto l'Espagne, nome che non alletta la razza. Jean Louis Voudoyer preparava in ispirito Les Dlices de Cuba, mentre Paul Reboux, socialista-gastronomo, vedeva arrivare con tristezza l'ora dei djeuners e dei diners. I calzoni corti di Maurice De Waleffe erano lo spasso dei mozzi e dei nostromi. Chauvelot, genero di Leon Daudet, cercava camelots du Roi fra i fuochisti ed i giovanotti di carbonaia.
Quando gi i francesi incominciavano da buoni francesi a rimpiangere "notre Paris" e le "mouches" della Senna, quando gi il poeta cubista Asturias aveva esaurito gli argomenti di tutte le sue ballate, quando gi le toilettes di Teresa La Parr e di madame Reboux principiavano ad urtare il sistema nervoso delle altre signore, Cuba offr alla carovana assetata di terra ferma il miraggio di Tombuct, sullo sfondo di un'alba tropicale irrorata di miele e screziata di zucchero cotto. Oh! Les Antilles! Le Antille! Las Antillas! Chi pu indovinare i pensieri ed i sentimenti di un poeta come Gregh che tocca per la prima volta i paesi di sogno di Pierre Loti e di Claude Farrre? Chi pu immaginare i castelli in aria, le frenetiche fantasie di un "inviato speciale" che dinanzi ad una terra sconosciuta punteggiata di palme-cocco sente ribollirsi in petto tutta la zolfatara della celebrit?
Il vapore, aspettato alle due del pomeriggio, arriv invece all'alba, per cui la banda municipale che doveva ricevere trionfalmente gli araldi latini dormiva ancora e quel che  peggio dormivano ancora i turisti nord-americani che occupavano le camere destinate agli ambasciatori della latinit. Inde irae!
.
Latinit?! Vi sono due modi di comprendere la latinit: come etichetta e come ideale. Come etichetta essa era incollata sui bauli e le valigie dei congressisti. Come ideale doveva trovarsi nell'anima di ognuno dei gitanti. Se veramente vi fosse nessuno pu dirlo! Posso per garantire che i bauli erano in regola col padre Romolo.
L'inaugurazione del Congresso ebbe luogo nel salone medesimo nel quale Coolidge aveva inaugurata la VI Conferenza Pan-americana di buona memoria. C'era anche questa volta il presidente della Repubblica di Cuba ma non v'era il presidente degli Stati Uniti. Il suo posto era occupato dal franco-belga-latino Maurice De Waleffe che sfoggiava per l'occasione pantaloni corti di seta nera e calze trasparenti made in Paris. Gli olimpici palchi che un mese prima avevano ascoltato il sermone nicaraguense di Calvin Coolidge ricevettero senza scomporsi le odi pindariche dei latini. Invece dei due discorsi della Pan-americana ne avemmo cinque, in omaggio alla fecondit latina ed invece delle ventun bandiere del pan-americanismo brillavano i ventun vessilli del pan-latinismo. Non si parl di America, ma di latinit, cio di Parigi. E di scoperta del Nuovo Mondo, cio di Madrid. Ma un italiano grid forte, fuori programma, in lingua italiana, il grande nome di Roma ed i latino-americani applaudirono ed applaudirono, pi di quanto non avessero acclamato la Torre Eiffel ed il Manzanares. Quel giorno come i giorni successivi Roma, madre augusta di tutte le genti latine, domin il Congresso con la sua maternit e la sua gloria, nonostante non avesse inviato grandi ambascerie. Ogni qualvolta una voce qualsiasi inneggiava alla Latinit, era sempre il grande volto di Roma che si vedeva. Di Roma Eterna, che ha dato ai Latini i Fori ed i Cristi, le Aquile ed i Fasci. Glorie di ieri. Realt d'oggi. Speranze di domani.
Cuba, tutta fresca ancora del bagno pan-americano, si  tuffata con giovanile baldanza nella vasca pan-latina. S' mostrata bella, sorridente, affettuosa, pazzerellona, fiera di presentare agli argonauti di Europa la sua Avana monumentale, il suo zucchero, i suoi sigari, le sue creole, i suoi fiori ed i suoi ananas. La tradizionale ospitalit cubana  stata per i pan-latini altrettanto generosa che per i pan-americani; ma, senza volerlo, Cuba ha aperto maggiormente ai primi le sue case ed il suo cuore. Se ai pan-americani ha fatto vedere soprattutto i suoi ministeri, i suoi asfalti, i suoi pompieri, il suo comfort moderno ed i suoi servizi aerei, ha tenuto a mostrare ai pan-latini piuttosto le sue danze, i suoi giardini, le sue donne, il suo cielo, il suo mare, il suo sorriso. Coloro i quali non vedono al mondo altro che "Paris" hanno forse arricciato il naso di fronte a certe ingenuit esotiche. Noi italiani, pi latini, pi mediterranei e pi universali, abbiamo trovato che anche Cuba ha le sue grazie e le sue bellezze, che anche a Cuba v' come dappertutto qualche cosa da imparare, che anche la vita cubana ha lati interessanti e simpatici come la vita di ogni gente e di ogni terra.
Il Presidente della Repubblica ha aperto ai congressisti le porte della sua casa di campagna e li ha ricevuti come vecchi amici coi quali non si fanno cerimonie. Cincinnato d'America ha tenuto a mostrare loro i suoi campi ben concimati, le sue vacche da latte grasse come maiali ed i suoi maiali decorati da cinquanta esposizioni. Poi in una capanna di perfetto stile creolo, sotto una tettoia deliziosa di foglie secche simile alle mille e mille tettoie che i congressisti vedevano nella campagna cubana, ha mostrato loro l'ospitalit fastosa e nello stesso tempo bonacciona dei grandi signori tropicali. Tutte le leccornie della cucina creola erano imbandite sopra una immensa tavola patriarcale. Re Davide doveva ricevere cos i suoi ambasciatori di Egitto e di Fenicia! Ed i congressisti, molti dei quali non avevano mai messo il naso fuori del Bois de Boulogne e della Borboule, si sono trovati magicamente dinanzi ad un bel quadro del Tropico americano: quadro appetitoso ed odorante che solleticava la curiosit e stuzzicava l'appetito. V'erano i punches ghiacciati delle Antille, fatti di rhum e di ananas, di rhum e di arancio, di rhum e di cedro, di rhum e di limone, profumati alla menta selvaggia ed alle spezie, non combinati da un alchimista dei bar coi prodotti industriali di dieci bottiglie, ma trovati nel silenzio delle sieste dagli antichi conquistadores e negrieri dinanzi ai cocchi, ai cedri ed ai campi di canna e da loro tramandati ai nipoti e discendenti per la gioia dello stomaco e per il profumo della vita. V'erano uova ripiene di caviale, sedani cristallizzati nel fegato di tacchino, fritture dolci e insalate di banane, insalate di foglie di palma alla maionese, mandorle abbrustolite nel sale e nel pepe, dolci di guanabana che empiono le vene di fragranze, canditi di guayabo che inzuccherano il palato e nello stesso tempo mordono le gengive. Ognuno ha potuto credersi per un momento un Pizarro od un Surcouf! Le chitarre suonavano il danzn e la marimba. Voci smorzate d'uomo e di donna modulavano i ritmi mezzo andalusi mezzo africani delle Antille. Sotto la tettoia di foglie c'era un'ombra riposante che ricordava i chioschi mori dell'Alczar. La campagna alitava i suoi soffi tiepidi. Parevano invisibili mani che carezzassero e carezzassero... Cento fiori e cento colori splendevano all'intorno. E svolazzavano le farfalle. E si sfarinavano i rami di buchenviglia. E ridevano le bocche ardenti delle creole. E fiammeggiavano i loro occhi. Le palpebre andavano e venivano sulle guancie accese dai punches e dai cocktails del Presidente...
.
Al gran banchetto di cento coperti offerto dal ministro d'Italia ai congressisti latino-americani, il rappresentante del nostro paese ha sceneggiato con mano maestra la famiglia latina ed il posto che in essa occupa l'Italia: l'Italia imperiale dei Cesari, l'Italia universale dei Papi, l'Italia dinamica delle Camicie Nere. Uguali nei diritti, primi nei doveri! Cos il diplomatico ha precisato il posto degli italiani di fronte alla Latinit. Vogliamo grande l'Italia perch deve essere grande il mondo latino! Tutti hanno sentito che la voce italiana scaturiva dalla pi profonda sincerit della stirpe. Quando il ministro d'Italia ha definito la civilt latino-americana un prodotto "romano-iberico-cattolico" i parigini hanno nicchiato, ma i latini di America hanno applaudito. Quando il ministro italiano ha presentato il Fascismo come un fenomeno storico di linea romana ed ha tratteggiato con quattro colpi di scalpello la figura romana del Duce, un soffio di esaltazione si  impadronito della sala nella quale erano rappresentati i giornali di ventotto paesi latini. E veramente sembr che nell'oscurit diamantata della notte tropicale trasvolasse un nembo di aquile!
- Non siamo stati invitati per ascoltare il panegirico del Fascismo! commentava pi tardi uno spagnuolo, catalanista ed anti-deriverista arrabbiato.
- Pourquoi? gli ha risposto il radico-socialista Paul Reboux del Paris-Soir. Je suis venu exprs pour couter un diplomate du Fascisme et j'ai admir son style!
Ed i latino-americani telegrafarono a Benito Mussolini "grande romano moderno". Ed a Gabriele D'Annunzio "sommo poeta della latinit". Poi il Presidente del Congresso - un cubano - ha sciolto un inno alato a Roma ed al popolo italiano. E sulle chiacchiere e sui pettegolezzi del VII Congresso della Stampa Latina, s'erse il profilo solenne della Citt Eterna che alle genti latine ha dato la Civilt, la Religione, le Leggi. Ed al mondo latino ha dato nel 1915 e nel 1920 lo scudo di quaranta milioni di italiani contro il pangermanismo ed il bolscevismo. Ed oggi sta dando l'imperiale rinascita dell'Italia. Perch il vecchio tronco millenario continui a fiorire di sempre nuove primavere ed a coronarsi di sempre nuove glorie! Perch i nuovi lauri latini che nascono nel Nuovo Mondo s'uniscano e si confondano coi lauri sempre verdi del Mediterraneo ed i poeti possano continuare a cantare:
Salve, cara Deo, tellus sanctissima, salve!




LA STAZIONE FERROVIARIA DI RUSPOLI

Chi a Ceballos, piccola stazione della linea Avana-Santiago, scende dal grande espresso d'Oriente e prende una linea secondaria che attraversa la provincia di Camagey, incontra una stazione ferroviaria che si chiama "Ruspoli". Se il viaggiatore  italiano resta gradevolmente sorpreso di trovare nel centro dell'isola di Cuba un nome cos tipicamente italiano il quale evoca una nobile casata della nostra terra e ricorda fra le altre cose un pioniere del colonialismo italiano, morto in Abissinia all'avanguardia della nostra espansione africana. Se quest'italiano, tentato dal nome della stazione, scende a far quattro passi nella campagna, vedr dopo pochi minuti una grande bandiera, bianca, rossa e verde che sventola in cima ad un bel bungalow. Bussi ed avr buona accoglienza! Il principe Camillo Ruspoli di Candriano vi possiede una grande tenuta che fa onore allo spirito d'iniziativa ed alla capacit tecnica degli italiani. Non si tratta di un feudo tropicale posseduto nei lontani Caraibi da una ricca famiglia per l'automatico giuoco dell'eredit. No. Si tratta di una azienda agricola creata dagli attuali proprietari a forza di audacia, di costanza e di sacrifizi: comperata prima coraggiosamente, poi organizzata in mezzo a difficolt d'ogni genere, sviluppata d'anno in anno, trasformata in una tenuta superba la quale, in una zona coltivata ad aranci, ha il vanto d'essere il pi bell'aranceto dell'isola di Cuba.
Quando il principe compr questa estensione di terra le Compagnie nordamericane che si dedicano nella regione alla coltivazione dell'arancio pensarono al capriccio di uno snob, ammalato di esotismo passeggiero. Un principe a Ceballos! E italiano! Poveri denari buttati al vento! Si aspettavano di vedere una limousine che di tanto in tanto recasse da Camagey a Ceballos una comitiva di gitanti in pic-nic. Videro invece un uomo a cavallo, in stivaloni e cappello vaquero, che batteva i campi dall'alba al tramonto e che a sera si ritirava in una modesta casetta in mezzo all'azienda. Altre volte l'uomo era al volante di una macchina agricola che arava in profondit le terre bruciate dal sole oppure dirigeva lunghi e pazienti scavi che cercavano nelle viscere del suolo l'acqua preziosa. Una gentildonna condivideva quella vita di lavoro e di sacrifizio e la si vedeva anche essa a cavallo pei campi in mezzo al rimescolio dei solchi ed al travaglio delle semine.
Pian piano la tenuta cambi aspetto. Era gialla e triste. Divent verde e prosperosa. L'acqua trovata a grande profondit, allag i campi con la sua frescura. Mille e mille alberi si empirono di foglie e di frutti. La terra celebrava le sue nozze col sole con una immensa fiorita di fior d'arancio. La casetta divent un bungalow. Sorsero case coloniche, tettoie, scuderie, garages. Si form un piccolo paese e si dovette creare una stazione ferroviaria. Ruspoli  oggi un paese in formazione. Ed il tricolore che sventola sul pennone dice a quale razza appartengano i suoi fondatori.

In un grazioso salotto cinese a lacche nere e cinabrine, dopo una colazione tipicamente italiana a base di autentici spaghetti e di chianti genuino, ascolto Donna Margherita Ruspoli di Candriano che mi racconta le vicende dell'aranceto.
- Mio marito desiderava da lungo tempo dedicare la sua attivit ad una impresa d'oltre mare. Era perplesso fra l'Africa e l'America. Siccome mia madre  cubana, ci decidemmo per Cuba. Incominciammo con un'azienda di canna da zucchero, ma non fummo fortunati. Capitammo proprio nel momento del crak improvviso dello zucchero e l'impresa inghiott il capitale. Non ci scoraggiammo e cercammo altro. Gli aranceti di Ceballos ci sedussero, forse perch l'arancio  un frutto tanto italiano. Comprammo qui una tenuta abbandonata e ci mettemmo al lavoro. Non v'erano allora n la stazione, n il paese, n il bungalow. I primi tempi furono assai duri. Le piante erano poche e malate. La terra, incattivita e trascurata, sembrava poco fertile. I sistemi agricoli adoperati dagli altri non andavano. Mio marito trapiant qui il sistema italiano, adattandolo alle esigenze del clima tropicale ed alla natura del suolo. Il pi grande problema era l'acqua. Tutti assicuravano che non ve n'era. Mio marito la trov. Egli stesso diresse la costruzione di un enorme pozzo artesiano di duecento metri di profondit, finch l'acqua zampill fresca ed abbondante. Tutti i proventi della fattoria furono coraggiosamente investiti in macchine agricole. Poi vennero le malattie delle piante e fu una lotta a coltello contro i vermi, la cocciniglia, la filossera degli agrumi. Si dovettero fare i vivai, creare nuovi aranceti, trovare il mercato del prodotto. La lotta fu lunga ed aspra ma abbiamo vinto. Oggi il nostro aranceto  uno dei pi grandi e dei pi belli della repubblica di Cuba. Ogni giorno uno o due vagoni di aranci partono regolarmente per l'Avana.
Don Camillo lascia parlare la principessa, forse un po' seccato di far sapere ad un giramondo i fatti suoi e nello stesso tempo contento di sentire evocare la sua battaglia da colei che gli fu affettuosa compagna d'ogni giorno e d'ogni fatica.
Poi ce n'andiamo a cavallo per l'aranceto. Le piante verdi sono piene di frutti d'oro. I fiori hanno brinato la terra ed empiono l'aria di fragranza. L'acqua scorre abbondante nei solchi e dilaga gioiosamente fra le piante. Uomini a cavallo sorvegliano il raccolto che empie d'oro le ceste ed ed empie di ceste d'oro i camions. Ingrassate dall'acqua, dai concimi, dalla fecondit della terra e dall'ardore del sole, le piante piegano sotto il peso delle foglie e dei frutti. Ovunque lo sguardo si posa non vede che aranci. L'immenso aranceto stende nelle lontananze la sua massa verde-cupo in mezzo alla quale vezzeggia il verde pi tenero dei vivai. Il rombo della turbina artesiana  il palpito di tutta questa vita vegetale che canta la gloria del lavoro. Muli potenti trainano in mezzo ai solchi grandi carri carichi di nitrati e di potassa. Le macchine agricole frugano in mezzo agli alberi coi loro getti antisettici che giorno per giorno distruggono i mille microscopici roditori del Tropico. Lontano lontano un canto negro si sperde per la pace della campagna.
- Per un po' mi sono occupato di politica, - mi dice il principe - poi ho pensato che di politica si occupano anche troppi in Italia e che era pi italianamente utile tentare all'estero qualche impresa agricola. I risultati finanziari dell'azienda compensano oggi largamente il mio capitale ed il mio lavoro, ma certo molti miei amici mi debbono aver giudicato matto il giorno in cui ho lasciato il mio palazzo di Perugia per tentare la fortuna nel centro dell'isola di Cuba. A parte l'utilit dell'affare, ho la soddisfazione di aver creato qualche cosa dal nulla, di essere un uomo che lavora, che produce. Vede quel piccolo aranceto al di l del muro di cinta della tenuta?  per mio figlio Emanuele che attualmente fa il servizio militare a Pinerolo. Voglio che anche lui sia un lavoratore ed un produttore, che sia cio un italiano in armonia con la nuova vita e con le nuove ambizioni della patria!
Nel cielo di smeraldo di Cuba il sole morente sceneggia un tramonto d'Italia. Ceballos, Pinerolo, Perugia...! L'ora  piena di dolcezza per i tre italiani che parlano e che evocano con tenerezza di figli la grande patria lontana!

Ricordo d'aver letto varie volte il nome dei Ruspoli di Candriano nelle cronache di Biarritz e di Deauville, del Lido e di Villa d'Este ed ho certamente pensato allora ad una coppia ricca ed aristocratica che portasse a zonzo il suo lusso e la sua noia attraverso le stazioni climatiche d'Italia e le villes d'eoa di Francia. Certo non immaginavo che quella cronaca mondana fosse la parentesi festiva di due ottimi italiani, i quali ogni anno trascorrono sei mesi nel centro dell'isola di Cuba, proprio nella stagione dei pi forti calori tropicali, dediti ad un lavoro rude e penoso che nobilita chi lo compie ed  di esempio a quanti credono d'aver assolto il loro compito d'italiani frequentando "quegli atri dei grandi alberghi" che Benito Mussolini frust in uno dei suoi memorabili discorsi.
Nel bungalow italiano della stazione di Ruspol (isola di Cuba) si parla dell'Italia e del suo avvenire con animo imperiale. Non potrebbe essere altrimenti! Ovunque vi sono italiani che affermano con la loro vita pratica le capacit e le virt del nostro popolo, l sempre, qualunque sia la condizione sociale degli abitanti, l'Italia  vista con la corona imperiale di Roma. E come tale  amata! E come tale  servita!
Bisogna che i ricchi d'Italia vadano per il mondo come quelli d'Inghilterra a creare imprese industriali, minerarie ed agricole, perch solamente in questo modo il capitale italiano potr essere pian piano rafforzato ed ingrandito con linfe di provenienza straniera e raggiungere rapidamente quell'importanza dalla quale dipende in buona parte l'indipendenza eonomica del nostro paese. E sono coloro che al censo aggiungono un nome aristocratico che debbono dare l'esempio per giustificare con la loro opera la selezione della loro nascita. Non v' forse in Inghilterra un solo pari che non abbia in Africa o nelle Antille, in Australia o nelle Indie, nel Canada o nel Messico, un forte interesse agricolo, industriale o minerario! Quanti sono le grandi casate d'Italia che possono dire altrettanto?
Sono queste le semplici osservazioni di un giramondo il quale non ha il temperamento n la voglia di fare il moralista ma che ha annotato il bungalow Ruspoli di Ceballos nel suo taccuino di viaggiatore fra i luoghi nei quali la sua anima italiana e fascista si  sentita a casa sua.




ISOLA DI CUBANACAN

Nell'azzurro del cielo cubano l'alba sboccia come un grande fiore mentre l'yacht presidenziale lascia il porto di Avana. Ospite del Presidente della Repubblica parto per un lungo giro di circumnavigazione della pi grande delle Antille: fantastico viaggio di sogno sul mar dei Caraibi, durante il quale andremo vagando in mezzo ai mille isolotti coralliferi che formano una specie di vezzo intorno alla perla del Tropico.
La nave si fermer in luoghi dallo strano nome esotico che dormono in fondo a grandi baie e che sono rimasti tali e quali erano tre secoli or sono, incapsulati entro le loro foreste di mogano e di cedro che la mano dell'uomo non ha ancora abbattuto, cristallizzati nella loro vita di colonie creole di altre epoche, veri angoli dimenticati che riservano al poeta e al pittore l'incanto dei tempi che furono. Privi ancora di ferrovie ed alcuni sinanche di strade, sono luoghi che gli stessi isolani appena conoscono. Su centomila cubani forse solo uno o due hanno avuto occasione di ammirare quel meraviglioso gioiello della Natura che  la baia di Sagua de Tnamo, di vagabondeggiare in mezzo alle insenature ed agli isolicchi della immensa baia di Nipes - una fra le pi grandi del mondo - o di fermarsi su quella costa di Baracoa che nel 1492 offerse a Cristoforo Colombo il suo arco superbo di scogli e di faraglioni, cintato di montagne e di selve.
Ogni tanto il Presidente della Repubblica interrompe le sue occupazioni di capo dello Stato per una crociera intorno alle coste dell'isola. Il gran Dio dei viaggi che mi protegge gi da parecchi anni, ha voluto che io fossi della partita e che potessi cos aggiungere alla mia collezione anche questi angoli reconditi delle Antille che non sono toccati dai vapori e che non hanno neppure vie terrestri di accesso, a meno di non andarvi a dorso di mulo attraverso la macchia.
L'alba sboccia come un immenso fiore e si spampana soavemente in una pioggia di petali rosa che sfioccano nell'azzurro. I cannoni del forte e degli incrociatori che salutano la nave presidenziale sconvolgono con le loro salve la dolcissima soavit del mattino e chi guarda ha l'impressione penosa di un barbaro che stia violentando una tenue verginit di carne rosa e di capelli biondi.
Poi i cannoni tacciono. Gli incrociatori di scorta - il Cuba ed il Patria - prendono posto ai fianchi della nave. I picchetti di onore si scompongono. La musica della marina si acqueta. E mentre l'isola sgomitola lentamente il suo perimetro azzurrino, incomincia la grande musica del mare e del vento, melodia sublime dell'Infinito!

Viaggiano a bordo del Guantnamo il Presidente ed il vice-presidente della Repubblica, i presidenti del Senato e della Camera, i leaders dei partiti politici, i capi dell'esercito e della marina, ministri, sottosegretari, senatori, deputati.  un interessantissimo insieme che mi permette di osservare da vicino un mondo politico del centro America.
Due ore dopo la partenza ognuno ha lasciato nella propria cabina insieme col colletto e con la giacca, il sussiego della sua funzione. I pigiama tropicali, con maniche corte od addirittura senza maniche, semplificano l'aspetto esteriore degli uomini, per la consuetudine politica resta attaccata alla pelle. Le parole tradiscono le cariche. Ho dinanzi agli occhi una pellicola cinematografica della democrazia e del parlamentarismo, con i loro sistemi e le loro macchiette, con gli strateghi, i maneggioni, i chimici della combinazione, i virtuosi del ricatto, i pupazzi ed i burattinai del suffragio universale. Il quadro  piccolo ma  anche vicinissimo. Non ho che da ingrandire un po' gli uomini e le cose per immaginarmi un Guantnamo dell'Italia pre-fascista, in crociera sulle coste della Sardegna, con a bordo Giolitti ed i suoi cari Peano! Mi par di riconoscere Giuffrida, l'eccellente Facta, il prefetto Lusignani ed il gran maestro delle Poste, duca di Cesar!
In un angolo la Delegazione cubana reduce da Ginevra giuoca a scacchi coi grandi paesi del mondo; in un altro angolo gli elettori delle provincie fanno la ruota intorno al Presidente delle Repubblica e si beccano come tacchini, sbirciando i giornalisti perch raccolgano le loro parole. Penso che il generale-presidente deve avere una nostalgia terribile della dittatura. Ogni tanto uno schiamazzo di voci e di applausi attira i gitanti verso un punto del ponte. Che cosa  successo? Una pesca miracolosa? No, semplicemente un senatore o un deputato il quale, dimenticando di essere in vacanza, si lascia trascinare dalla consuetudine oratoria a uno squarcio di eloquenza e provoca l'esplosione di innumerevoli altri Ciceroni allo stato latente.
Dinanzi all'immensit del mare ed all'immensit del cielo tutti questi personaggi in cerca di autore sono di una fatuit indescrivibile...

Nella solitudine del mare affiora una minuscola piattaforma di roccia, lunga cento metri, larga cinquanta, elevata sull'acqua si e no un metro.  come un terrazzino messo l dalla natura: una cosina estremamente grande. Non  un'isola, non  uno scoglio, non  una secca. Semplicemente un balcone sull'oceano. Forse la tribuna di un poeta.
Quel vassoio di terra non ha senso. Ma gli uomini glielo hanno dato. L'Inghilterra, grande regina dei mari, vi ha eretto uno dei tanti monumenti della sua potenza marittima. Un faro drizza in mezzo ai due infiniti del mare e del cielo il suo minareto a fascie nere e bianche. Accanto al faro c' un pennone con la bandiera dell'Impero.
Il Guantnami passa quasi rasente a Scoglio Lupo. Tre casette lillipuziane, due antenne radiotelegrafiche e cinque palme tengono compagnia al faro ed ai suoi guardiani. Vien fatto di chiedersi se per caso quegli uomini - due o tre - che vivono soli sul terrazzino dell'oceano in perpetuo contatto con l'immensit siano pi felici o pi infelici degli altri; di noi che viviamo in mezzo a milioni di nostri simili?

Le secche delle isole Bahamas spingono quasi sulla rotta del Guantnamo i loro banchi coralliferi che sono un gran mondo sottomarino in formazione, destinato ad emergere pian piano dall'acqua con millenaria lentezza. Le onde coprono ancora interamente le terre di domani, ma le secche ne tradiscono la presenza con grandi chiazze verdose che spiccano nel turchino cupo degli abissi.
Nella formidabile luminosit del Tropico il mare  uno straordinario zaffiro, intarsiato di smeraldi chiari. Dove la terra gi sfiora la superficie, guizzi di spuma incrinano la lucentezza degli smeraldi e pare che fantastici rigurgiti di perle vengano su dalle voragini a frangersi al sole.

Ad oltre mille chilometri dall'Avana, nel vertice estremo dell'isola di Cuba, in quel punto dell'arcipelago caraibico nel quale la Natura si  divertita ad incastonare una conca d'azzurro marino fra le quattro isole di Cuba, di Haiti, di Giamaica e di Inagua, Cristoforo Colombo, proveniente da San Salvador, attraverso uno stretto canale conosciuto dalla Provvidenza, pose piede per la prima volta in una grande terra d'America. Pochi anni dopo sorgeva in quei paraggi Baracoa che fu la prima capitale di Cuba. Il destino ha voluto che pi tardi i cubani dimenticassero Baracoa in mezzo alle sue montagne di cedro, lasciandola senza strade e senza ferrovie nel suo angolo storico, cos che chi oggi vi arriva ritrova a poche centinaia di metri dall'abitato quello stesso quadro di acque e di monti, di palme e di foreste, di grotte e di scogli che fece dire al Grande Ammiraglio: - Qui doveva essere il Paradiso terrestre!
I secoli e le guerre hanno distrutto interamente l'antica citt che le cronache della Historia de las Indias descrivono forte ed opulenta. Le antiche case sono state sostituite da costruzioni di legno che s'aprono su grandi giardini tropicali. Disgraziatamente in occasione della visita presidenziale ogni proprietario ha pitturato a nuovo la sua casetta, scegliendo il colore del gelato di sua preferenza e per colmo di iattura tutte le strade sono inghirlandate con bandieruole di pezza e con fronzoli di carta. Grandi scritte di carattere elettorale contribuiscono a rendere ancora pi meschino lo scenario. Lo straniero che s'aspettava una citt coloniale del 1600, non si sente compensato neppure dai sorrisi delle belle mulatte che sulle soglie degli usci salutano con grazia tropicale il passante.
Ma basta arrampicarsi pochi metri sulla scarpata della montagna per ritrovare in un vecchio casermone di cavalleria la storica Baracoa di Diego Colombo. La citt di legno scompare nella piega di due poggi. Restano solo i monti, il mare e le palme. Il cielo dolcissimo delle Antille  una fantastica miscela di zaffiro e di oro. Nei vasti cortili sono accampati i cavalli di un intero reggimento venuto apposta per il viaggio del Presidente. Stallieri neri e quasi nudi girano in mezzo ai quadrupedi, rastrellando le lettiere e governando le greppie. C' un buon odore d'erba e di cavalli che pare un profumo di avventura. Vecchi mortai di bronzo restano al loro posto di gloria, con le bocche inutili ed un po' cariate puntate verso quelle profondit marine donde un tempo venivano i corsari inglesi e francesi, scandinavi e batavi; verso quei monti boscosi dove un tempo s'annidavano le trib degli indios ribelli che facevano bestemmiare il fedele servitore della Chiesa Don Diego de Velzquez.
Migliaia di palme mareggiano per ogni dove. In formazioni serrate si slanciano all'assalto dei cocuzzoli e giunte sulle cime vi ballano il girotondo per poi precipitarsi pazzamente lungo il versante opposto in direzione del mare. Dovunque esse passano, la terra si veste di splendore e di allegria. Campicelli di banane e di caff interrompono ogni tanto la distesa delle palme e si vedono affiorare sul verde i tipici tetti a punta della capanna antillana: il guayro degli indios. Chi bussa ad una di quelle porte per chiedere una tazza di caff criollo pu ritrovare i resti dei Saboyesi di Cubanacn nei lineamenti di una donna o nel profilo di un vecchio.
Mentre un gran banchetto campestre riunisce le "forze vive" di Baracoa intorno al Presidente della Repubblica e si accendono i fuochi di artifizio dell'oratoria tropicale, io chiedo ad una capanna l'ospitalit della sua ombra. Il sommesso tam-tam delle noci cocco che ciottolano al vento sotto gli ombrelli delle palme, accompagna le canzoni che per me creano le Antille. Due piccole mani meticcie mi fanno vento con un gran ventaglio di foglie. Una vecchia negra mi serve in un piatto di coccio il cucurucho di Baracoa, stranissimo dolce fatto con la poltiglia della canna di zucchero, con la scorza del cedro e col bianco del cocco.
Il pomeriggio tropicale si liquefa in una beatitudine lenta e sonnacchiosa che permette tutte le fantasie. Tra un boccone di cucurucho ed un sorso di caff criollo, mi sorprendo a rievocare le pagine di un vecchio libricino che descriveva le gesta di Colombo e che dava meravigliose vertigini alla mia anima di scolaretto elementare. E mi par di vedere quegli uomini nudi "dipinti a fiorellini rossi e azzurri, che con un uccello in una mano ed una trombetta dorata nell'altra andarono incontro allo Straordinario Marinaio di Genova, facendo tintinnare i loro monili di pietruzze verdi e le loro collanette di ghiande d'oro...".
Allora, come ora, migliaia di palme pavesavano a festa le coste luminose dell'isola di Cubanacn... Ed affioravano sul verde i tetti a punta dei guayros degli indios... Ed il cielo era una meravigliosa miscela di zaffiro e d'oro... E le genti offrivano in piatti di coccio gli alimenti dell'isola agli uomini bianchi venuti dal mare!




I QUATTRO SALOTTI DELL'ATLANTICO

L'yacht del Presidente della Repubblica di Cuba arriva sullo sbiancar dell'alba dinanzi alla bocca della baia di Sagua de Tnamo. La giornata  serena ma il mare un poco grosso. Il Guantnamo ballonzola fanciullescamente come un ragazzone in vacanza che si prepara ad una scampagnata. Le settanta persone della comitiva presidenziale sono andate a letto presto la sera prima per essere in piedi col primo sole e non perdere lo spettacolo della baia la quale ha fama nei versi dei poeti di essere la pi bella gemma dei Caraibi. Disgraziatamente  una baia fuori mano, negletta dalle ferrovie e dai villaggi, toccata solo qualche volta da un vaporetto di cabotaggio che ha fretta d'andar via, quasi abbia timore di lasciarsi stregare dalla maliarda e di venir meno al suo dovere di tramwai marino. Pochissimi cubani e quasi nessun straniero la conoscono.
Vista dal ponte del Guantnamo l'isola di Cuba  in questo punto un grande comizio di cocuzzoletti verdi ed azzurri. La nebbia mattutina nasconde la pianura. Si scorgono solamente le cupolette delle cento colline che incorniciano le quattro baie di Sagua, di Holguin, di Nipe e di Banes. Nell'irreale luminosit dell'alba lo spettatore ha l'impressione di essere di fronte ad un arcipelago; ad uno di quei magici arcipelaghi che la mente dei fanciulli immagina quando le prime sirene dell'oltremare bussano dolcemente alla loro anima. Siccome l'imboccatura della baia  tutta seminata di scogli traditori, il Guantnamo aspetta che la nebbia diradi prima d'infilare la porta d'ingresso e la sua prudenza di vecchio tricheco delle Antille ci permette di assistere alla mirabile trasformazione del nostro fantastico arcipelago nell'isola di Cuba.
Il primo sole straccia violentemente la nebbia. Mani invisibili rastrellano rapidamente la bambagia mattutina, riunendola qua e l in mucchi di spume e di fiocchi che poi sprofondano misteriosamente. Via via che il velo di perla si dissolve, l'arcipelago aumenta le dimensioni delle sue isole e ne diminuisce il numero, finch quello che pareva un mare di isolotti si riduce a cinque sole grandi isole, poi a tre, poi a due, separate da un fjord. Poi anche il fjord diventa una valle e l'arcipelago cede definitivamente il posto al profilo collinoso della costa nord-orientale dell'isola di Cuba.
Le ultime trine che addobbano l'imboccatura si sfilacciano anch'esse, scoprendo la porta di Sagua de Tnamo. Le onde del lago vi si riversano veloci ma appena giunte sulla soglia subito si acquetano. Anche il Guantnamo smette immediatamente il suo valzer saltato e dimentica di essere una nave con tanto di stantuffo e di caldaie per diventare un cosa leggiera che scivola silenziosamente sopra una superficie di vetro sdrucciolevole.
 bene arrivare dinanzi a Sagua de Tnamo con un mare un po' mosso, per avere la sensazione fisica di lasciare il regno delle tempeste e di entrare in un salotto riservato dell'Atlantico, nel quale il vecchio Nettuno  solamente un galante cantore di madrigali. Proprio tra l'isola di Cuba e l'arcipelago delle Bahamas, cio in quel punto del mare dei Caraibi nel quale l'Atlantico fa sentire sovente agli uomini il peso formidabile della sua potenza e della sua collera, di fronte a quell'arcipelago delle Bahamas che  tristemente celebre negli annali dei naufragi per le mille insidie invisibili che guatano le navi, per gli improvvisi fortunali, per il vorticoso guazzabuglio delle correnti, per la facilit con cui le burrasche si trasformano in clicloni e razzi di mare, proprio in questo punto l'Atlantico incaric - chiss quando - i suoi misteriosi artisti di costruire una serie di deliziosi salotti e di raccogliervi quanto i mari sanno fare di pi bello e di pi fine, di pi aggraziato e di pi prezioso. L il vecchio Atlantico riceve tra una tempesta e l'altra i suoi ospiti. L l'oceano soffoca il suo respiro di gigante per ridurlo un lievissimo alito. L le bufere non entrano; n le grandi n le piccole. Il luogo  riservato alle ondine cerulee che perpetuamente sorridono. Solo ogni tanto un ciclone  incaricato di spazzar via le case ed i villaggi degli uomini che osano profanare coi loro tetti e coi loro zuccherifici il boudoir dell'Oceano. E quando il ciclone ha scopato ci che deve scopare, i salotti sono riaperti ai sogni ed agli amori. Sono millenni che l'Oceano lavora ad abbellire il suo caravanseraglio incantato ed i lavori non sono ancora finiti. Tuttora le onde limano pazientemente capi e promontori, affinano punte, ageminano scogli, cesellano roccie, lavorano di bulino e di sbalzo sulle pietre e sulle spiaggie. Coralli e spugne arredano perennemente con magnificenza imperiale i basamenti sottomarini perch diano ai riflessi dell'acque ed alle rifrangenze del sole colorazioni di tramonto e luci di aurora. Docili agli ordini del gran re dei cicloni e delle bufere, i venti seminano nel meraviglioso salotto tutte le piante e tutti i fiori del Tropico facendone una serra incantata di palme e di azalee, di cedri e di ibischi, di mogani e di aranci. Quattro vie d'acqua uniscono internamente le baie, cos che quando  festa grande l'immenso salone di Nipe - che  una fra le pi grandi baie del mondo - ed i tre saloni minori di Sagua, di Holguin e di Banes, formano un'unica magnificenza. Per il salotto di Sagua  il pi bello, tutto grazia e finezza, magistralmente finito in ogni sua parte, pieno di angoletti raccolti nei quali i misteriosi artisti sono riusciti veramente a creare un riflesso dei paradisi che sovrastano i cieli e dei profondissimi abissi nei quali l'Oceano ha le sue reggie.
Quando il Guantnamo entra nella baia e mette la prua su Cayo Mambi, gli uomini tacciono vinti dalla bellezza che hanno negli occhi, vinti dall'emozione che hanno nell'anima.
Sagua de Tnamo! Forse solo i meravigliosi laghi d'Italia che sono i salotti delle Alpi e dei ghiacciai, possono eguagliare la tua bellezza, quando il cielo italiano si carica di tutto il suo azzurro e primavera veste le montagne del suo verde pi fresco. Ma gli abeti ed i faggi, i pini e gli olmi danno ai nostri laghi la signorilit discreta e raffinata dei grandi palazzi d'Italia, mentre qui gli eserciti sterminati delle palme tropicali, nelle loro variet innumerevoli, creano un teatrale e sgargiante scenario di Oriente, dal quale cento Bagdad e mille Alhambra specchiano nello smeraldo dell'acqua la loro opulenza che l'acqua riproduce nella sua immensa lastra.
Sagua de Tnamo! Io non so dire se le tue acque siano di opale o di madreperla, perch mi pare che opali e madreperle siano povere cose di cui gli uomini debbono servirsi per descrivere in qualche modo il tuo splendore! Io non so se sia d'oro o di diamante la luce del tuo sole che tutta ti imporpora e tutta ti fa ardere magnificamente, perch mai ho visto l'oro splendere cos luminosamente e mai diamante m'ha accecato come m'acceca il tuo fulgore! So solamente che ad un certo punto l'uomo cessa di contemplare i tuoi cieli e le tue acque perch la sua povera anima si smarrisce dinanzi al balenar dei tuoi sfondi, aperti sopra un infinito di bellezza che non  fatto per gli occhi degli uomini. Allora lo sguardo si abbassa sulla terra ferma e si riposa sulle bellezze meno vertiginose delle sponde.
La cornice della baia gira intorno al Guantnamo spiegando i suoi vezzi. Par di assistere ad una esposizione di ventagli che si aprano e si chiudano continuamente, ora mostrando un angolo di sogno, ora una miniatura di fate, l'amplesso di due palme, lo sciamar d'un coccheto, lo sfarfallio di una grande spalliera fiorita che si sfiocca nel vento...
La vegetazione staglia nettamente nell'acqua le sue forme e dietro lo schermo transitano le nuvole. Il cielo e la terra sono una cosa sola. Lo spirito umano abituato a certi limiti si sente sopraffatto da questa fantastica fusione di tutte le immensit. Pare di essere fermi, in un mondo di fluidi e di cristalli e che le cose ci vengano incontro. Le isolette s'avanzano silenziose; s'avvicinano; girano; hanno l'aria di far la riverenza a passo di minuetto, sorridono, s'allontanano, spariscono. Non c' musica, n a bordo n a terra, ma una gran sinfonia  in noi. La sentiamo. Suona e canta. Nell'infinito silenzio.
 terribile e delizioso insieme! Si vorrebbe che l'incanto finisse e che continuasse. Si  felici di viverlo ed un po' tristi, perch poi la vita parr pi grigia. L'acque e la terra debbono amarsi qui carnalmente. Il loro amplesso perenne  carico di tepore, carico di lascivia. Brividi d'anima e fremiti di sensi empiono della loro presenza magnetica questo luogo di ebbrezza che evoca confusamente nello spirito visioni di templi pagani e di altari cristiani in sacrilego caos. Afrodite e Santa Teresa. Eliogabalo e San Francesco. Lo scenario pu incorniciare tutte le aberrazioni della carne e tutte le sublimit dello spirito. Solo le consuete banalit della vita sono fuori posto...

Il Guantnamo attacca a terra a Cayo Mambi. C' uno zuccherificio americano nei dintorni della costa e fortunatamente non si vede. C' un trenino elettrico che conduce allo zuccherificio ma  nascosto dietro un filare di palme-cocco e fortunatamente non si vede. C' una folla di elettori iscritti al partito liberale che aspetta il Presidente della Repubblica per gridare "Viva il Partito", ma  concentrata alla stazione di arrivo del trenino. Non la si vede e non la si sente. A Cayo Mambi il comitato organizzatore del ricevimento presidenziale si  limitato ad ammassare mille uomini a cavallo che sono allineati lungo la sponda a distanza di un metro l'uno dall'altro. Da buoni americani hanno preso questa decisione per evitare affollamenti sul piccolo pontile e sul trenino. Senza volerlo hanno rispettato la grazia e la maest della Natura!
Lungo l'arco della sponda stanno i mille cavalieri, specie di butteri tropicali d'aspetto rude e di portamento altero, saldi in sella su muli e cavalli. Hanno selle di cuoio all'andalusa con ornamenti di rame e fibbioni di nikel che lampeggiano al sole. Vestono alla paesana, con la camicia aperta sui petti muscolosi. Un gran cappellaccio da ranchero ombreggia i loro volti ossuti e d loro l'aspetto di briganti messicani. Ve ne sono di bianchi, meticci, mulatti, neri. Ognuno ha l'ombrello di una palma-cocco od il baldacchino di una palma reale. Qua e l una palma di Cristo apre i suoi meravigliosi flabelli. Immobili nel sole i mille cavalieri-briganti paiono aspettare un Fernando Cortes che sbarchi dal Guantnamo e li conduca, attraverso orgie e battaglie, a rovesciare il trono dei Montezuma.




DA SANTIAGO ALL'ISOLA AZZURRA

Dopo una settimana di soggiorno a Santiago mi trovo sul piroscafo nord-americano che mi deve trasportare all'isola azzurra. Manca poco per la partenza. Manca poco per il tramonto. Gi i passeggieri sono tutti a bordo; non si aspettano che alcuni ufficiali, trattenuti a terra dal grande amore che questi cittadini di un paese "secco" sentono per le citt dei paesi "umidi".
Santiago spiega dinanzi ai miei occhi il suo profilo, incassato entro montagne boscose e severe che l'incorniciano da vicino e quasi l'imprigionano. Disseminata su tre colli, la vecchia citt ha qualche cosa di mediterraneo, d'orientale e di saraceno che parla alla mia anima latina. Antiche muraglie pongono qua e l una macchia austera nell'insieme delle casette bianche. Varie croci sovrastano i tetti ed i giardini. L'aspetto generale di Santiago  monacale e guerriero. I suoi forti sono smantellati e la sua potenza politica  finita, ma essa conserva l'impronta della sua antica armatura ed istintivamente evoca in chi la guarda visioni di caserme e di conventi, di cavalieri avventurosi e di frati implacabili.
Nel punto pi alto dell'abitato, la cattedrale alza le sue due torri bianche che finiscono Santiago e l'incoronano. Torri ovoidali, tozze e pesanti, che paiono cupole di fortezza. Sembra che la citt esista solamente per servire da zoccolo a questa cattedrale aerea, massiccia e militaresca. Immense nuvole di rame si accendono sui monti. Qualche vetrata fiammeggia. Il sole colora metallicamente i quartieri alti e la marina.
Girando i giorni scorsi per le stradine ripide e strette di Santiago, non ero riuscito a capire il loro spirito, distratto com'ero da cento piccole cose moderne e banali che m'impedivano di ascoltare il linguaggio delle pietre. La cattedrale stessa, curiosamente commercializzata dal vescovo italiano Guerra che l'ha fasciata con una cintura di botteghe, m'aveva lasciato disorientato e freddo nonostante le lapidi che ricordano le glorie della Spagna e della Croce. Solo di notte, quando le vie erano deserte e la scarsa illuminazione faceva pi cupi le stradine, quando il mio passo solitario rimbombava sui selciati e le discussioni politiche di qualche nottambulo attardato echeggiavano stranamente nel silenzio, solo allora avevo avuto una vaga sensazione di medioevo mediterraneo e di inquisizione spagnuola.
Ma ora che contemplo la citt dal mare, ad un miglio dalla costa, che ne abbraccio la struttura, che ne osservo il cipiglio di frate moschettiere, ora che pi non si scorgono le botteghe di monsignor Guerra e solo si vedono le due grandi torri della cattedrale librate nel vuoto, che schiacciano la citt con la loro pesantezza e nello stesso tempo l'innalzano verso il mistero dell'Infinito, ora che le tinte del tramonto spennellano di ruggine e di limatura di ferro i roccioni della costa e le gradinate dei quartieri, ora sento l'anima mistico-guerresca di Santiago che sopravvive ai secoli, alla storia ed alle nuove costruzioni americane. Nessun alcalde potr cambiare la sua fisionomia. Nessun piano regolatore potr mutare il suo profilo che  intimamente connesso con la stessa conformazione dei colli aguzzi sui quali i primi coloni costruirono la capitale, intimamente connesso con le sagome dei monti boscosi che la stringono entro le loro fiancate selvaggie e con la tozza cattedrale del Santo che domina prepotentemente lo scenario.

Una lancia reca a bordo i ritardatari: il medico, un ufficialetto di coperta, il vice-commissario, un passeggero yankee. Sono tutti e quattro brilli. Due ridono come ragazzi, dandosi grandi manate sulle spalle e simulando spunti di boxe alternati con passi di charleston. Hanno l'alcool allegro. Gli altri due sono invece severi, accigliati, funerari. Hanno l'alcool cattivo. Alcuni neri scaricano dietro i nuovi venuti diverse casse di birra.
Il medico diverte i presenti estraendo dalle tasche dei suoi pantaloni, della giacca, del panciotto, perfino dall'interno del cappello una serie veramente incredibile di bottigline e bottigliette, tutte piatte e genialmente tascabili, ripiene di whisky, di rhum, di gin, di cognac. Sono recipienti fabbricati appositamente per il consumatore nord-americano che porta la fiala del whisky nel taschino del panciotto e per la consumatrice americana che nasconde la boccetta del gin insieme con lo scatolino della cipria nell'intimit della borsetta. Conto ventiquattro bottiglie: una media di quattro litri di alcool coi quali l'eccellente medico pu affrontare allegramente la navigazione fino al canale di Panama sopra un piroscafo "secco" degli Stati Uniti!
La nave alza l'ancora e s'allontana quetamente. E la baia di Santiago spiega dinanzi agli occhi dei viaggiatori la sua magnificenza, teatralizzata dagli sprazzi del tramonto.
 una baia lunga diversi chilometri e stretta, come un corridoio aperto dal mare in mezzo ai monti, in fondo al quale Santiago staglia la sua sagoma monumentale. Di mano in mano che la nave s'allontana, i monti che circondano la citt hanno l'aria di diventare pi alti e pi foschi. Il sole morente li lascia nell'ombra, come quinte tragiche, come panneggiamenti funebri di un colossale mortorio. La citt si rattrappisce e si rannicchia. Il tramonto l'arrossa, l'insanguina, la empie di piaghe e di cicatrici. Le case s'uniscono e si confondono formando una massa grigio-rossa senza forma che in certi punti ha l'apparenza solamente di una roccia o di una cava. La cattedrale invece ingigantisce con la distanza. Le sue torri paiono pi grandi e pi alte. Si direbbe che s'allungano e si gonfiano. Dominano il quadro e lo empiono. La citt sparisce. La cattedrale  tutto. Il sole morente mitraglia la sua mole e la vecchia chiesa risponde fieramente all'attacco col barbaglio delle sue vetrate e col fulminio delle sue croci.  feroce ed immensa. Quattro secoli e mezzo di storia coloniale sono condensati nel suo fulgore vespertino.
"Santiago y cierra Espana!" era il grido di guerra col quale gli spagnuoli fondarono il loro impero d'America. Il grido di Don Diego Colombo, di Cortes, di Pizarro, di Vezquez, degli avventurosi capitani ed ammiragli che accanto alla bandiera di Castiglia ostentavano il vessillo del potente ordine militare di Santiago e che dettero il nome di Santiago - patrono di Spagna - a numerose citt del Nuovo Mondo perch meglio d'ogni altro simboleggiava l'ardore dei monaci e degli hidalgos, dei frati guerrieri e dei cavalieri mistici, dei vescovi strateghi e dei conquistatori apostolici.
Qua e l un'isoletta verdeggiante od un punto civettuolo della costa trasformato dai cittadini in ritrovo balneare, tentano di mettere una nota di sorriso nello spettacolo, ma la baia  troppo aspra e severa per lasciarsi vincere da simili frivolezze.  una baia di guerra, legata ad imprese coloniali e militari nelle quali la spada e la croce gareggiarono in eroismo ed in ferocia. Ogni tanto le montagne s'aprono su sfondi foschi e selvaggi che paiono tane di pirati e rifugi di briganti. Il tramonto ferrigno accentua l'aspetto rude dei luoghi. Il cielo non ha nessuna dolcezza, nessuna sfumatura d'opale, nessun brivido di madreperla: solo lampeggiamenti che paiono bordate di vascelli e fiammate che sembrano riverberi d'incendio. Nell'atmosfera  sospesa una ruggine rovente che imbratta il cielo ed insanguina il mare. Le nuvole sono cariche di ferro, di rame, di zinco, di magnesio. Qualcuna arde pazzamente come un rogo di suppliziato. Altre sembrano paradossali scafi di vecchie navi rugginose che si dissolvono nello spazio.
Dove la baia finisce, la sua imboccatura si stringe a morsa. Da una parte c' un costone selvaggio di roccie e di alberi. Dall'altra s'erge il Morro, enorme castellaccio spagnuolo assiso sopra un basamento di scogli e di casamatte. Diversi ordini di muraglie merlate scalano la scarpata e terminano in alto con una torre mozza e bassa che sembra un mastino.
Per oltre quattro secoli la bandiera di Isabella la Cattolica, di Carlo V e di Filippo II ha salutato dall'alto del Morro di Santiago le flotte di Spagna che partivano per avventure di guerra e di conquista o che tornavano da crociere e battaglie. E dall'alto del Morro la vecchia bandiera salut anche l'ultima flotta, quella non pi "invincibile armata" che nel 1898 non volle lasciarsi catturare dai nord-americani nella baia e prefer andare incontro alla morte sicura con tutti i pavesi spiegati e tutti i vessilli sciolti al vento della sfortuna.
I cannoni di Washington colarono a picco, una ad una, le navi imbandierate che uscivano una ad una dall'imboccatura della baia. Ed una ad una sparirono negli abissi, teatrali ed eroiche, grottesche e sublimi, sotto gli spalti del Morro smantellato.
Pare che il tramonto tropicale voglia svegliare negli animi il ricordo di quella tragedia spagnuola che fu anche tragedia europea. La Spagna vi perdette gli ultimi resti della sua potenza coloniale: Cuba, Portorico, le Filippine. L'Europa assistette con le braccia conserte e col sorriso incosciente alla diminuzione del suo prestigio nel mondo. Gli occhi dei passeggieri yankee osservano con curiosit le vecchie pietre che la nave quasi sfiora coi suoi ponti. Forse essi ricordano il Maine e le facili vittorie di Wood. Due donne spagnuole dal profilo andaluso ed un vecchio dal caratteristico naso castigliano - il naso dei caballeros del Greco - hanno anche essi i loro sguardi fissi sulla vecchia torre, ma senza curiosit. Una fiamma arde nelle loro pupille. Fiamma che brucia gi nel profondo dell'anima, nel profondo delle reminiscenze ereditarie. Io mi sento latinamente vicino alle due donne andaluse ed all'uomo di Castiglia.
L'ultima visione che abbiamo di Santiago  il Morro che arde nel fuoco del tramonto, in alto alle roccie esterne dell'isola che sono tutte butterate di caverne. Il mare riflette nella sua trasparenza i fal degli scogli e l'incendio del castellaccio. I gialli ed i rossi del crepuscolo empiono mare e cielo coi colori della Spagna!

Una sola notte di navigazione separa Santiago da Kingston. Pranzo collegiale di nave nord-americana. I passeggieri hanno l'aria di tanti seminaristi dei due sessi in periodo di esercizi spirituali. Aranciate e limonate nei bicchieri. Lessi e pappette nei piatti. Come mangia male questa povera gente della Repubblica miliardaria! Una specie di camomilla che dovrebbe essere caff chiude il pasto del convitto galleggiante.
Un ufficiale mi fa cenno di seguirlo. Dinanzi ad una cabina trovo una diecina di persone in maniche di camicia che aspettano. Non abbiamo certificato fresco di vaccinazione ed il regolamento prescrive che l'operazione si faccia a bordo. Il medico brillo delle ventiquattro bottigliette tascabili sbriga la faccenda come s'usa col marchio dei montoni nelle farms. Quando  il mio turno rifiuto di farmi vaccinare dall'uomo del rhum e la mia indipendenza latina meraviglia il resto del gregge.
- Non potrete scendere a Kingston! - minaccia l'ufficiale di servizio.
- All right!
Io so che il medico inglese di Kingston ascolter con impassibilit britannica la ragione del mio rifiuto - lo stato d'ubriacchezza del collega nordamericano - e m'autorizzer freddamente a scendere pregandomi di passare in giornata al Dispensary.
E la sera racconter agli amici inglesi il grazioso casetto.

Ai primi chiarori dell'alba siamo gi nella baia di Kingston. Dopo la visione tragica di Santiago l'isola azzurra ci riceve in un salone incantato che ha una cupola di turchese. Grandi venature azzurre striano lo smeraldo soavissimo della baia. Alte montagne seghettano con le loro creste l'immacolato sereno del cielo. L'aria  dolce, profumata, tiepida di sole, carica di effluvi. Mille palme salutano dalle rive. La Giamaica ci offre il sorriso d'uno dei suoi pi soavi mattini.
La nave scivola con lentezza. Scivola lievemente sul vetro dell'acqua. I fondali trasparenti mostrano i velluti screziati delle arene. Due rotoli di cristallo sgaiano sul filo della prua. Un frullo di vetrame iridescente si frange a poppa. Nel silenzio s'ode un gran fruscio di rasi stracciati e di sete smosse. Dalle rive vicine giungono ondate di canti, rintocchi di campane, echi di chitarre.
Un colle ci saluta con una fiumana di ibischi in fiore che precipita dalla cima a mare e continua in acqua con una grande ombra piena di brividi e evanescenze. Nella meravigliosa lastra della baia si riflettono le linee sinuose delle sponde, gli ombrelli delle palme, i ventagli dei bamb, i triangoli dei monti, le vele peschereccie che sciamano per ogni dove, i bungalow patrizi che fanno capolino fra i manghi e gli alberi del pane. Ride la terra e ride il cielo. Dai picchi turchini delle Blue Mountains ampie ondate di azzurro diradano nell'aria, scendono al mare, penetrano nell'anima, empiono di sereno gli occhi degli uomini e di pace i loro spiriti. Il paradiso tropicale di Giamaica prepara i viandanti alla grazia del suo eterno giardino.
Fin quasi all'ultimo Kingston nasconde dietro un promontorio i suoi quartieri di legno e di mattoni, quasi abbia ritegno di guastare la visione di sogno che l'"isola azzurra" serba ai suoi visitatori mattutini.
Arriva la lancia col dottore inglese.




I "LORDS" E LE "LADIES" DI CIOCCOLATTO

Dal 1665 - data dell'occupazione della Giamaica da parte di Cromwell - ad oggi gli inglesi hanno stilizzato l'isola in tutti i versi ed in tutti i modi, fino a far raggiungere ai giamaichini quel punto ideale che nel pensiero britannico  lo standard del perfetto suddito color cioccolatto.
Col fiorire della potenza degli Stati Uniti e di tutta l'evoluzione delle Americhe gli inglesi si sono messi di puntiglio per fare in Giamaica le cose a modino; non solamente per mostrare agli americani la bont dei metodi civilizzatori britannici, ma anche per evitare che i giamaichini sentissero invidia dei loro consanguinei che si fanno linciare negli Stati Uniti o di quelli delle vicine repubbliche di Haiti e di Cuba che hanno l'illusione di credersi indipendenti e perfettamente eguali agli uomini di razza bianca.
Bench l'isola di Giamaica sia solo un piccolo angolo dell'impero essa  un eccellente documento della mentalit coloniale britannica e pu esserne anzi considerata una specie di campione. Infatti in Giamaica il colonialismo inglese ha avuto modo di applicare in pieno i suoi sistemi. Ambiente isolato e chiuso che non risente influenze esterne, che non ha dighe religiose, che non subisce affinit storiche n etniche, la Giamaica  una pasta cedevole nella quale l'Inghilterra ha modellato l'esemplare della perfetta colonia abitato dal prototipo del perfetto suddito di colore.
L'isola intera  lavata, pettinata, bellamente accomodata all'inglese, con innumerevoli strade linde e carrozzabili, con numerosi orti botanici e parchi pubblici, con comode ferrovie che rispettano gli orari e le distinzioni di colore, con cittadine ben messe ognuna delle quali ha la sua brava stazione di pompieri ed il suo campo di golf, con villaggetti puliti nei quali non mancano poliziotti imponenti con l'uniforme n chiesette gotiche con un biondo pastore dagli occhi cilestrini. Bench la maggioranza dei neri siano cattolici - unica traccia della primitiva dominazione spagnuola - tutte le chiese d'Inghilterra sono rappresentate nell'isola, come in una esposizione, da un vescovo od almeno da un clergyman che nella peggiore delle ipotesi possiede una chiesetta, un giardino, un campo di tennis ed un armonium.
Duecento cinquanta anni di dominazione inglese hanno trasformato l'antico schiavo delle piantagioni antillane - originario del Senegal, del Dahomey e del Congo - in un essere amorfo che parla inglese, che mangia tartine imburrate, che beve whisky an soda, niente soda e molto whisky), che giuoca il foot-ball, che osserva il week end, che si rasa quotidianamente, legge la Bibbia, idolatra il principe di Galles e si rovina per il Gran Derby. E siccome i neri posseggono indubitatamente, come le scimmie, una grande capacit di imitazione, hanno finito per copiare gli inglesi in tutti i loro gesti e le loro smorfie, cos che il vagabondaggio per le strade di Kingston o di Sant'Antonio  uno dei pi spassosi spettacoli che possa capitare sotto gli occhi di un giramondo e bisogna veramente avere una discreta dose di dispiaceri e di grattacapi per non sentirsi irresistibilmente di buon umore in questa isola di cercopitechi parlanti che sono pi britannici del pi britannico dei sudditi di re Giorgio!
Il fondo della gente resta irrimediabilmente africano, ma le generazioni hanno accumulato sul nocciolo originario una serie di spessi strati di vernice - solide pitture inglesi all'olio di lino - che fanno rassomigliare ogni classe giamaichina all'analoga classe inglese nelle sue forme esteriori di vita, nelle sue intransigenze, nei suoi pregiudizi, nel suo rigido conservatorismo. A volte avete perfino l'impressione di trovarvi in un paese dell'Inghilterra, durante il periodo del Carnevale, in un giorno in cui tutti i cittadini hanno deciso di mascherarsi da zul e cercano goffamente di imitare i selvaggi dell'Africa, senza riuscire per a perdere quell'indefinibile quid che  l'essenza delle razze civili di Europa! Ed in questo modo potete spiegarvi come mai un tizio, che ha tutta l'aria di un clerk di banca o di un funzionario del Public Service, dimentichi d'un tratto la sua buona educazione per abbandonarsi ad una vigorosa grattata o ad una lunga esplorazione nei misteri delle fosse nasali.
Se  l'epoca del turismo - da ottobre ad aprile - i rari bianchi che incontrate nelle strade e nei negozi, contribuiscono alla vostra convinzione di essere in carnevale, giacch l'attivit del Giamaica Turist Office snida dagli angoli pi remoti del Canada e delle isole britanniche una torma di vecchie zitelle e di stagionati possidenti i quali sono rimasti fedeli alle gonne lunghe ed ai borsettoni ricamati delle nostre bisavole, ai fazzoletti a quadri ed ai pantaloni a righe dei nostri antenati.
Da questi esemplari, gli eccellenti neri copiano i loro vestiti d'etichetta e le loro toilettes da festa, cos che sovente una piazza  rallegrata dalla macchietta impagabile di un nero in tuba e stiffelius o dal graziosissimo insieme di una matrona d'ebano con la cintura all'altezza delle mammelle e con tre penne di struzzo infilate in un cappellino del 1900.

Ragazze nere o color cioccolatto, oleograficamente vestite da missis, rinforzate dagli occhiali a stanghetta, impeccabilmente ammaestrate nelle Girl's School dell'isola, sbrigano nei negozi gli avventori con meccanica rigidit britannica, strascicando le cadenze degli yes, secondo il pi smanierato dei vezzi londinesi e se per caso vi tradite per straniero, rischiate di esser trattato con quel sussiego tra il freddo e lo sprezzante che ogni buon inglese riserva per le minestre ed i cittadini di un altro paese.
Spesso nei trams l'eco di una conversazione vi fa volgere istintivamente il capo indietro, per guardare chi siano i due lords o le due ladies che condividono democraticamente con voi il pubblico carrozzone e che si raccontano cerimoniosamente i pettegolezzi della vita mondana. E sentite quasi disappunto nel vedere due faccioni di gorilla coi denti d'oro e le orecchie a sventola o nel constatare che le due aristocratiche dame sono solamente due enormi nere vestite di pizzi bianchi che rispondono al vostro sguardo con un largo sorriso delle loro grosse labbra color melanzana.
Attraverso le finestre aperte delle caserelle di legno non intravvedete che homes del pi standardizzato stile inglese e sentite insieme all'odore dei puddings l'eco di un piano martellato britannicamente che accompagna un Good by, my dear!
A volte una gran fanfara di tamburi e di pifferi intorno a cui s'accalca una torma di uomini e di donne vi fa tirare un sospiro di sollievo! Finalmente! Ecco l'Africa originaria! Ecco un tam-tam dei boschi! Ma se vi avvicinate vi accorgete che si tratta solo di una suffragetta che catechizza le sue consorelle al cromo o di una propagandista dell'esercito della salute che legge con gli occhi spiritati un passo della Bibbia e tuona contro la perdizione spirituale del secolo.
La smania imitatrice dei neri - una vera seconda natura - non si limita solo alle forme esteriori della vita ma copia in profondit anche le pi sottili sfumature del modo di agire e di pensare degli inglesi. Col calar del sole e coll'accendersi dei globi elettrici, Kingston assume quell'aspetto fra il patriarcale e l'evangelico che  proprio delle borgate inglesi, ma se spingete la porta socchiusa di un bar o di una Pension House trovate i lords color cioccolatto ed i sirs di liquerizia che s'ubriacano di rhum e di whisky dietro il paravento quacchero del muro e lo schermo puritano della porta chiusa. Essi sanno all'occasione rovesciare le tavole ed improvvisare combattimenti di pugilato com' buona buona usanza dei loro maestri e padroni quando l'alcool li priva del self control nazionale.
Via via che uno frequenta le classi pi elevate vede farsi pi impressionante e pi dispotica questa smania imitativa. I salotti v'offrono fior di missis alle quali basterebbe sbiancare il nero dell'epidermide per dar loro un passaporto europeo. Ma  un nero terribile che resiste a tutti i saponi. L'unica speranza dei giamaichini  che un Voronoff provi l'innesto nei neri di una glandola di bianco. Ma come fare poi a trovare le glandole?
La questione del colore  il perno dell'alta vita sociale giamaichina, intorno al quale turbinano quotidianamente migliaia di farse e si sbriciolano migliaia di piccoli drammi. L'opportunit politica e l'interesse commerciale consentono certi piccoli strappi all'intransigenza dei bianchi e queste cosuccie formano la suprema ambizione di innumerevoli famiglie color caff e caffelatte. L'invito ad un pranzo o ad un ballo pu essere l'obiettivo di una intera esistenza, la ragion d'essere di tutta una vita di controllo e di sacrifizio.
V' una complessa araldica locale nella quale le particelle di nobilt sono rappresentate dalle particole di sangue bianco che scorrono nelle vene della tale o tal altra famiglia, eredit magari di un marinaio ubbriaco o di un ospite di un penitenziario della Guiana, ma che equivale in pratica al sangue di un Nothumberland o di un Torlonia. Per avere un'idea della minuzia di questa araldica, basti dire che le particole di sangue bianco possono arrivare in un incrocio ripetuto fino a 166 e che ad ognuno di queste cento sessantasei parti corrisponde un gradino della scala sociale che separa il nero dal bianco. Otto sono le categorie fondamentali: il nero, il mulatto, il quarto, il grifo, il quarterone, il mescolato, il creolo, il bianco. Ed ognuno di questi casellari ha un blocco di schede suddivisorie. Eserciti di zii e di suocere dosano attentamente i matrimoni per non indietreggiare d'un pelo nella terribile graduatoria, in cima alla quale sorride il bambolone latte e rosa della inesorabile razza bianca.
Solo i pacifici ed eccellenti neri della campagna si infischiano di queste quisquilie cittadine e pensano a far pupattoli di celluloide scura, a maggior gloria del Signore ed a maggior ricchezza dei piantatori britannici che spremono fior di milioni dal fertile grembo dell'isola meravigliosa.
La grande burattinaia Inghilterra pu essere fiera della sua fabbrica di marionette della Giamaica. Non ne esiste una migliore in nessuna parte del mondo.
Quanto al grosso problema delle anime l'Inghilterra lo ha risolto a priori, negando programmaticamente e nettamente ai suoi sudditi colorati delle Antille qualsiasi parit col bianco e condannandoli ad una inferiorit perpetua che  pi tassativa di un comandamento del Sinai. E questo rigido pregiudizio inglese contro l'uomo di colore - teoricamente discutibile ma praticamente esatto - ha assicurato alla Giamaica la tranquillit sociale e politica in quanto ha polarizzato tutti i pensieri e tutte le ambizioni degli isolani verso un solo scopo; quello di equipararsi pi che sia possibile al bianco, distraendoli da ogni altra preoccupazione e non facendo sentir loro neppure la loro dura miseria economica, giacch in realt l'isola intera con tutte le sue immense ricchezze appartiene ad una diecina di Limited.
Politicamente l'isola  amministrata dal Governatore, assistito nominalmente da un Consiglio che per met  nominato dal governo e per met  eletto da certe categorie sociali. In fondo l'Inghilterra non ha concesso ai suoi sudditi della Giamaica nessun diritto sostanziale e si attiene in proposito alle pi rigide tradizioni del Colonial Office. E se dopo tutto questo voi vi permettete di parlar male dell'ammiraglio Jellicoe o peggio ancora della principessa Mary con un qualsiasi amico nero o color cappuccino incontrato in un teatro di Kingston o di Sant'Antonio, rischiate di buscarvi, oltre ad una scarica di pugni, il pi sanguinoso degli improperi: Pig stranger! (porco straniero).
A Giamaica l'Inghilterra non si tocca. E la constatazione  divertente per chi arriva dalla Guadalupa o dalla Martinica.




GIAMAICA, PARADISO DEI TROPICI

Dopo aver eseguito una inchiesta speciale presso il Consolato d'Italia, il Comando della Polizia, il Segretario del Governatore ed il vescovato cattolico, mi sono convinto che effettivamente in Giamaica non v' nessun italiano. Il console  un vecchietto inglese le cui conoscenze della nostra lingua si limitano ad un comico "Buan giernu"!  la primissima volta da che giro per lungo e per largo il mondo che trovo un paese nel quale non v' neppure un italiano, perch uno almeno l'ho pescato sempre, dappertutto, magari sotto le spoglie di un missionario che pareva cinese, d'un uomo d'affari che sembrava il prototipo dei cittadini di New-York, d'un merciaiuolo che passava per portoghese ed aveva una nidiata di bimbi mulatti. Vi sono, s, in Giamaica dei Giannini, dei Sanguinetti e dei Vitiello, ma recatomi a far visita a questi connazionali ho dato di picchio nel primo caso in un dentista californiano coi denti d'oro che m'ha mandato a spasso, nel secondo in un esportatore di tartaruga con tanto di passaporto inglese e nel terzo in un nero autentico, laureato ad Oxford, che non so come abbia potuto ereditare un cognome tanto partenopeo.

Messo finalmente il cuore in pace sull'inesistenza di cittadini italiani in Giamaica - una cosa che mi tormentava da una settimana - ho deciso di lasciare gli eccellenti neri di Kingston e di andarmene per qualche giorno nell'interno dell'isola verso Mandeville ed Ewarton, in attesa del vapore olandese che dovr trasportarmi ad Haiti.
Parto alle due del pomeriggio in un carrozzone di prima classe il quale ha la simpatica novit di non avere sedili. Vi sono invece delle comuni quanto comode poltroncine di vimini che si trasportano di qua e di l, ora accanto ad un finestrino ora accanto ad un altro e che permettono, se si  in comitiva, di fare il proprio bravo crocchio e di credersi in casa propria.
Sono miei compagni di viaggio due mulatti occhialuti dall'aspetto di dottori agronomi i quali si assorbono subito nella lettura del Jamaica Daily Mail; una miss biondiccia d'et incerta che ha nel volto e negli abiti il marchio di fabbrica della turista inglese; infine una famiglia di benestanti negri che ritorna probabilmente alla casa degli avi dopo un soggiorno nella capitale. Lui  un uomo attempato, vestito all'inglese con tanto di barbetta alla Edoardo VII; lei, adiposa e pacioccona, infagottata in un abito di batista bianca inamidatissima, stracarico di pizzi, ha l'aria di una balia di sultano in posizione ausiliaria; loro - tre ragazzone d'ebano scalettate sui diciotto-vent'anni - sfoggiano tre abiti di organdis sbuffante, rispettivamente color verde bandiera, color turchino Adriatico e color giallo quarantena. Docili alla moda hanno le gonnelle al ginocchio e le calze di seta (quaranta fili made in Paris), ma i loro corpi prosperosi di solide femmine nere mal si adattano al misurino della moda europea. I seni scoppiano sotto il tessuto di velo con una violenza che ricorda l'esuberanza della grassa terra tropicale ed hanno una maniera di accavallare maschilmente le gambe che scopre tre dita d'ebano lucido tra l'orlo della sottana e la stretta delle giarrettiere.
Prevedo che se far caldo sentir il profumino delle pecore d'Africa!
Il treno parte in perfetto orario e dopo aver fatto per un po' la corte alle villette di Kingston, si slancia in una pianura di canna da zucchero che ondeggia pigramente come un mare in bonaccia sotto un sole di fuoco ed un cielo di caramella.
Arriviamo cos a Spanish Town, antica capitale, dove i due agronomi ci lasciano. La famiglia benestante fa una abbondante provvista di aranci, di banane e di ananas. La miss anglo-sassone, dopo aver consultato il suo Baedeker, arma attentamente una Kodak, segno che s'avvicinano novit.
Il treno riparte.  un diretto, anzi il grande espresso di Mandeville, ma si tratta sempre di un diretto da piccola isola, che ha quindi una idea relativa di ci che siano velocit e distanza. Una catena di montagne profila a nord-ovest la sua mole accidentata e selvosa. La locomotiva, dopo aver traversato un paio di ponti, sotto i quali scorrono lente acque di smeraldo tra filari di bamb e ciuffi di papiri, punta in direzione dei monti. I pali del telegrafo indicano dopo pochi minuti che incominciamo a salire. Le tre ragazze nere sbucciano con aristocratica eleganza tre arancie verdognole del Tropico e sbirciano ogni tanto il biondo straniero non ancora tanto vecchio che  loro compagno di viaggio. Chi pu indovinare i sogni di una ragazza negra, educata in un collegio inglese, che torna alla casa degli antenati dopo un tuffo di qualche settimana nella mondanit di una capitale?
La presunta suocera non ha l'aria di preoccuparsi gran che n del possibile genero di pelle bianca, n delle quisquilie della civilt. Sbuccia le arancie coi denti, con dei morsi vigorosi che scoprono in pieno la sua dentiera di animale sano e potente, incastrata senza economie nelle gengive rosso-ocra che sprizzano salute. Eliminate in pochi colpi le corteccie, affonda gli incisivi nelle polpe sugose, le maciulla, le succhia e le distrugge, noncurante del sugo che le impiastriccia il naso e le guancie e che cola abbondante entro i candidi merletti inamidati nelle oscure profondit del petto monumentale.
Brava la balia! Cos si gusta un arancio! Incoraggiata dalla tacita simpatia con cui i miei occhi seguono il suo pasto, addenta un ananas, poi un mango, poi una fetta di popone, poi mezza dozzina di grosse banane giamaichine. Tutto sparisce in quattro e quattr'otto nella sua ampia bocca, solida ed insaziabile, che ingoia filamenti e noccioli, senza tanti complimenti.
Ma il finestrino reclama la mia attenzione.

La meravigliosa isola di Giamaica - senza dubbio una delle pi belle del mondo - spiega dinanzi al mio sguardo l'affascinante grazia delle sue valli e dei suoi monti che non conoscono inverno e che fermentano in una perpetua primavera. Di mano in mano che saliamo lasciamo indietro i campi di canna ed affondiamo in una vegetazione pi grassa e lussureggiante che nell'umidit delle alture trova una terra pi ricca di lieviti.
Vasti bananeti ed immensi coccheti si contendono il possesso della campagna. Ora si mescolano violentemente come per una battaglia, ora si spiegano alternativamente in ampie mareggiate come in seguito ad una vittoria. Dov' il bananeto che vince, la campagna assume un aspetto fitto, turgido, pesante, con un non so che d'ordinato che ricorda la simmetria degli eserciti. Dove sono invece trionfano le palme, i campi assumono la gioiosa baraonda di un gran carnevale e l'occhio si perde in una immensit di ventagli, di pennacchi, di flabelli, di mille bellezze svolazzanti ed aeree.
Ovunque palme e banane lasciano libero uno specchio di terra, alberi giganteschi drizzano chiome solenni e rami carichi di frutti. Il binario apre nella massa verdeggiante uno striscione di terra scura, sul quale le rotaie lampeggianti vorrebbero essere una cosa rigida e sinistra. Ma da una parte e dall'altra delle parallele d'acciaio cento e cento fiori hanno tessuto il pi sgargiante broccato che mente umana possa concepire: un broccato spesso e profondo di verdi policromi, con grossi ricami colorati in rilievo che lasciano pendere un visibilio di grappoli, di frange, di fiocchi, di campanelli, di svolazzi e di trine. A cento ed a cento aprono i loro parasoli certi alberi strambi del Tropico che finiscono in ogni ramo con un ciuffo violento di foglie rosse, d'un bel rosso ramato o sanguigno. E su tutto la "bella messicana" - delizia delle Antille - spolverizza i suoi minuscoli grappoli di fiorellini rosa, fini come foglie di capelvenere e tremuli come brividi di seta.
Ad un tratto la linea diventa aspra e selvaggia, quasi sia stanca di quell'orgia di colori e di fragranze. Aspri contrafforti di calcare e di bosco s'accavallano intorno al binario obbligandolo a girare violente scarpate e ad intrufolarsi sotto frequentissimi trafori. Tra una galleria e l'altra rombano impetuosi torrenti e si profilano sfondi alpestri di graniti e di felci. L'aria rinfresca e le nari avvertono l'odore tonico dei pini. Si sente l'alta montagna! Lo spirito si prepara a dire momentaneamente addio alle esuberanze del Tropico per gustare, a mille e pi metri di altezza, un soffio corroborante della lontana Europa.
Una lunga galleria spegne tutti gli scenari. Nella penombra del carrozzone i sei occhi delle tre ragazze negre hanno la mansueta dolcezza di quelli dell'antilope e la felina fosforescenza di quelli delle pantere. La madre rumina beatamente il suo pasto vegetale. Un barlume annuncia la fine della galleria ed il principio del miracolo. Si verifica infatti il miracolo, uno di quei miracoli della Bellezza che lo spirito pi non dimentica e che accompagnano l'uomo pel resto della vita come una perpetua carezza.
Mentre l'animo  preparato a pi rudi montagne ed a pi folte pinete, il tunnel sbocca in una vicenda di alte valli tropicali che le cime dell'isola incastonano entro il loro cerchio, proteggendole dai venti del mare e dai soffi delle altezze. Ed il Tropico v'ha piantato un Eden incantato che strappa al viaggiatore un grido di meraviglia.
Sono valli irrequiete che salgono e che scendono, che s'innalzano e che precipitano, che galoppano pazzamente di qua e di l, amoreggiando con cento gonfiori e con mille poggi. Solamente una frenesia vulcanica pu aver creato questa burrasca pietrificata. Se la terra fosse brulla e selvaggia lo spettacolo sarebbe grandioso. Se ulivi ed abeti vestissero questi luoghi, le alte vallate di Ewarton sarebbero una delle visioni pi serene e pi riposanti dell'universo. Vi impazza invece con tutta la sua esuberanza, con tutta l'orgia dei suoi profumi e dei suoi colori, con tutta la fantastica esagerazione delle sue forme e delle sue dimensioni, la strapotente e formidabile vegetazione del grande Tropico e lo scenario assume una magnificenza cos spettacolosa che le parole non sanno esprimere n la gioia degli occhi, n il tumulto dei sensi, n la stupefazione dello spirito.
Palmeti, bananeti, coccheti, campi di miglio e di caff, piantagioni di cacao e di vaniglia, ombre di foresta secolare, serre di fiori, seminati di cotone e di ananas, grovigli di cactus e di sisal, ciuffi di manghi e di tamarindi, blocchi di baobab, coorti di altissimi mogani, mausolei di alberi del pane e di fichi di Babilonia, tutto ci che la Natura pu creare di pi grande, di pi opulento, di pi odoroso e di pi raro, tutto  riunito in questo saliscendi di valli, ammucchiato, affastellato, ammassato caoticamente.  una esplosione di potenza vegetale che  forse senza eguali nel mondo, giacch qui la mano dell'uomo e la possanza della Natura si sono unite per creare un trionfo di foglie, di fiori e di frutti.
Le villette dei piantatori e le casuccie dei contadini ridono in mezzo al verde. Intorno ad ognuna di esse la vegetazione vezzeggia con spalliere di fiori e con scenografie di palmizi. Sfarzosi rampicanti impiallicciano i tetti, coprono i muri, incorniciano porte e finestre, spiegano sui mattoni e sulle pietre un fantastico tesoro di ermellini, di porpore, di manti imperiali, di pallii cardinalizi. Vacche, pecore, anitre, maiali, oche, tacchini, galline faraone vivono liberamente in mezzo agli orti, ai campi ed ai giardini, tra branchi di monelli color guttaperca e color zafferano che sciamano per ogni dove. L'acqua gorgoglia in tutti gli angoli, abbondante, fragorosa, dominatrice. La lucentezza solare accende nei ruscelli arcani riflessi di paradiso. Uccelli d'ogni sorta empiono l'aria di canti, di trilli, di gorgheggi. Trampolieri rosati ed azzurrini ornano di ninnoli meravigliosi i cavoli ed i roseti.
Un profumo acuto di essenze e di resine, misto a sbuffate calde di putredine vegetale, invade le narici, penetra nel sangue, turba il cervello, sveglia nelle vene infinite prurigini. La fecondit della terra eccita i poteri fecondatori della specie e li dissolve nell'atmosfera vigorosa, evocatrice di amplessi e di vagiti.
In certi punti la terra s'apre mollemente a conca e fiumane di palmizi fanno della piccola valle un meraviglioso canestro. Nel mezzo un colle a pan di zucchero erge la sua rotondit. Boschetti di banane ne affrescano le basi. Campi di sorgo e di caff s'arrampicano sulle pendici, inframmezzati d'alberi di papaia e di mango carichi di frutti. Due palme-cocco s'abbracciano in un angolo tra mazzi di girasole e pergolati di buchenviglia. Una vena d'acqua sgattaiola dentro uno scrigno di papiri. Una ficaia occupa la cima, ficaia del Tropico, grassa, lattiginosa, confusionaria, spezzata da enormi mogani che svettano nel vuoto. In alto, sul vertice del colle, un albero del pane centenario allarga le sue braccia monumentali a sorreggere una cupola di foglie ed una grandine di poponi, turgidi come mammelle di vacca lattifera.
Quale portentoso scenografo crea questi quadri? Chi curva le palme con tanta arte? Chi sparpaglia i fiori, mescola i colori, intreccia le foglie, accomoda con tanta grazia e sapienza le tinte dei verdi, dei gialli, degli scarlatti e dei turchini? Chi ha modellato gli avvallamenti e le alture perch i fasti della vegetazione acquistino rilievo nella disposizione teatrale del suolo? Chi ha disseminato le acque di smeraldo, i salti d'argento, i frulli d'acciaio, le serpentine di cristallo? Chi ha raccolto in un angolo uno specchio d'acqua morta per slargarvi su uno smagliante tappeto di muffe verdi, punteggiato di fiori di porcellana e di globi soffiati di Murano?
L'anima non pu fare a meno di rivolgere alle cose la grande interrogazione. Attraverso gli occhi smagati ondate di bellezza entrano nell'essere... Una vena sottile di poesia nasce nel cuore e vi canta... Vi canta divinamente... Oh! perch questa canzone svanisce, come svaniscono i sogni?
La corsa del treno cambia ad ogni istante le forme ed i colori della mirabile visione. L'occhio si sperde in un mare di Bellezza. L'anima si sperde in un mare di sensazioni. Ci si sente bimbi e si gioisce intensamente, come bimbi che vedano per la prima volta quanto  splendida la terra. Dalla venust delle valli s'eleva un cantico grandioso, solenne, musicale, che col murmure di mille foglie e col gorgoglio di mille acque esalta la bellezza del Creato e la meraviglia della Vita.
L'occhio cerca invano all'intorno la cupola e le torri di una Basilica che onori Dio nel trionfo della sua gloria. Poi lo spirito pensa che questa Basilica tropicale che ha per cupola gli splendori del cielo e per base gli splendori della terra  la pi grande chiesa che possa onorare la Suprema Armonia dell'universo.




LO ZAFFIRO DEL MARE

Kingston! Citt bianca di uomini neri, in mezzo a montagne che in ogni ora in ogni momento del giorno trovano la maniera di colorarsi d'azzurro, dinanzi ad una baia di smeraldo che all'alba ed al tramonto si marezza pazzamente d'oro...
Strade polverose, fiancheggiate di bazar interminabili, gremite di neri civilizzati che portano cravatta e colletto e di nere eleganti che inguainano in calze color fragola o pistacchio le loro gambe di bronzo! Tumulto di carri e di facchini nei quartieri vicini al porto, di sacchi e di camions, di argani e di vinchs. Caff, cacao, coprali, banani ed ananas per ogni dove. Atmosfera di carbone. Sole e sole. Qua e l un gran tralcio di bughenviglia in fiore il quale, sporgendo paradossalmente dal cortile di una limited, irride col suo sorriso alla febbre dei bianchi scamiciati che inseguono dollari e sterline e all'eccitazione dei neri marci di sudore che buscano lo scellino da dare allo spaccio di whisky e di agua ardiente.
Poi le strade si allontanano dal porto. Si calmano e si puliscono. Terminano i bazar di cianfrusaglie ed i depositi di barili. Pian piano incomincia la campagna che canta la gloria di Dio e la soavit dell'amore. Palme e palme. Fiori e fiori. Ventagli verdi che sventagliano la terra. Frangipani che si sfarinano nell'aria. Noci di cocco che suonano le castagnette al soffio del vento. Lungo le siepi ridono mille fiori. Azzurri, rosa, carnicini, lilla, amaranto. Ogni capanna ed ogni casa  un gioiello in uno scrigno di corolle. Enormi oleandri spremono nell'aria il loro profumo. Vaniglie e girasoli cintano i campi.
Se avete contemplato la campagna di Giamaica, non tornate pi a Kingston!  orribile. E gli uomini sono cos buffi. I bianchi ed i neri. Solo due occhi di mulatta potrebbero conciliarvi con la citt. Due occhi di onice in un'acqua bianco-blu. Ma la mulatta giuoca il foot-ball, parla inglese e mastica chewing-gum. Novanta volte su cento ... sufragette. Nera, per giunta!

New-Castle! L'automobile sale la montagna, su per belle strade levigate che fanno la reclame ai sistemi coloniali dell'Inghilterra. A destra ed a sinistra campi di cacao e di caff giuocano a giro tondo coi boschi di campeggio. Fra un colle e l'altro, l'antica foresta vergine ha lasciato un piccolo campionario di ci che era l'isola prima che Cristoforo Colombo scoprisse l'America. Mentre l'automobile sale, l'isola scende e si allarga. Vi mostra la sua bellezza. V'apre le pieghe della sua gonna meravigliosa che arriva fino al mare, tonda e gonfia come una crinolina. Nelle pieghe vezzeggiano i villaggi, ridono i fiumi, verdeggiano le foreste, folleggiano le cascate. Il mare  una grande distesa verde-azzurra nella quale le baie paiono specchi messi l per la vanit delle nuvole. Ogni tanto il bungalow di un colono - giocattolo di legno in una serra - vi fa sentire la nostalgia degli assegni in bianco sul conto corrente della vita.
Quando arrivate a New-Castle, trovate una cittadina di casette di legno coi tetti a punta che v'esuma dai ricordi della scuola il grafico del teorema di Talete: piccola affermazione d'ordine in mezzo al gran disordine radioso della Natura. Il conducente nero, fiero di essere suddito dell'Inghilterra, vorr portarvi a passeggio pei viali di ghiaia e mostrarvi quelle bellissime cose che sono una chiesetta evangelica coi tetti a punta che fa a pugni col molle ondeggiare delle palme circostanti od un ospedale ultra-asettico che ha pitturato di calce anche i tronchi degli alberi del giardino.
Bucati soldateschi vezzeggiano nei cortili. Il vento della Giamaica giuoca a rimpiattino con le mutande dei soldati di S. M. Britannica. Le bionde ed altere nurses che s'affacciano alle verande, guardano severamente lo straniero che passa. Chi turba i breakfast di New-Castle?
I volti sparuti dei malati vi dicono che il Tropico non  adatto per le reni e le milze della razza bianca, soprattutto quando appartengono ai devoti del whisky e del gin. Certi visi gialli ed infossati vi fanno guardare con ostilit gli ibischi che impazzano nei campi e nei giardini. Ma trecento metri pi in su dimenticherete tutto. Il gran giardino tropicale di New-Castle vi stringer nel suo abbraccio incantato e vi soffier in volto il suo alito di malia. Tutti i frutti e tutti i fiori delle terre calde sono riuniti in questo orgiastico Eden di verde e di colori che l'Inghilterra ha creato noleggiando al servizio dell'Imperial College la potenza del Tropico e la feracit della Giamaica. Se sapete trovare in uno dei tanti viali uno dei mille angoli di paradiso che vi abbondano - per esempio una panca circondata di bamb e di papiri, in margine ad un corso d'acqua che mai non vede il sole, sotto una triplice tettoia di buchenviglia in fiore, di manghi carichi di frutti e di enormi fichi di Babilonia stracolmi di nidi - e se avete la fortuna di non incontrarvi una nurse con la cuffia abbracciata ad un soldatino scozzese in gonnella, potete dimenticare, nella beatitudine di un'estasi impagabile, tutti i vostri guai, anche il conto dell'automobile noleggiato ad ora che v'aspetta nello square della Regina.

Sant'Antonio! Sogno d'un mandarino di Canton dopo una pipa d'oppio! Strofa di un poeta, ebbro di vino e di amore! Fantasia di un maragi che ha fumato il narghil sulle terrazze di Odeypure!
Un esercito di palme precipita dalla montagna a mare per suicidarsi, ma... quand' gi chino sull'acqua, si ferma. L'acqua passa sotto l'arco dei suicidi che hanno avuto paura e li irride con una gran risata di spuma e di frantumi di perle. V' odor di miele nell'aria. Avete il miele nelle vene e nell'anima. La conca di Sant'Antonio - il famoso Blue Hole -  una lastra azzurra nella quale si specchiano il celeste del cielo ed il turchino dei monti, creando una colorazione indefinibile di zaffiro. Il colore della Giamaica, zaffiro dei Tropici. Perch le montagne paiono azzurre e l'acqua  cilestrina? Chi pu dirlo? La costa si sporge, s'avanza, si flette, s'arcua, s'arrotonda per cingere con grazia un punto della baia e creare il Blue Hole. Ogni insenatura  un angolo di bellezza. Ogni promontorio  un giardino incantato. Una lingua di terra sporge pi delle altre. S'inoltra con civetteria nel mare. Tremola e smorfieggia. In un altro luogo del mondo questa sporgenza sarebbe un nonnulla di verde e di sabbia, oppure sarebbe scelta da un banchiere arricchito per costruirvi un villino col tennis. Qui no. I banchieri non sono ancora arrivati. Vi sciamano invece le palme, sparpagliate con grazia e con parsimonia, in modo che ognuna di esse sia librata nel suolo come un ninnolo prezioso e possa specchiarsi intera nell'acqua con tutti i suoi brividi. Quattro famiglie nere hanno scelto questo sito per costruirvi quelle loro indefinibili baracche di legno che sembrano fatte apposta per stare in mezzo ai cocchi ed alle banane. Una canoa legata ad una palma si dondola sull'acqua.  il monile del quadro. Poi la lingua di terra finisce in una specie di ciuffo: un ciuffo d'alberi in fiore: accomodato come un mazzo di sposa. Ed i merli metallici vi cantano le loro canzoni...

Rio Cobre! Fiume che trae il suo nome da una miniera di rame che gli indios rivelarono il 3 maggio 1494 a Colombo. Fiume-poeta. Nasce nelle montagne azzurre. Conosce l'acre sapore dei boschi, il fragore delle cascate ed il tormento di una tubatura idroelettrica. Giunto a valle, conforta le sue nostalgie e le sue sofferenze in canali filosofici che vagabondeggiano pigramente pei campi e pei bananeti, ora fiancheggiati da filari di cocchi, ora nascosti nel sussurro dei bamb o cintati da fantastiche palizzate di papiri.  un fiume verde. Pare che le sue acque siano diventate verdi a forza di riflettere tanti alberi e tante foglie!
V' sempre un nero pronto ad affittare al viandante una canoa che sa andare con lentezza sull'indolente giro dei canali. E sono allora ore di sogno. Ore di musica. Ore di dolcezza che sciolgono l'anima in un nettare d'Afrodite. La barca partecipa al fremito delle foglie. Sfiora bungalows e capanne. Sorprende amori di bestie e di uccelli, di biscie e di farfalle. Vi rivela intimit di stanze tropicali che non sanno di essere vedute. A volte incontrate una nidiata di ragazze nere che si bagnano in acqua e che fuggono al vostro sopraggiungere con un volo spaurito di ombre e di statue oscure. Spesso la buchenviglia - il fiore tipico della Giamaica - ha scelto un angolo del Rio Cobre per sfoggiare la sua fecondit e la sua bellezza. Allora  una cascata di velluti amaranto che precipita in acqua! I rami creano giuochi di grazia e di colore che sono un riflesso dell'infinito. Talvolta la foga dei fiori  tale che attraversano in massa il canale e vanno a slargarsi sull'altra sponda. Una diga di corolle sbarra il canale. Chiude la strada della delizia. Il barcaiuolo apre con l'accetta un passaggio. Fa un arco. La barca vi passa. S'empie di petali rossi e violetti. Si vedono i riflessi dell'amaranto nello smeraldo. Si sente il brivido dell'anima che trema per l'incanto...

Montego Bay! Due taverne si fronteggiano in una piegatura della baia. Una vende rhum di Giamaica con soda d'Inghilterra ed  frequentata da neri civilizzati che sanno dov' Oxford. L'altra fa ballare la marimba alle coppie nere e mulatte di Montego. Tra le due taverne c' una panca che d le spalle ad un boschetto di vaniglia. Fa caldo e le due bettole sono aperte.
Nella prima tavolini ricoperti di tela incerata a scacchi bianchi e rossi. Oleografie inglesi di cani e di cavalli sui muri. Al banco un irlandese color rosso mattone in maniche di camicia. La camicia aperta lascia vedere uno scapolare di madonna. La clientela  composta di clerks e di impiegati del governo che bevono sodo, che discutono di foot-ball, che fumano sigarette inglesi, che ogni tanto perdono l'equilibrio e stramazzano ubbriachi marci fra le gambe dei tavolini. La civilt bianca applicata alla razza nera ha nel Novelty Bar uno dei suoi templi giamaichini. Fonografo e pianola si alternano per divertire la clientela. Gli avventori son ben quotati nell'ufficio di polizia del distretto: gente che frequenta la chiesa evangelica e che rispetta il week end. Speranze del domani politico ed amministrativo di Giamaica.
Di fronte c' invece la classica taverna indigena delle Antille, diretta da un cubano che ha fatto soldi in Haiti assoldando tagliatori di canna ed ora finisce d'arricchirsi facendo ballare le coppie nere e mulatte di Montego. Ha pagato la licenza ed  in regola con la legge, anche se i cortili del Marimbal non lo sono con la morale. L'educazione inglese esige che i neri ballino danze per bene: fox trot, cio, e two-steep. Ma ogni tanto ci scappa la marimba ed allora sembra che danzino anche le palme e le stelle.
Marimba di Haiti! Marimba di Guatemala! Marimba dei neri d'Africa e degli indios Maya, fatta apposta per le genti e per le notti dei Tropici! Danza di terra calda per gente nuda. Giuoco infantile che evoca la suprema carezza e fa dimenticare la magra cena composta di una sola banana.
Nella notte oscura, tempestata di solitari, satura di profumi, piena di tepore, le zanzare sono l'unica realt che disturba. Il ritmo della marimba e lo sciacquio del mare si cadenzano a vicenda. Alla luce dei globi d'acetilene, made in England, le coppie nere e mulatte, meticcie e grifone, ballano la loro danza bambinesca e lasciva che scherza con la vita e con la morte. Droga di capanna selvaggia che inganna ogni sera la miseria dell'esistenza con la promessa di un attimo! Droga di una notte fatturata della Giamaica che culla i cocchi ed empie di sogni i bananeti! Droga che entra pei pori della carne accalorata, nell'anima di chi danza e nell'anima di chi guarda!
Concentrata in elisir farebbe la fortuna di una Societ per azioni.




IL "QUATTRO ALBERI" DEL COMMODORO

Stavo bighellonando sulle banchine di Kingston tra le barche da pesca ed i velieri, curioso di osservare da vicino questo mondo di pescatori d'Africa che il destino ha trapiantato in una terra d'America, pi curioso ancora di ficcare il naso nei velieri di cabotaggio delle Antille sui quali, per l'aspetto delle cose e per i tipi degli uomini, ha l'aria di sopravvivere ancora la vecchia marina piratesca del secolo XVIII, quando l'alberatura di un "quattro alberi" colp la mia attenzione, cos come certe volte si  colpiti in mezzo ad una calca dalla fisionomia di una persona conosciuta.
- Mi par di conoscere quella velatura! - dico fra me e me.
Accelero il passo in mezzo alle botti ed alle reti, ai venditori di fritture ed ai monelli mulatti. Di mano in mano che m'avvicino mi confermo nell'opinione di conoscere quei quattro alberi smilzi, tagliati a triplice croce dai larghi pennoni irti di cordame, ma non riesco a ricordarmi n dove n in quale circostanza abbia veduto quelle sartie. Poi, d'un tratto, un nome attraversa il mio cervello: Four Winds (quattro venti)! Possibile? Il commodoro qui? Io, che lo credevo in Australia od a zonzo in mezzo alle sue predilette isole dell'Oceania! Due minuti dopo ogni dubbio svaniva. Era proprio il Four Winds. Non solamente riconoscevo perfettamente la nave ma vedevo a mezzo d'una scotta Jo, la scimmietta messicana di sir Guy Gant, considerata dall'ammiraglio una perfetta mascotte, temuta dall'equipaggio come una tiranna contro la quale non c' nulla da fare, ricordata perfettamente da me per avermi rovesciato un barattolo di pece liquida sopra un paio di fiammanti pantaloni di flanella bianca, un mattino abbastanza lontano in quel delle isole Vancouver.
Oh! Jo! Jo!
La scimmia mi risponde con una smorfia ed una grattata, mentre un braccio pesante mi sconnette mezza clavicola e sento esplodermi in un orecchio una specie di bomba la quale non  altro che un tonante allow del secondo di bordo che m'ha riconosciuto.
Ci stringiamo la mano e s'attacca a discorrere all'uso marino del pi e del meno, come gente che si sia lasciata la sera prima al caff, senza che n all'uno n all'altro venga in mente di domandarsi come mai ci si incontri nel golfo del Messico quando ci si  lasciati tre anni prima nel Pacifico. Nel salire a tribordo rivedo lo stesso nostromo d'allora - un cinese di Shangai che s' giubilato nostromo a bordo del Four Winds dopo trent'anni di crociere e di contrabbandi fra Canton e le Filippine - e l'indimenticabile Ping-Ciao, barman di cartello e specialista patentato nella fabbricazione dei pi bislacchi ed indiavolati cocktails che siano mai saltati in mente agli iddii della vecchia Scozia, patria come si sa dei pi immaginosi ubbriaconi dei cinque continenti.
- Il commodoro  a bordo?
- No,  a colazione dal Governatore. Restate a tavola con noi. Torner verso le quattro ed avr piacere di vedervi.

Sir Guy Gant, proprietario e comandante del quattro alberi Four Winds,  uno di quei tipici gentlemen inglesi di famiglia patrizia che s'arruolano a diciassette anni nella marina dell'impero attratti dal fascino del mare che incanta la loro anima isolana, sedotti dallo spirito avventuroso dell'oltremare che  una delle pi interessanti caratteristiche dell'aristocrazia e della grande borghesia britannica, spinti anche un po' dalla tradizione ereditaria della famiglia di dare sempre uno dei suoi ragazzi al mare, sul quale la dominatrice degli oceani poggia la sua potenza politica ed economica. Come tanti altri boys della sua razza il futuro ammiraglio entr nella marina mercantile e, dopo un tirocinio di timone e di ramazza, pass nella marina da guerra percorrendo la rigida trafila dei quadri. Insegna nella campagna di Cina, ufficiale osservatore durante la guerra russo-giapponese, comandante durante la guerra europea d'un convoglio di trasporti transatlantici sulla nave Leviathan, fu promosso nel 1918 commodoro di prima classe che corrisponde pressapoco a vice ammiraglio.
Raggiunto dal limite di et, nominato sir e cavaliere dell'Impero, avrebbe potuto ritirarsi nelle sue immense tenute d'Australia o nella sua aristocratica casa di Londra o in un delizioso cottage che possiede sul canale d'Irlanda, ma figlio del mare ha voluto continuare a vivere pericolosamente e zingarescamente tra i fortunali e le tempeste. La sua cospicua fortuna gli ha permesso di comperare e di armare un grosso quattro alberi, sul quale vive ormai da otto anni e sul quale vivr forse fino all'ultimo suo giorno; ora qui, ora l; sempre in viaggio da un porto all'altro e da una isola all'altra; nell'Atlantico e nel Pacifico, nell'Oceano Indiano e nei mari polari.
Imbarcato la prima volta a diciassette anni sopra un tre alberi, ha voluto chiudere la sua vita sopra un bastimento della stessa categoria per vivere in pieno, senza caldaie e senza carbone, quella grande vita della navigazione a vela nella quale il marinaio di razza assapora la riposante pace delle bonaccie e la rude battaglia delle tempeste e veramente ascolta tutte le voci del mare e ne sente le carezze pi dolci e ne affronta le collere pi violente.
Due motorini a petrolio facilitano al Four Winds l'entrata e l'uscita dai porti e permettono alla nave di tagliar corto alle calme troppo lunghe e troppo estenuanti, ma si tratta solo di macchinario accessorio. La vera anima della nave  la sua enorme alberatura di corriere del vento. I transatlantici che incontrano al largo questo magnifico uccellaccio marino quando, un po' incurvato dal maestrale, fende le onde con tutte le vele alle scotte, debbono sentire in fondo alle loro caldaie un non so che di biliosa invidiuzza, di fronte alla indomita gioia del poeta che sprezza il denaro e vive felice coi suoi sogni nella scia dell'ideale.
- Dov'eri, Ciao, il mese scorso?
- Alla Guadalupa.
- E l'anno scorso?
- Al Zanzibar.
- E due anni fa?
- Nelle Caroline, nelle Marchesi, nelle Marchall...
- E fai sempre cocktails?
- Sempre!
- Qual' l'ultima novit, Ciao?
- Il saimattham: sugo di ananas, acqua di cocco, rhum di Giamaica, vermuth italiano, latte, sale, zucchero, limone, una goccia di angostura, un tantino di whisky: agitare fortemente e servire ghiacciatissimo con una ciliegia sotto spirito ed una oliva verde.
- Preparami un saimattham, Ciao, mentre aspetto il commodoro.

La sera ci sorprende sul ponte del Four Winds. Nel cielo ardono i diamanti delle Antille. I lumi di Kingston tremano nell'acqua. Sir Guy Gant, stilizzato nel suo impeccabile smoking di gentleman inglese, mi parla del comune amico sir Cecil Armitage, governatore della Gambia, messo recentemente a riposo per avere raggiunto il limite di et e della tristissima vita che questo vecchio coloniale mena a Londra, separato da quel mondo nel quale ha trascorso l'intera esistenza ed al quale ha dato insieme con la giovent tutti i suoi affetti.
- Sono contento, - mi dice l'ammiraglio, - d'aver scelto la flotta. Ci mi permette di seguire la mia vita matrimoniale col mare, anzi di poter entrare in certe dimestichezze con le onde e coi venti che non mi sarebbero state permesse coi vascelli di S. M.
- Sempre cinese l'equipaggio?
- Sempre. Gli inglesi sono per me i primi marinai del mondo, ma costano cari e bevono troppo. Coi cinesi ho risolto il problema: marinai eccellenti, di poco costo, frugali, astemi ed obbedienti come macchine. Ho due ufficiali inglesi a bordo. Tutto il resto del personale di coperta, di timone e di camera  cinese.
- Vi tratterrete molto ancora a Kingston?
- Parto domani per Cuba. Conto vagabondeggiare durante l'intero inverno negli arcipelaghi delle Bahamas, delle Leward, delle Virginia e delle Bermude, toccando isola per isola tutti i luoghi e fermandomi negli angoli pi gradevoli.
- Non avete ancora intenzione di ritirarvi in Inghilterra?
- A far che? Io amo profondamente l'Inghilterra, ma Londra mi soffoca, Manchester mi asfissia ed Edimburgo mi fa l'effetto di un carcere. Questa nave  del resto un pezzo d'Inghilterra. Tutti i mari sono un po'... l'Inghilterra!
V' molto orgoglio in questa conclusione del commodoro, ma noi italiani dell'epoca fascista siamo perfettamente in condizione di comprendere questo sentimento che anche nella sua esagerazione  pieno di poesia.
- Non solo su questa nave mi sento in terra inglese, - aggiunge il commodoro, - ma mi sento nell'impero britannico. Le mie numerose collezioni ed ogni oggetto che mi cade sotto gli occhi mi ricordano costantemente terre, e citt sulle quali sventola la bandiera del Commonwealt. Questi vasi sono dell'India, questo tavolo  di Singapore, quella scrivania  del Newfouland, queste poltrone sono di Londra, il giornale  d'Australia, il caff di Giamaica, il portasigarette di Hongkong... Non sono pi in Britannia io, qui, sul mio veliero, che un cittadino di Londra nel suo home e nel suo club?
Per vedere alcuni trofei di caccie recenti - ricordi di un soggiorno in Nigeria - ed una serie di amuleti del Dahomey scolpiti rozzamente dagli indigeni nel rame, attraversiamo i vari ambienti che formano lo sfarzoso appartamento del commodoro. In esso il vecchio uomo di mare ha raccolto le sue collezioni di oggetti rari ed esotici (son proprio esotici per lui?) che egli ha via via costituito durante la sua carriera di ufficiale ed i suoi vagabondaggi di libero navigante. Vedo preziosissimi avori d'Estremo Oriente, minuziosamente scolpiti e traforati dai pazienti artisti della Corea e della Cina; dolcissime giade che paiono fatte d'acqua tinta e poi congelata; vecchi tappeti del Levante che hanno le tinte soavi dei fiori appena vizzi; broccati e cashmir d'India ai quali pare sia rimasto attaccato il profumo di sandalo delle donne che li usarono; mobilucci del Belucistan e del Nepal che sono un unico intarsio di legni rari con venature di madreperla e striature di argento; selle di maragi e di emiri, parasoli di mandarini, mitre ed incensieri di pagode; cento oggetti diversi, ognuno dei quali ricorda un paese, rappresenta una civilt, sintetizza un'arte, simboleggia una pagina di grandezza o di decadenza umana. Qua e l il proprietario-comandante tradisce la sua nazionalit con una racchetta di tennis od uno sticht da golf, abbandonati accanto ad un paravento della Birmania o a un idolo del Madagascar.
Collezioni ed oggetti di lusso sono per tutti raccolti esclusivamente nell'appartamento. Nulla tradisce l'yacht su coperta o sui ponti, dove ogni cosa  semplice, rozza, regolamentare, rigidamente marinara. Accanto alla ruota del timone o al mulinello dell'ancora il comandante pu credersi assolutamente a bordo di un grande veliero in navigazione, di quelli che ancora traversano gli oceani tra il Mar del Nord ed il Rio de la Plata o fra il Cile e le isole Havai.
La fastosa opulenza dell'appartamento rispetta anche la camera da letto del commodoro nella quale egli ha fatto riprodurre esattamente, nei pi minuti particolari, la sua ultima cabina di ammiraglio delle flotte di S. M. Attaccato ad un gancio c' il berretto di commodoro. Sulla scrivania v' l'ultimo ordine di servizio, quello che egli non pot firmare perch dovette cedere posto e comando al suo successore.
Quando alla fine del giorno sir Guy Gant si ritira nella sua cabina, pu ogni sera illudersi di essere ancora il commodoro della Quarta Squadra d'alto mare di S. M. Giorgio, imperatore e re. E cos morr un giorno, assistito dal suo primo e dal suo secondo col rude affetto degli uomini di mare, sopra una delle tante strade dell'oceano, con le vele della sua nave gonfiate da un maestrale tempestoso, in mezzo al canto sovrano delle onde, ai soffi formidabili del vento, agli immensi brividi dell'infinito. Gli uomini riuniti sul castelletto di babordo ne getteranno il cadavere negli abissi, secondo le disposizioni tassative del suo testamento. Lo vedranno sdrucciolare sullo scivolo, fare un tonfo nell'acqua, gorgogliare un po', sparire. Poi il gabbiere torner sulla coffa ed il fischio del nostromo ordiner ai mozzi ed ai giovanotti di mollare i fiocchi di bompresso.
Ed il Four Winds far allora vela per l'Inghilterra, con l'insegna ammiraglia a mezz'asta e andr a mettersi a disposizione di qualche vecchio notaio.




LE ISOLE DEL RAGGIO VERDE

 la sera dello smeraldo!  la sera dello smeraldo!
La donna che ho trovato a bordo e con la quale vivo per ventiquattr'ore il mio sogno delle Antille osserva ogni tanto il cielo e poi ripete come un ritornello:
-  la sera dello smeraldo!
La lascio dire. Non credo vi siano due smeraldi pi belli dei suoi occhi verdi di meticcia d'Haiti che splendono sotto le sopracciglia scure. Le lunghe ciglia fanno come uno scrigno d'ombra intorno alle due gemme. Il viso  pallido, di quel pallore strano che hanno le meticcie quando sono gi alla quarta generazione e le ultime goccie di sangue indio stanno trascolorando nelle vene.
Veste alla parigina, coi capelli corti e le labbra tinte. Abito e pettinatura non sono fatti per la sua bellezza di femmina tropicale che ha il marchio della sensualit nel cerchio degli occhi, nelle alette del naso, nella procacit delle forme, in tutte le movenze feline del corpo. Appena s'intravede in lei un barlume d'anima. La carne fiorente trasuda dai pori giovani la sua gloria. Navighiamo sul ventesimo parallelo, tra Giamaica ed Haiti sopra un vecchio vapore cubano che a forza di trasportare zucchero crudo e braccianti neri si  impregnato dei due odori.  un rispettabile steamer tedesco che dopo aver fatto il suo dovere per vari anni nel Mar del Nord fu venduto ad una Compagnia d'Estremo Oriente per far la spola tra Manilla ed Hongkong. La guerra lo sorprese nelle Filippine e fu catturato dai nord-americani ai quali fu assegnato a Versailles. Ora ha cambiato il mar di Cina per il mare dei Caraibi ed incomincia a gemere sotto il peso degli anni e delle tempeste.
Oltre la meticcia vi sono a bordo tre nord-americani e due britannici. Uomini d'affari i primi che vanno a comperar terre ad Haiti, approfittando della miseria del paese e delle buone disposizioni del presidente Borno; banchieri di Filadelfia, con faccie di pastore evangelico e con una sete perenne da cammelli: sete d'alcool s'intenda. I due inglesi sono invece appaltatori di mano d'opera nera per la campagna zuccheriera di Cuba, autentici negrieri moderni in regola con la legge scritta, ma al bando di quella morale. Nati nelle isole Bermude - antica terra di corsari e di negrieri - hanno per questo genere di affari un fiuto straordinario che  il retaggio di diverse generazioni,
I cinque cugini anglo-sassoni spengono il loro spleen nella stessa bottiglia di whisky e sono regolarmente ubbriachi marci dalle quattro in poi del pomeriggio, con la differenza che gli yankees rotolano verso le dieci sul tappeto bisunto del salone mentre i british si ritirano un quarto d'ora prima della catastrofe nelle loro cabine. E quel quarto d'ora di differenza caratterizza la diversit delle due razze.
Il comandante  un catalano nazionalizzato cubano, il secondo un ligure nazionalizzato cileno, il terzo un tedesco che deve essere russo. I marinai sono meticci o negri, i camerieri cinesi, il cuoco e gli sguatteri indios del Messico. Nel secolo degli Olimpie e degli Augustus il nostro vapore , come nave e come equipaggio, una rarit da museo. I mari delle Antille hanno ancora qualcuno di questi superstiti della met del secolo decimonono.
I due smeraldi della meticcia sono le uniche cose belle di bordo, ma nessuno ci fa caso all'infuori del ligure-cileno. E di me. Il ligure-cileno - calvo, rasposo, mezzo zoppo e con tutti i denti d'oro -  un avversario senza peso. Abbiamo in terza un carico di neri di San Domingo che appartiene ad uno degli inglesi ed un carico di neri di Giamaica che appartiene al suo compagno. Ogni tanto Giamaica e San Domingo si danno legnate da orbi sui ponti di poppa. Allora la meticcia si raccomanda a San Cristbal de Palos od alla Purisima de la Macarena. Si vede comparire sulla porta della cucina il cuoco messicano che ride e si gratta. I tre banchieri di Filadelfia puntano un pugno di dollari sopra uno o l'altro dei gruppi contendenti; i camerieri cinesi fanno altrettanto con una manciata di centavos; i due inglesi distribuiscono multe che entrano nelle loro tasche. Terminata la battaglia, il comandante manda un mozzo con un secchio e la ramazza a lavare le macchie di sangue. Il mare  un indaco cupo, stracarico di blu di Prussia. Il cielo  un indaco chiaro, marezzato di bambagine bianca. L'aria  umidissima e calda. Ogni due ore la meticcia alleggerisce la sua toilette. Il ligure-cileno mi assicura che la senorita non adopera biancheria. Lo vedo infatti che spesso manovra strategicamente per sorprendere la donna contro il sole, quando l'oro luminosissimo del Tropico vince la trasparenza della seta ed offre agli sguardi avidi il nudo statuario della femmina, appena velato da un diafano schermo. Un carico di tabacco sotto vento diffonde sui ponti un sottile profumo di fumeria clandestina. Il respiro asmatico della nave accompagna ogni passo dell'elica.

Attraversiamo uno specchio di mare che  famoso nella storia per le terribili battaglie che v'hanno combattuto le flotte di Spagna, di Francia, d'Inghilterra e di Olanda. Innnumerevoli avventurieri con stoffa di grandi capitani e di grandi briganti giacciono in fondo a questi abissi, sui quali il nostro Manzanillo porta a passeggio la sua tarlata carcassa di cimelio navale. Eroi foderati di corsari e viceversa avevano negli arcipelaghi e nei canali delle Antille un superbo campo di azione nel quale il lucro e la gloria, la rapina ed il valore, la grandezza e la bassezza d'animo, bruciavano pazzamente in perenni fiammate sullo sfondo mezzo storico e mezzo equivoco delle competizioni nazionali e delle gelosie dinastiche.
Proprio dove ora stiamo passando un avventuroso uomo di Genova, nominato dallo Stato di San Domingo grande Ammiraglio, si rese celebre con un gesto d'audacia che tuttora si tramandano di padre in figlio i marinai delle Antille ed i pescatori dei Caraibi. Haiti e San Domingo erano in guerra. La flotta di San Domingo era schierata nella Plaija de Caracoles. L'ammiraglio Cambiaso - bel cognome ligure - doveva comunicare al Governo di San Domingo notizie d'estrema urgenza e s'imbarc audacemente sopra una barchetta da pesca per raggiungere la capitale senza che il nemico s'accorgesse della sua assenza. Al largo la barchetta incontr una squadra inglese di ventidue vascelli. Il genovese alz sulla propria vela la sua insegna di ammiraglio. La squadra britannica prosegu la sua rotta senza far caso al trabaccolo. Allora il Cambiaso tagli la rotta al vascello ammiraglio e ripet la manovra diverse volte, finch l'ammiraglio inglese fece scendere in mare una scialuppa e mand un ufficiale a vedere chi fosse quel pazzo.
Quando l'ufficiale inglese fu accanto alla barca, il Cambiaso lo invest severamente: - Da quando in qua una flotta inglese non saluta un ammiraglio di Genova? Non vedete sul pennone la mia insegna? Dite al vostro ammiraglio che se entro cinque minuti non mi rende il saluto dovuto al mio rango, avr l'onore di colarmi a fondo dinanzi alla squadra di S. M. Britannica!
Cinque minuti dopo il vascello ammiraglio britannico innalzava il gran pavese e l'ufficiale ritornava presso la barchetta:
- Il commodoro m'incarica di salutarvi e di dirvi che siete l'unico ammiraglio del mondo che  stato capace di fermare una squadra di S. M. obbligandola a salutarlo!
Altri tempi. Meno progrediti, ma non meno civili. Gli uomini avevano un sentimento altissimo dell'onore di fronte al quale la vita non aveva prezzo ed avevano una visione estetica dell'esistenza che faceva germogliare spontaneamente il bel gesto. San Domingo ha dedicato una delle sue piazze all'uomo di Genova che con una barca da pesca si fece salutare da sette vascelli! Qualunque scugnizzo color cioccolatto della Repubblica vi sa raccontare la storiella che ha scolpito il nome dell'uomo nella memoria degli isolani.

Verso le cinque il cielo ed il mare sono colti da una specie di brivido che fa impallidire il turchino dell'acqua e la turchese del cielo. La mia sensibilit d'innamorato della Natura mi avverte che il giorno  entrato in agonia e che incomincia il quotidiano dolcissimo miracolo del tramonto. Nei Tropici la fine del giorno  sempre una visione di incanto, ma nelle Antille ha una dolcezza speciale; un po' torbida e quasi lasciva, che turba stranamente oltre l'anima anche i sensi. In quell'ora le donne di questi paesi acquistano, senza rendersene conto, un languore strano il quale d alla loro bellezza un po' troppo carnale un che di affaticato e di stanco che la rende pi interessante.
Appoggiato alla battagliola della nave mi assorbo nella contemplazione del mare e del cielo per ascoltare la musica dell'Infinito.
- Anche voi volete vedere lo smeraldo? - mi chiede la meticcia avvicinandosi.
- Quale smeraldo, seorita?
- Lo smeraldo delle Antille. Stasera  cielo sereno e si vedr!
Le Antille sono infatti il regno del famoso raggio verde cantato dai poeti. Io per non l'ho mai veduto. Avana e Santiago mi hanno offerto tramonti magnifici, degni di Napoli, di Cairo, di Giava, ma niente raggio verde. Ho finito anzi per credere che si trattasse di una fantasia.
La donna s' buttato sulle spalle uno scialle di Manila a grandi fiori scarlatti che le incornicia il volto e le forme dentro un roseto. Nella luce del tramonto il suo pallore ha i riflessi della vecchia ambra. Pi grandi sembrano i suoi occhi. Pi grandi e pi dolci. Un'ombra di fragilit attenua la floridezza della sua giovent e la spiritualizza. Una profondit improvvisa  apparsa nei suoi meravigliosi smeraldi che sono attraversati anch'essi dal medesimo brivido che ha soavizzato il mare ed il cielo.
Le bambagine bianche che caprioleggiavano sull'orizzonte si sono ritirate in un angolo e formano una specie di grande cirro che ricorda quei fiocconi che le mamme appuntano al fianco o sul dorso delle loro bimbe. L dove il sole sta abbassandosi il cielo  di una serenit cos assoluta che la linea di demarcazione fra l'atmosfera ed il mare  precisata con straordinaria nettezza. Le tinte del tramonto, che non hanno presa in nessuna nebbia ed in nessun vapore, si stemperano squisitamente nell'aria, nel cielo e nell'acqua, dando ai tre elementi una colorazione indefinita a fondo rosa e miele, nella quale per sono sospesi tutti gli altri colori che si vedono e non si vedono. Si direbbe che pi che altro si sentono! Il risultato di questo fenomeno  un'atmosfera soavissima di cammeo allo stato fluido. Bellezza e grazia sono diffuse nell'aria. Ed in mezzo a questa luminosit celestiale l'ostia di fuoco s'abbassa con maestosa lentezza.
Nessun vapore la ingrossa. Nessuna nebbia l'appanna. Fino all'ultimo momento il sole rimane il medesimo astro sfolgorante del giorno, il mededesimo disco d'oro ardente, lo stesso formidabile sferoide incandescente.
Non  un tramonto teatrale e non  neppure un tramonto pastoso di lacche e di mezze tinte.  un tramonto completamente diverso da tutti gli altri che fa quasi pensare al paradossale capovolgimento di un'aurora.
Quando l'ostia lambisce la superficie dell'acqua e v'incunea il suo primo spicchio, un gran fiume d'oro si scioglie nel mare. Trasparenze di madreperla vetrificano immensi tratti dell'orizzonte e pare che al di l di essi vi siano straordinari quadri di magnificenza che non son fatti per gli occhi degli uomini.
Il disco diventa un arco che impicciolisce rapidamente. E quando nel cielo non v' pi che la solita ghiandetta di brace di tutti i tramonti, si compie il miracolo delle isole del raggio verde. La ghianda d'oro e di porpora - rubino dello spazio nel quale  concentrato il sangue degli astri - si trasforma fulmineamente in un enorme e verdissimo smeraldo che dura solo pochi istanti, ma che empie del suo baleno il mondo.
La volont vorrebbe eternare quella meraviglia che per un attimo d all'uomo la sensazione di che cosa sarebbe il globo se il sole fosse verde. Ma l'attimo fugge. Inesorabilmente.
Se la giornata sar serena lo smeraldo delle Antille riapparir per un altro istante domani; se no fra una settimana, fra un mese, fra due...
Guardo gli occhi della bella meticcia. Ma i suoi smeraldi mi sembrano due fredde pietre senza luce, ora che ho visto uno degli occhi di Dio.




IL NIDO DEI CICLONI

Un vapore della Flotta Bianca, carico di banane di Giamaica e di cedri di Cuba per il mercato pantagruelico degli Stati Uniti, mi ha lasciato un mattino in quel chilometro quadrato di terra ferma che  l'isoletta di Swan ed ha proseguito il suo viaggio per l'Arcipelago dei coccodrilli, con la tacita promessa di ritornare a prendermi una settimana dopo.
Trovo nell'isola sette abitanti che fanno parte del personale della Compagnia, non perch vi sia nell'isola nulla da comperare o da vendere, ma perch la navigazione marittima internazionale ha nella microscopica Swan un osservatorio strategico di primissimo ordine, incaricato di vigilare per conto degli uomini i venti e le tempeste, di sorvegliare le collere del mare e delle nubi, di studiare la formazione dei terribili cicloni del Golfo del Messico che hanno qui uno dei loro ritrovi preferiti, di segnalarli alle stazioni metereologiche delle grandi isole e del continente.
Si tratta di un vero e proprio Comando di Stato Maggiore che  permanentemente in campagna e che ha stabilito il suo quartier generale in questo punto avanzato del fronte, in pieno territorio nemico. Lo stato di guerra  perpetuo, per vi sono due periodi dell'anno nei quali l'attivit dell'avversario  pi violenta: gli equinozi di primavera e gli equinozi di autunno. Allora i Bollettini del Comando di Swan seguono le operazioni di ora in ora e sono radiotelegrafati incessantemente. In quelle giornate tutti i paesi del Golfo del Messico e del Mar dei Caraibi, tutte le isole e gli arcipelaghi dell'America Centrale, tutte le navi che traversano questi mari, aspettano ansiosamente l'oracolo di Swan. L'isoletta, che nessuno ricorda durante il resto dell'anno, sperduta com' in mezzo all'immensit del mare, lontana dalle rotte dei traffici trascontinentali e degli stessi servizi di cabotaggio, cocuzzolo scoperto di una grande piramide sottomarina, diventa per un giorno o per una settimana il formidabile centro di una porzione del mondo.
La nave si  fermata a Swan venti minuti, giusto il tempo per scaricare due casse di viveri, tre sacchi di patate, un barometro di precisione, una gabbia di galline ed il sottoscritto. Mezz'ora dopo la nave era sparita nell'infinito del mare ed io avevo fatto conoscenza con i sette personaggi: un vecchio che  custode del faro e governatore dell'isola; due metereologhi specializzati nella balistica delle nubi; un ufficiale radiotelegrafista; un secondo ufficiale radiotelegrafista che nei periodi di bonaccia  incaricato della pesca all'aragosta; una signorina che esercita la duplice funzione di dattilografa e di fidanzata del telegrafista-pescatore; infine un nero che per essere nato a Cuba si dichiara latino e che  l'uomo pi occupato della baracca essendo contemporaneamente spazzino, cuoco, lavandaio e primo attor comico dell'isola di Swan.
L'isolotto appartiene a S. M. Britannica.
Sono arrivato in una settimana interessante dell'equinozio di autunno, cio in uno di quei periodi nei quali l'isola di Swan  alla moda. C'erano diversi cicloncini in formazione tra il Banco dei Giardinetti e l'isola del Piccolo Caimano, semplici monellate di venticelli irrequieti che giuocavano al mulinello. Ventiquattr'ore dopo un vento and in bestia ed incominci a fare sul serio. Subito diversi altri venti persero le staffe comunicando il loro malumore al mare ed alle nuvole. Sei ore bastarono per creare una situazione pre-ciclonica che interessava mezzo golfo del Messico ed il mare dei Caraibi. La situazione si aggrav seriamente durante la notte e divent minacciosa quando il Comando metereologico dell'Honduras comunic al Comando di Swan che anche quel punto del fronte era entrato in attivit e che una burrasca ciclonica si delineava tra il Banco di Serranilla e l'isola di Barbareta.
Il guardiano-governatore dichiar lo stato d'assedio, il che significa la sospensione della pesca all'aragosta e la mobilitazione della dattilografa-fidanzata per i servizi di guerra. Io, come corrispondente al campo, diventai immediatamente un imbarazzo, e, tanto per fare qualche cosa, m'imboscai nei servizi di intendenza agli ordini del cuoco-lavandaio Manuel Suegra y Bustamante.
Sorse cos l'alba. Nonostante io sia un profano, m'accorsi subito che le cose andavano male. Il cielo era livido e sinistro. Enormi nuvoloni bituminosi si accavallavano paurosamente intorno ad una grande nuvola apocalittica che pareva avvolta in un alone di bile fosforescente. Il mare, che di solito  in questi luoghi un sorriso di verde e di celeste, era diventato un liquido torbido e pecioso, marezzato di spuma sudicia. Soffiava un ventaccio gagliardo che ogni tanto cambiava direzione ed a volte spariva per ritornare all'improvviso pi fischiante e rabbioso. Le onde s'avventavano contro il parapetto dell'isola e vi si frangevano turbinosamente con schianti ciclopici.
Verso mezzogiorno, stanco di ascoltare le chiacchiere del latino color cioccolatto e di respirare l'odore dell'agliata che stava confezionando per la popolazione dell'isola, m'azzardai ad entrare nella sede del Comando dove ebbero la compiacenza di non mandarmi via. La dattilografa-fidanzata martellava con velocit ciclonica sulla macchina da scrivere bollettini su bollettini che mediante un dispositivo meccanico salivano fulmineamente alla stazione radiotelegrafica e di l partivano per gli Stati Uniti, per il Messico, per Cuba, per Giamaica, per Portorico, per il canale di Panama, per l'arcipelago delle Bermude.
Seria, accigliata, quasi collerica, la dattilografa-fidanzata non era pi la bionda ragazzona anglosassone delle giornate di sole. Si sarebbe detto che il contenuto dei bollettini si comunicasse al suo essere e che il fluido delle tempeste penetrasse, attraverso i polpastrelli nei suoi nervi, nel suo sangue. Tirava fuori i fogli dal carrello con la velocit del lampo e tempestava sulla tastiera con furia di temporale. Il vento che entrava per le fessure della costruzione spettinava a burrasca i suoi capelli di lino maturo. Una vetrata s'apr di botto scatenando una baraonda di fogli bianchi e di carta-carbone. Mi precipitai a chiudere la finestra. Essa alz il capo a guardarmi e nell'incontrare i suoi occhi ebbi l'impressione di essere guardato dalle pupille di una bufera.
Incominciarono a brontolare lunghi tuoni che via via infittivano e diventavano pi cupi. Due campanelli elettrici trillavano in permanenza e quel tintinnio metodico e meccanico era un'oppressione in mezzo all'atmosfera di battaglia.
Tra l'isola del Gran Caimano e l'isola del Piccolo Caimano s'era formato un ciclone che impazzava in uno stretto spazio di mare, senza riuscire a concretarsi e senza decidersi a mettersi in movimento, in modo che l'osservatorio era obbligato a dare l'allarme ad oriente e ad occidente, a nord ed a sud, senza poter precisare la direzione del movimento meteorico. Tutti i paesi del Golfo del Messico e tutte le navi in viaggio chiedevano ansiosamente notizie al Comando di Swan. I due radiotelegrafisti lavoravano in permanenza, uno a trasmettere, l'altro a ricevere. I dispacci in arrivo giungevano per via automatica alla signorina che li dattilografava e li faceva proseguire per via automatica al metereologo di turno, il quale vergava le risposte che in senso inverso ripassavano dalla signorina e salivano alla stazione radiotelegrafica.
Io ero lo spettatore della grande battaglia e mai battaglia mi parve pi grandiosa di questa che gli uomini combattevano a colpi di semplici telegrammi contro i cicloni e le burrasche, i venti e le tempeste, le nuvole ed i fulmini, i marosi e le correnti.
Era la battaglia dell'intelligenza umana contro le forze brute della Natura!
Seguivo le vicende della titanica lotta attraverso le mezze frasi della signorina che monosillabava parte dei dispacci.
- Cuba... direzione ciclonica...
- Honduras... ciclone incamminatosi da isola Roatn verso Pedro Bank.
- Vera Cruz... canale Tampico mare grosso...
- Piroscafo Lafayette chiede direzione tempesta...
- Steamer Groenlandia comunica vento trentacinque miglia passaggio di Windward.
- Avana allarmata... avvisati tutti i fari... molte barche da pesca al largo di isola dei Pini...
- Vapore Timavo obbligato cambiare rotta...
- Santiago... movimento accenna dirigersi Santa Clara.
- Georgetown, velocit quarantacinque miglia...
- Kingstown... minaccia grave porzione orientale Giamaica...
- Veliero Camagey chiede soccorso...
Diluviava. Il barbaglio dei lampi era cos frequente che la sede del Comando era in una perenne alternativa d'ombra e di fiammate. V'erano lampi rossicci che parevano sprazzi di forno, lampi bianchi come esplosioni di magnesio, lampi giallo-lividi che evocavano paurose atmosfere d'oltre tomba, lampi quasi violacei che facevano chiudere le palpebre e gelavano l'anima. Fulmini vicinissimi piombavano in mare con scariche di artiglierie navali. Il vento urlava, mugghiava, ruggiva. A volte era un sibilo stridente che faceva pensare ad una colossale segheria elettrica; a volte era una torma di lupi affamati che latrava; a volte erano grida umane che invocavano disperatamente soccorso; a volte era il rombo di turbe fameliche incalzate da battaglioni e battaglioni di cosacchi sciabolanti...
Di mano in mano che le ore passavano la tempesta aumentava d'intensit ed i personaggi della piccola torre si trasformavano nei magici giganti di una fantastica epopea. La mia inutilit mi pesava come una condanna ma comprendevo che il meglio che potessi fare era rimanere silenzioso ed immobile, per non turbare quel magnifico movimento di orologeria col quale l'umanit combatteva i mostri del mare e del cielo.
Ogni telegramma in arrivo era un grido di paura o di aiuto. Ogni telegramma che partiva era una indicazione preziosa che allontanava le navi dalle rotte minacciate; che faceva rifugiare i transatlantici nei porti e nelle baie; che ammoniva le citt a prepararsi per non essere sorprese dal turbine in mezzo alla spensieratezza di una domenica festaiola; che dava l'allarme ai villaggi ed ai fari, alle barche da pesca ed agli stabilimenti balneari; che rinviava feste, gite, crociere, incontri sportivi; che affrettava mietiture di raccolti; che faceva puntellare alberi, case e monumenti; che mobilitava l'intera America Centrale contro il suo nemico pi implacabile: i cicloni che ogni anno immancabilmente seminano la distruzione e la morte, ora in questo ora in quello dei paesi bagnati dal Golfo del Messico e dal Mar dei Caraibi.
Ogni qualvolta un telegramma della torre di Swan arriva in una citt, all'Avana, a Porto Principe, a Vera Cruz, a Tampico, a Nuova Orleans, a Saint Louis, a Colon, a Tegugicalpa, a Caracas, a Bridge Town, alla Martinica, alla Guadalupa, alla Trinidad,  immediatamente comunicato al pubblico, trasmesso alle capitanerie ed alle provincie, diramato ai distretti ed alle isole, concretato in misure di precauzione ed in provvedimenti difensivi. Swan, la microscopica Swan con sette abitanti fissi ed un avventizio, era la capitale di tutta una porzione del mondo, incoronata tale dalle forze del cielo e del mare che sono le forze stesse della Divinit onnipotente. Nuova York, l'Avana, Caracas obbedivano agli ordini di Swan. La bionda dattilografa-fidanzata era la regina terribile di cento citt. La grande tragedia e la grande farsa dell'esistenza umana si vedevano da Swan in tutto il loro orrore, il loro grottesco e la loro piet.

Alle undici della notte - in mezzo ad una bufera d'acqua e di fulmini che pareva il finimondo - la regina dattilografa, ascoltato il parere dei suoi due Consiglieri di Stato che erano i metereologhi di Swan ed il parere di due informatori segreti che radiotelegrafavano dai ponti di comando di due navi attraversanti la zona della tempesta, pronunzi la grave sentenza definitiva contro l'isola di Giamaica e contro Vera Cruz del Messico, condannata la prima ad essere devastata da un ciclone alla velocit di 88 miglia, l'altra ad essere malmenata da un uragano prodotto dallo scontro di una depressione atmosferica contro una elevazione meteorica.
Giusto in quel momento Manuel Suegra y Bustamante entrava nel salone reale con un vassoio di sandwchs ed un bricco di t.
I venti squassavano la reggia miserabile con furia satanica, quasi volessero punire i sette pigmei d'osare l'impossibile contro le forze degli spazi e degli oceani. Manuel Suegra y Bustamante serv il t alla regina di Swan la quale mand due panini gravidi di carne al telegrafista delle aragoste.
A mezza strada il ciclone, tanto per far dispetto all'isola spiona, cambi bruscamente rotta disdegnando Giamaica e le sue banane per scorazzare a suo capriccio in mare aperto. Basta per il suo alito per distruggere i bananeti della regione occidentale dell'isola. Vera Cruz pag invece regolarmente il suo tributo alla collera degli elementi.
Swan  sempre al suo posto.  stato tolto lo stato d'assedio. La regina-dattilografa ha ripreso il suo flirt col pescatore delle aragoste. Manuel Suegra y Bustamante ha steso dinanzi al mare i bucati. Domani  atteso il vapore della Flotta Bianca che mi trasporter ad Haiti.




LA REPUBBLICA NERA DI HAITI

 facile fare dello spirito sulla Repubblica nera di Haiti che offre il suo colore e la sua messa in scena ai giornalisti di passaggio, venienti dal nord, dal sud e dal centro dell'America, bisognosi di un pezzo allegro per rompere la monotonia del troppo grande degli Stati Uniti o del troppo lirico dell'America latina.
La potente Repubblica stellata tiene nella sua ombra Cuba e Portorico: l'impero inglese protegge la Giamaica. Non vi sono di disponibili in tutte le Antille che San Domingo ed Haiti: bianca quella, nera questa. Dagli dunque ad Haiti!
Accade cos che Haiti ha in genere cattiva stampa e serve da numero di variet fra un articolo sulla strapotenza economica degli Stati Uniti, tutto irto di miliardi, ed un carme sui destini della latinit d'America. Anche i miei colleghi imbarcati sulla nave Italia che toccarono anni fa Port-au-Prince non seppero resistere al pezzo di colore sulla repubblica dei macacchi e forse non s'immaginano che ancora oggi gli haitiani rinfacciano all'italiano che passa quella prosa poco benevola che li fer nel loro amor proprio dopo le festose accoglienze fatte a Giuriati ed al tricolore di Roma.
Anch'io ho cominciato col sorridere quando per fare entrare nella repubblica la mia fedele macchina da scrivere - cara compagna di viaggi e di lavoro - ho dato di picchio contro la prosopopea d'un funzionario doganale color nero antracite, ingabbiato in un solino di celluloide, peggiorato da un paio d'occhiali alla Harold Lloyd, che fraseggiava in bello stile francese, mescolando articoli del regolamento doganale con citazioni di Bossuet e con frasi fatte di gazzetta provinciale. E risi addirittura nel salire le scricchiolanti scalette del pomposo Htel de France al quale m'aveva destinato con una magniloquente raccomandazione il console di Haiti in Giamaica. Diversi burattini neri rallegrarono coi loro lazzi la mia prima cena di Haiti, predisponendomi all'articolo brillante che  di prammatica su Porto Principe, come, per chi viaggi nel Nord-america, in Ispagna e in Italia, l'articolo sui grattacieli di Nuova York, sulle gitane pidocchiose di Siviglia e sui maccheronai di Napoli. La sera, nel rincasare verso le undici, l'albergo m'offr il divertente spettacolo della servit dei due sessi schierata in deshabill notturno sul pavimento del corridoio, il quale serve anche da dormitorio sbrigativo ai cuochi, agli sguatteri, ai camerieri, al portiere, al matre d'htel ed ai fattorini!
Ho avuto per il merito di aspettare l'indomani ed ancora qualche giorno prima di riassumere le mie impressioni. Ho visto la folla umile della citt nelle sue strade e nel suo mercato, occupata a guadagnarsi miseramente il pane come tutte le folle che hanno pi fame che lavoro. E l'ho osservata con attenzione. Ho visto nei campi gli uomini curvi intorno alla canna di zucchero ed al cacao, nelle aziende le donne sfiancate a stacciare e ad insaccare il caff, nelle scuole i ragazzi piegati sulle grammatiche ed i dizionari latini. Ho ascoltato gli italiani da lunghi anni residenti nel paese che conoscono l'indigeno nelle sue qualit e nei suoi difetti. Ho parlato con la gente delle classi pi colte e pi fini che hanno fatto i loro studi nelle universit di Francia e che personificano le possibilit della razza. Ho intuito le difficolt di questo paese nero, isolato per il suo colore e per la sua lingua dal resto dell'America, costretto per ragioni di vita ad improvvisare una vetrina di Stato occidentale, prima di avere compiuto la sua evoluzione interna, combattuto fra il timore paradossale di non parere abbastanza nero ai propri occhi e nello stesso tempo di sembrare troppo nero agli occhi degli altri, schiavo di un destino implacabile che lo obbliga a percorrere con velocit affannosa quel cammino che altri popoli hanno percorso con lentezza nel volgere dei secoli.
Poi ho visto i soldati degli Stati Uniti accampati nelle citt e nelle campagne, i funzionari degli Stati Uniti istallati nelle dogane e nei ministeri, il Commissario degli Stati Uniti spadroneggiante nel palazzo presidenziale.
La dignitosa povert degli intellettuali rallegrata solo dalle gioie della conversazione e della lettura, il tormento dei patriotti che sognano ingenuamente una grande patria nera assisa alla mensa delle nazioni, i ripieghi tragicomici dei professionisti della politica che fanno gli acrobati fra il romanticismo ed i dollari, sopra uno sfondo di bohme negra o mulatta sulla quale s'aprono con frequenza le porte della prigione, il contrasto fra i cenacoli che s'ispirano a Nietzsche od a Rousseau e le umili feste africane nelle quali si danza la marimba al ritmo dei tam-tam, la rassegnata felicit dell'ignorante che si contenta della sua capanna d'Africa fra una palma ed una femmina e la rivolta impotente dell'uomo istruito che ha respirato l'aria del Quartiere Latino e della Sorbonne e che si sente soffocare nel cerchio troppo angusto di Jeremiah o di Limb, le cene miserabili a base di banane fritte e la frequenza con cui s'ostenta la redingote, le galline che razzolano fra i libri di scienza e gli scienziati che allevano galline per sbarcare il lunario, tutte le cose buffe e le cose tragiche che formano la vita haitiana, m'hanno fatto intravedere il dramma del popolo e mi hanno fatto dimenticare la farsa dei coristi.
Italiano, appartenente cio ad un popolo che non ha pregiudizi n di colore ne d'altro genere, per aver perso tutti i pregiudizi nel corso della sua storia millenaria, ho finito per non vedere pi nell'haitiano un nero che scimmiotta la vita occidentale, ma un essere umano che difende la propria personalit, la libert del suo paese, il diritto alla vita della sua razza.
Certi gesti e certe frasi che m'avrebbero fatto ridere a Dakar mi hanno lasciato pensoso a Port-au-Prince!
Di tutti i neri dell'America centrale solamente questi di Haiti hanno rifiutato la servit dorata del lacch ed hanno avuto il coraggio di presentare ai nipoti dei negrieri il conto dei loro antenati. Ora vogliono essere qualcuno. I mezzi di cui si servono sono a volte puerili, ma  forse colpa loro se i bianchi rispettano solamente i popoli che ostentano un esecutivo in frac, un legislativo con la laurea di giurisprudenza, un ordinamento municipale ed un corpo di diplomatici?
Pi che dal comico di certi individui e di certe situazioni, sono rimasto colpito ad Haiti dallo sforzo tragico del popolo di cercare nelle esteriorit il rispetto al quale pretende aver diritto. Nelle strade di Port-au-Prince non ho pensato n a Nuova York n a Parigi, ma all'Africa originaria dei feticci e delle foreste vergini dalla quale questi uomini sono venuti, legati agli anelli delle stive negriere, condannati ad essere bestie da soma e da mercato. Il cammino che hanno percorso  innegabile. Se la razza non ha avuto il tempo materiale di evolvere in tutti i suoi strati sociali, ha gi fatto suoi gli elementi fondamentali del vivere civile, possiede gi una classe dirigente che traduce Heine, che scrive romanzi, che pratica l'avvocatura e la medicina, che sa applicare i metodi dell'ingegneria e della scienza, che non farebbe cattiva figura in una qualsiasi assemblea parlamentare moderna a suffragio universale.
 ancora piccola questa lite, ma sta a dimostrare la funzione potenziale del nero nel Tropico americano, dove trova lo stesso clima e la stessa vegetazione dell'Africa originaria. La cosidetta africanizzazione del Tropico americano che  uno dei massimi problemi avvenire del Nuovo Mondo, pu avere in Haiti il suo piccolo Piemonte, il quale ha gi tre milioni di abitanti e sgretola le frontiere della vicina repubblica di Santo Domingo. A me pare che il problema sia troppo serio per vedere in Haiti solo uno spettacolo di operetta!

Presentato dal console d'Italia cav. De Matteis sono stato ricevuto in udienza dal Presidente della Repubblica Louis Borno, uomo assai discusso dagli haitiani, considerato dagli uni un eccellente amministratore del paese, dagli altri uno strumento al servizio degli Stati Uniti.

 facile dimostrare che il presidente Borno  stato aiutato dai nord-americani a scalare la presidenza e che obbedisce agli ordini dell'Alto Commissario Russel.  altrettanto facile dimostrare che qualsiasi altro Presidente avrebbe dovuto egualmente contare sull'appoggio degli americani e dovrebbe egualmente obbedire alla volont onnipotente del signor Russel. Come fare altrimenti?
La storia di Haiti non  che una delle tante edizioni della politica degli Stati Uniti nei Caraibi. Cambia la forma e mutano i personaggi, ma la sostanza  sempre quella. Tutti i paesi dell'America centrale che interessano da vicino gli Stati Uniti per ragioni strategiche od economiche, sono immancabilmente colti da una crisi di rivoluzioni a getto continuo che sa di epilessia e che termina miracolosamente appena sbarcano i famosi soldati della fanteria di marina. Diventa allora Presidente una persona grata, la qual cosa non esclude che egli possa fare anche gli interessi del suo paese, nel limite delle sue possibilit. La dichiarazione fatta dalla Delegazione di Haiti alla VI Conferenza Pan-americana contro la politica nord-americana dell'intervento - dichiarazione categorica e ripetuta solennemente in tre sedute diverse senza riserve e senza tentennamenti - dimostra che il servilismo del Presidente Borno non ha niente a che vedere con quello del Presidente Diaz del Nicaragua ed  in ogni modo assai meno assoluto di quanto vorrebbero far credere i suoi avversari.
Haiti  per i nord-americani il completamento di Cuba. La piazzaforte di Guantnamo ha bisogno dell'isola di Gonaive per essere perfetta. Le campagne haitiane possono offrire dividendi non meno grassi delle campagne cubane ai finanzieri di Nuova York. Nella formidabile morsa di Washington la piccola Haiti  una coserella di vetro che pu andare come niente in frantumi. Fra coloro che vorrebbero una resistenza aperta, forse inutile, e coloro che preferiscono una tattica di adattamento in attesa del momento favorevole, l'osservatore spassionato resta francamente perplesso.

Un uomo intelligente e fine, uno sguardo che ora sfugge ed ora vi fissa, una parlantina frizzante, un fare disinvolto d'uomo abituato a Deauville ed a Montecarlo, un francese scorrevole e stilisticamente perfetto, un colore d'epidermide che tradisce l'incrocio col bianco: ecco l'impressione che ho avuto del presidente della Repubblica di Haiti!
Altri presidenti centro-americani di razza bianca danno forse al visitatore una impressione meno favorevole.
Delle molte cose interessanti che m'ha detto ricordo soprattutto un elogio vibrante della colonia italiana di Haiti che egli ha definito "la migliore colonia straniera della Repubblica, la pi laboriosa e la pi utile, l'unica che non ha mai dato grattacapi ai governi e che non si  mescolata mai agli intrighi politici dando esempio costante di seriet, d'onest e di tenacia".
- Dobbiamo agli italiani - m'ha detto il Presidente - se molti haitiani hanno appreso un mestiere e se esistono oggi nel paese maestranze industriali. L'italiano fraternizza col benestante e col povero dando agli haitiani l'impressione di non essere un semplice sfruttatore di passaggio ma un prezioso collaboratore dello sviluppo economico e del miglioramento sociale del paese.
Il Presidente ha poi dichiarato di essere convinto che le relazioni commerciali fra l'Italia ed Haiti saranno assai avvantaggiate dal nuovo Trattato italo-haitiano. Il nuovo Trattato, basato sui reciproci interessi dei due paesi, facilita l'esportazione in Italia dei prodotti haitiani (caff, cacao, cotone, campeggio, tartaruga, ecc.) e favorisce l'importazione in Haiti dei prodotti italiani (cotonate, tessuti, cappelli, vini, vermuth, gioielleria, scarpe, materiali da costruzione, ecc.).
Il mio distintivo fascista attrae l'attenzione del Presidente che chiede d'esaminarlo.
- Anch'io sono fascista - mi dice allora Borno - ed aspetto anzi dal Fascio di Porto Principe la tessera di aderente. Non solamente vedo nel Fascismo un regime di ordine, di disciplina, di pace sociale, di valorizzazione intensiva delle risorse nazionali, ma lo considero il prototipo di una nuova forma di governo che risponde alle esigenze universali del tempo attuale. Per quanto si riferisce all'America centrale, l'adozione d'un regime tipo fascista sarebbe sotto tutti i punti di vista la salvezza. Ho per Benito Mussolini l'ammirazione che merita il pi grande uomo di Stato contemporaneo. Ho sempre considerato l'Italia uno dei paesi d'Europa di pi sicuro avvenire, ma oggi col Fascismo la mia opinione  diventata certezza. E ne sono lieto per due motivi: primo, per quanto vi ho detto sulla colonia italiana di Haiti; secondo, perch Haiti  un paese di coltura tipicamente latina che ha in Roma la sua grande madre storica cos come ha in Parigi la sua madre spirituale.
- Che il soggiorno in Haiti vi sia gradito - m'ha detto per ultimo il Presidente. - Andate nell'interno: entrate nelle capanne degli umili e nelle case dei benestanti: interrogate, ascoltate, osservate: siate sincero nello scrivere di Haiti, ma non siate severo perch questo  un popolo in formazione che deve combattere contro mille ed una difficolt.
Appunto perch sono andato nell'interno, perch sono entrato nelle capanne dei poveri e nei salotti dei ricchi, perch ho ascoltato con attenzione professori e facchini, commercianti e giornalisti, bianchi e neri, mulatti e quarteroni, bornisti ed antibornisti, rinunzio al capitolo brillante sulla repubblica nera di Haiti, preferendo una parola di simpatia verso questo popolo che ha la fierezza del suo colore e l'ambizione di mettersi alla pari con le altre genti civili della terra.




IN MEZZO AGLI ITALIANI DI PORT-AU-PRINCE

Imbocco una strada della capitale della repubblica di Haiti, la pi larga e la pi bella della citt. Case d'un sol piano, met in legno e met in muratura, tutte con la caratteristica verandetta e col tipico portico tropicale, fiancheggiano questa arteria cittadina sulla quale s'aprono i maggiori negozi di Port-au-Prince. Sono bazar provinciali con qualche tentativo di vetrina di lusso.
Grandi scritte indicano i nomi dei proprietari e la pi parte dei cognomi  cos tipicamente italiana che si ha l'impressione di essere precipitati di punto in bianco in una borgata d'Italia, invasa magicamente da una popolazione di eritrei o di somali.
Lo sguardo passa da un Vitiello a caratteri d'oro ad un cubitale De Matteis in letteroni rossi, da un Martino ad un Salver, da un Sepe ad un Cianciulli, da uno Scognamiglio ad un Bertolini. Mi diverto a passare accanto ai negozi ed a guardare dentro i padroni ed i venditori riconoscendo i tipi classici dei nostri meridionali. Impossibile sbagliarsi! Hanno il passaporto della Campania e della Basilicata sui volti bruni, nelle pose coreografiche, nei gesti espressivi, nel modo stesso fra l'interessato ed il canzonatorio con cui squadrano questo biondo straniero che invece di guardare la vetrine fissa gli occhi in faccia ai bottegai.
In un negozio di scarpe riconosco il sosia di innumerevoli altri maestri della calzatura che ornano le botteghe di Chiaia e di Toledo con le loro pancette ben portanti e le loro faccie rasate di canonici secolari. Dietro un bancone, fra due file di pezze di tessuti, un vecchietto con gli occhiali, che minaccia con un enorme paio di forbici un neretto apprendista, mi ricorda il sarto di quand'ero studente a Castellamare di Stabia, Don Pasquale Mele, eminente nell'estrarre da un cappotto paterno un completo for ever per l'erede.
Ho bisogno di rinnovare il mio cappello di paglia bruciato dal sole della Giamaica ed entro nel negozio di un tal Marano a far l'acquisto. M'offre per quattro dollari una paglia "autentica" di Firenze col nastro alla Lindbergh, poi scopre dal mio accento che sono italiano, s'informa chi sono, indovina il mio nome ed il giornale perch pare che qui gi mi aspettino, mi toglie di mano la paglia "autentica" di Firenze e la sostituisce con una bella paglietta ariosa e simpatica che fu fabbricata da mani italianissime in quel di Pisa e mi restituisce... un dollaro e cinquanta. Evidentemente non vuole imbrogliare un connazionale!
Saluti, stretta di mano affettuosa, due chiacchiere sulla bella Italia, uno spruzzo di nostalgia, altra stretta di mano lunga, cordiale, fraterna, poi io riprendo il mio vagabondaggio dinanzi alle vetrine di Port-au-Prince, ma il divertimento dura poco. Da negozio Marano la notizia del mio arrivo passa a negozio Vitiello, sgattaiola nella bottega di Don Pasquale, sguiscia nel magazzino di calzature del cav. Sepe, arriva nei magazzini generali del comm. De Matteis. In un battibaleno gli italiani sono alla ricerca del connazionale, lo individuano dinanzi ad una vetrina di cravatte, lo circondano, Io stringono, lo abbracciano... Mi trovo improvvisamente fra le braccia poderose del console De Matteis, mentre all'intorno trenta visi sorridenti parlano con gli occhi e trenta mani cordiali cercano la mia. Ho per un istante la sensazione dei principi che viaggiano in incognito e che sono scoperti, poi sento gorgogliarmi in cuore una commozione profonda che si scioglie dolcemente nell'espansione del fratello che ritrova i fratelli.
Stringo tutte le mani, sorrido a tutti i volti ed a tutti gli occhi, mi lascio trascinare e quasi ammanettare... S, lo so, fratelli buoni di Port-au-Prince, non per me che non sono nulla, che sono solamente uno dei tanti italiani che vanno pel mondo, non per me sono tutte queste feste e tutta questa gioia, ma pel fratello che canta l'onesto e faticoso lavoro dell'emigrante italiano, per il giornalista che ha la fortuna di affidare la sua povera prosa al grande giornale storico donde part la scintilla della risurrezione. Lo so, lo so, grazie, grazie, non per me che non c'entro, no, no, ma pel giornale grande e santo che ha organizzato e vinto la battaglia degli italiani per ridare agli italiani, a tutti gli italiani la fierezza della propria patria e la certezza del suo meraviglioso divenire...

Ritrovo la sera i connazionali nella bella sede del Fascio, illuminata dai due grandi occhi pensosi del Duce. Mi chiedono tante cose dell'Italia, di Mussolini, della lira-oro, della Libia, della direttissima Roma-Napoli, della grande Genova, della risurrezione economica del Mezzogiorno, dell'Albania, della battaglia del grano, di De Pinedo, di Nobile, di De Bernardi. Sono al corrente. Si vede che leggono i giornali della patria e credo che abbiano letto anche numeri pi freschi e pi recenti di quelli che ho potuto leggere io, ma vogliono sentir parlare il fratello italiano che scrive sul "giornale di Mussolini" immaginando magari che io ne sappia pi di loro, mentre non so che quello che sanno loro, ma parlo lo stesso, parlo lungamente, sentendo che faccio bene a spiegare, a confermare, ad illustrare, a precisare, ad aggiungere il mio amore al loro immenso amore, a confondere la mia fede con la loro immensa fede, a sciogliere la mia passione nella loro immensa passione italiana. Deliziose ore d'Italia in una terra fuori mano, tanto lontana dalla patria!
Sono quasi tutti di una sola provincia d'Italia, Avellino. Sono venuti qui negli anni della gran fiumana proletaria, senza mezzi ed alcuni magari senza scarpe. Oggi, dopo venti o venticinque anni di onesto lavoro e di sudate economie, hanno tutti negozio e casa oltre a quaranta, cinquanta mila dollari in banca e non pochi hanno anche in quel di Avellino una villetta ed un campo che li aspettano. Il novanta per cento  iscritto al Fascio ed hanno anche la loro brava Camera di Commercio. Formano una bella e decorosa piccola colonia italiana che ha ritrovato nel Fascismo l'orgoglio della patria e che  circondata nella repubblica dalla generale simpatia degli haitiani e dalla considerazione del governo.
In mezzo a loro ho sentito, a tante migliaia di chilometri dalla terra natale, il dolce calore della casa italiana che la mia anima cerca con crescente nostalgia, quasi incominci ad essere stanca d'andare sempre errando pel mondo. Ho sentito qui ad Haiti che il giornalista italiano all'estero non assolve il suo compito studiando i luoghi e scrivendo articoli pi o meno felici, ma che per forza di cose finisce per essere e per dover essere una specie di missionario in visita pastorale. Non importa che il missionario sia modesto, purch sappia rispondere con slancio al trasporto dei fratelli e sappia loro gettare a larghe mani la semenza ideale della quale essi hanno sete.
Quante case di italiani non ho visitato a Port-au-Prince?! Linde e buone case nelle quali donne d'Italia vestite a festa mi ricevevano come fossi chiss chi e bei bimbi d'Italia cantavano per lo straniero Giovinezza o recitavano Si scopron le tombe... Ho stretto tante mani, bevuto a tanti bicchieri, risposto a tante domande eguali e se gli italiani di Port-au-Prince hanno creduto di tonificare il loro patriottismo al contatto della mia italianit, io mi sono temprato nella loro splendida fiamma. Reciproco vantaggio. Grande bene.

Gli italiani di Gonaive hanno voluto assolutamente avermi una giornata con loro. M'hanno mandato a prendere in automobile e ricondotto a notte alta a Port-au-Prince come si fa con gli amici di famiglia. Viaggio incantevole in mezzo ai campi di caff ed ai coccheti della campagna tropicale, tra villaggetti di paglia annidati nei banani e piccole baie di smeraldo naufragate nell'oro del sole.
Siamo in piena stagione di raccolto del caff e Petit Gonaive  in completo fermento. Vari vapori sono attaccati al piccolo molo coi boccaporti aperti ed i vinch in movimento. Per le strade  un viavai di neri seminudi che trasportano sacchi, di carrelli che vanno su e gi, di carri e di camions che caricano e scaricano il prezioso prodotto. Chicchi di caff sono sparpagliati dappertutto ed il vento si diverte a raccoglierli a mucchietti negli angoli o contro i marciapiedi. Lo stridio rauco degli argani si confonde col canto cadenzato dei facchini neri che lavorano a catena. Qua e l un uomo pagato apposta ritma cantando il lavoro degli scaricatori. I portoni dei fondachi lasciano intravedere vasti cortili rigurgitanti di donne accoccolate che spiumano il caff su tappetini di juta o che separano in grandi setacci le varie qualit. Varie donne hanno un poppante sul dorso, addormentato beatamente in una specie di sacco. Altre hanno intorno una nidiata di frugoletti neri che razzolano come galline in mezzo al caff. La febbre delle banchine e l'animazione dei depositi contrastano stranamente con la flemma della gente disoccupata che prende il sole sulle soglie dei negozi e delle case. Sulle vaste dipendenze del connazionale Bombace sventola la bandiera della patria. I cortili hanno i muri interni pitturati in bianco rosso e verde con nel centro lo scudo dei Savoia e il Littorio. Cose che in Italia farebbero forse sorridere qui commuovono! Sono l'espressione di un amore e di una fede. Hanno la delicata soavit della schiettezza infantile. Toccano l'anima come la voce della madre. In mezzo ai colori ed agli stemmi d'Italia le donne haitiane cantano, lavorano, si grattano, sorridono.

Un gran banchetto ci riunisce alla vigilia della partenza in una spianata all'aperto accanto al mare.  una notte stellata delle Antille che ammalia l'anima. La luna inonda di platino fluido la baia di Port-au-Prince. Si sentono cantare i coccheti che fanno l'amore col mare nella pace delle spiaggie. Tutta la stampa di Haiti  con noi. La colonia ha tenuto a rendere omaggio al giornale che simboleggia la nuova Italia e bench i banchetti non facciano parte dello stile fascista, sento che questo  nell'ombra del Littorio, giacch  una specie di grande pranzo di famiglia come le riunioni di pasqua e di natale.
Molti hanno preso la parola e tutti hanno cantato l'Italia lontana. Ho visto occhi pieni di lagrime. Un vecchio che da trenta anni non vede la patria, piange silenziosamente nel piatto sulla sua parte di torta e mangia lentamente il dolce, condito con le sue lagrime. Io sentivo d'avere il cuore completamente aperto, come un fiore che s'apre tutto alla carezza del sole ed al bacio del vento. Sentivo che il grande Spirito della Patria era in mezzo a noi, con noi, dentro di noi. Le nostre anime, consapevoli della sua presenza, rabbrividivano ad ogni parola. Il pranzo italiano era mistico come una funzione religiosa. Perch non v'era in quell'istante fra noi uno di coloro che negano la Patria? Perch non ha ascoltato le parole degli umili e non ha visto gli occhi rossi dei forti? Perch non ha udito il vecchio che s'alz per parlare, che voleva dire chiss che e poi - grottesco e sublime - con la coppa tremante nelle mani scarne ruppe in un gran singhiozzo e si sedette di colpo ripetendo pi volte come un sonnambulo: - Viva l'Italia! Viva Mussolini! Viva l'Italia! Viva Mussolini!
Io m'alzai da quella mensa come il sacerdote che ha detto la prima messa e che per la prima volta ha bevuto il sangue di Dio... Poche volte la patria mi ha mostrato cos da vicino il suo volto! La colonia italiana di Haiti ha riempito di profumo la mia anima errante. Ed  un profumo di quelli che non svaniscono che dopo lungo, lungo tempo.




LA CITTADELLA DEL RE NERO

La Cittadella reale sorge nelle vicinanze di Cap Hatien, in una regione impervia di montagne e di boschi. Ci si arriva a dorso di mulo venendo dal Capo. Consiglio d'andarvici solo e di scegliere una di quelle giornate bigie nelle quali i boschi sembrano pi tetri e le rupi pi oscure. Meglio ancora se  caduto nella notte un piovasco che ha lavato gli alberi, le roccie e la terra e che diffonde nell'aria un forte sentore di marciume vegetale. Da lontano, mentre il buon mulo haitiano ascende pigramente il costone, si vede apparire la mole bizzarra che domina i monti ed il mare: tozza, fosca, enorme: ammasso di petrame, di torri, di merli e di muraglie, stagliato in uno scenario di alberi e di valichi alpestri. La vegetazione serra nella sua stretta ciclopica la fortezza, invade i cortili, s'annida nei crepacci, scala le casematte, fiorisce fra i merli e le garitte, ma non riesce ad ammorbidire le linee brutali della costruzione.
Tutt'all'intorno  pace e silenzio. Non v' anima viva. Non si vede una capanna. Non s'ode l'eco d'una voce. Unici abitanti del luogo sono grandi avvoltoi che ogni tanto s'alzano dalle macerie e dalle rupi e percorrono col loro ampio volo silenzioso lo spazio.
 inutile cercare con gli occhi una linea qualsiasi d'architettura. Non ve n'. Nessun ingegnere e nessun architetto hanno studiato le proporzioni di questo ciclopico ammasso di pietre che un cervello nero ha concepito in una notte di esaltazione per un gesto di potenza e che ha fatto eseguire da migliaia e migliaia di altri neri, adoperando i medesimi sistemi implacabili che i colonizzatori bianchi avevano usato coi suoi antenati. Le torri sono massiccie e le mura formidabili. Ogni cosa  tozza, pesante, immensa. Ci si domanda come mai esseri umani abbiano potuto erigere una costruzione cos grandiosa senza macchine, senza strade, senza tecnici, in mezzo a montagne brulle e selvaggie? Chi ha trascinato fin quass le pietre enormi? E come? Lo spirito evoca la folla miserabile che ha dovuto trasportare su per i pendii, a forza di corde e di nerbate, sotto il sole dei Tropici, questo ammasso di pietre! Ed immagina il sorriso trionfale del re che vedeva sorgere pian piano il palazzo del suo sogno orgoglioso!
Quale lontano atavismo ha suggerito a questo nero l'opera gigantesca ed inutile che ora si sgretola lentamente nella solitudine dei monti? E chi era in realt questo discendente di schiavi, nato nelle Antille? Da quali misteriose eredit imperiali - Songhoi o magari egizie - traeva egli quella volutt di palazzi e di fortezze, di cortei e di archi trionfali, che caratterizz la sua romanzesca figura di guerriero, d'uomo di Stato e di megalomane?
Incominciata nel 1806, la cittadella Laferrire fu terminata nel 1822. Altri forti ed altri palazzi furono costruiti un po' dappertutto da re Enrico e fra gli altri il famoso palazzo dell'Artibonite con 365 porte, una per ogni giorno dell'anno. Il tempo e le rivolte hanno distrutto quasi interamente tutte queste costruzioni, meno la Cittadella la quale perpetua ancora l'ambizione del re nero che cerc di fondare nel Tropico americano uno degli effimeri imperi personali del Sahara e delle foreste vergini.

Fino al 1789 i neri delle Antille subiscono pi o meno passivamente la loro terribile sorte. Il fermento covava nelle capanne degli schiavi ma la frusta aveva abituato le schiene a star curve. Non era facile dare improvvisamente ai servi l'ardire degli uomini liberi. L'unica forma con la quale gli schiavi esternavano il loro malcontento era il veleno che propinavano nei cibi e nelle bevande dei padroni. Ma nel 17891 una specie di brivido scuote la carne d'ebano dopo tre secoli di rassegnazione. Compaiono sulla scena uomini audaci come lo schiavo giamaichino Boukman, lo schiavo haitiano Jean Francois, Biassou, Jeannot, Dessalines. Ancora oggi gli abitanti di Morne-Rouge mostrano ai viaggiatori la spianata del Coccodrillo nella quale Boukman, prete della religione misteriosa e feroce del Vaudou, riun gli schiavi dei dintorni.
Era una notte di tempesta. I fulmini tropicali martellavano la foresta. La danza terribile del Vaudou - danza magnetica e spiritica che fino a pochi anni fa era praticata sulle frontiere tra San Domingo ed Haiti - trasforma l'assemblea in una massa di suggestionati che obbediscono al loro medium: Boukman. Un maiale nero  ucciso in mezzo allo schianto della bufera. Tutti bevono il suo sangue caldo. Poi Boukman ordina la strage. Ed incomincia la rivolta degli schiavi del Nord che mette a ferro e a fuoco le fattorie coloniali confondendo nell'inesorabile vendetta ogni carne bianca, senza distinzione d'et e di sesso.
La rivolta del Nord si propag istantaneamente agli schiavi del Sud e dell'Ovest. Ogni fattoria  uno scannatoio. Folgora in questo periodo la figura feroce ed avventurosa del siciliano Praloto, che argina coi bianchi la sommossa e muore assassinato a San Marco. La ribellione trionfa ad Haiti e si propaga in tutte le Antille fino alle lontane isole Bermude. Ovunque v'erano neri essi scuotono con violenza le catene della servit e vendicano sui bianchi il lungo martirio dei loro padri.  una lotta titanica frazionata in mille episodi che hanno per sfondo il mistero delle montagne. Il segreto avvolge la maggior parte di essi. L'uomo che uccideva era ucciso un istante dopo. Ogni casa era una fortezza nella quale si combatteva fino alla morte. Ogni capanna era un ammazzatoio che spariva tra le fiamme con le sue vittime. Furono quelli per Haiti anni terribili di rivolte feroci e di repressioni violente: pagine di sangue e di orrore che a rileggerle fanno spavento.
In mezzo agli incendi, alle congiure, alle carneficine, alle battaglie ed ai tradimenti, appare la figura del futuro re Enrico I, lo schiavo Cristoforo. Nel 1799 gi generale celebre, combatte a fianco dell'eroe dell'indipendenza haitiana Dessalines ed  nominato governatore delle provincie del Nord, quando Dessalines si fa proclamare imperatore di Haiti.
Alla morte di Dessalines, l'ex schiavo Cristoforo aspira al trono ma le rivalit degli altri governatori non gli consentono di realizzare il suo sogno. Allora, mentre a Port-au-Prince si proclama la repubblica, egli si autoproclama re del Nord. E diventa S. M. Enrico I. Lo schiavo ciie aveva battuto il miglio nelle macine ha un regno. E sa fare il re.
La cerimonia dell'incoronazione evoc nei boschi di Haiti i fasti di Fontainbleau. Mancava la chiesa per l'incoronazione. Fu costruita in cinquantatr giorni da tutti gli uomini validi del regno. Ipnotizzato dalla figura di Napoleone, re Cristoforo proclama la monarchia ereditaria, nomina quattro principi, otto duchi, ventidue conti, trentasette baroni, quattordici cavalieri, fonda l'ordine equestre di San Enrico, batte moneta, si circonda di cortigiani, di ministri e di cerimonieri. Haiti ha un piccolo regno ricalcato sulle grandi corti di Europa. Cristoforo promulga un Codice Civile (il codice Enrico), un Codice Penale ed un Codice Rurale; istituisce quattro ministeri: crea una flotta agli ordini degli ammiragli neri, duchi di Fort Royal e di... Piacenza.
Sorgono i fastosi palazzi reali del Capo, di Milot, di Jean Rabel, di Fort Libert, di Saint Marc. E sorge la Cittadella, costruzione ciclopica e geniale, sogno di una notte calda delle Antille, concretato nella pietra, col sangue di mille e mille infelici!

Quando il sole incomincia a scendere dietro i monti del Capo, lo scenario della Laferriere, tutto seghettato di luci e di ombre, assume una teatralit che suggestiona lo spirito. In mezzo alla selvaggia asprezza dei monti la mole della Cittadella  un monumento grandioso e brutale, potentemente barbarico. Vien fatto di pensare che Cristoforo lo abbia voluto cos per mostrare ai bianchi delle Antille che i neri erano pi capaci e pi grandi di loro! Di fronte ai fortini ed alle torri che i bianchi possedevano nell'isola, Cristoforo drizz la Cittadella per glorificare la razza serva agli occhi dei padroni. La volle enorme e potente. Monumento di orgoglio e di rivolta, s'empie di significato nella penombra del crepuscolo. Ed obbliga il bianco che passa e che magari comanda, a riflettere...
Per me la Cittadella Laferrire  il monumento che simboleggia la tragedia dei neri di America. Se fossi un nero d'America considererei la Cittadella di Cristoforo il tempio della razza. Vi andrei a temprare il mio spirito d'uomo nero, nella contemplazione del passato, nella riflessione del presente, nella speranza dell'avvenire.
Un cervello nero ha concepito questa mole tra una battaglia ed un tam-tam. Braccia di uomini neri lo hanno eseguito. Sangue nero ha cementato le pietre. Sudore e lagrime di neri hanno indurito il terreno ed impastato il pietrisco. Nere erano le donne che recavano l'acqua ai lavoratori e che a notte li consolavano con le carezze. Neri erano gli aguzzini che frustavano gli indolenti e gli stanchi. Il ritmo afro-antillano della marimba accompagnava il lento alzarsi delle torri e delle muraglie. Ed i neri dovevano, nonostante tutto, provare una vaga ebbrezza nel veder sorgere in mezzo alla solitudine dei monti una mole pi grande di tutte le altre che affermavano nell'isola la potenza dei bianchi. Nell'animo di Cristoforo dovevano rivivere misteriosamente i canti dei gris-gris dei villaggi d'Africa che celebravano nelle feste delle trib la potenza dei sultani Oloff e dei re del Dahomey, degli imperatori Songhoi e dei monarchi Bambar.
Il lungo martirio dei neri d'America incominciato nel 1501 e legalizzato nel 1521 dagli Uditori Reali di Santo Domingo, ha nella Cittadella di Cristoforo il suo mausoleo. Durante tre secoli tutta l'Africa Occidentale, da Capo Bianco al Capo di Buona Speranza,  stata una specie di fantastico pozzo dal quale i colonizzatori inglesi, francesi, spagnuoli, olandesi e danesi attingevano a piene mani lagrime e sangue per concimare le terre tropicali di America. Senegalesi, Oloff, Mandingo, Bambaras, Aradas, Apolloni, Ibos, Congolesi, Fullah, Peuhls hanno fornito ai solchi dell'America tropicale un concime umano, grasso e fecondo, che si trasformava in zucchero, cacao, caff, rhum, zafferano, vaniglia, oro e smeraldi.
 storia lontana ormai alla quale nessuno pi pensa! Ma la Cittadella nera di Cristoforo ricorda al visitatore che passa le carovane di schiavi che scendevano dall'interno dell'Africa alla costa, tragiche teorie di uomini e di donne con un forcone di mogano al collo od una manetta dolorosa d'ebano ai polsi. Erano carovane e carovane. Si fermavano sul litorale nei famosi Troncs, in attesa delle navi negriere che dovevano trasportare la merce umana in America. Arrivavano i brigantini d'alta velatura, equipaggiati da uomini di sacco e di corda, comandati da capitani altrettanto crudeli che intrepidi. Gli schiavi erano ammucchiati nelle stive, domati con la sferza, stremati dalla fame e dalla paura. Le carovane arrivavano a destinazione lasciando una scia di morti sulla terra ferma e sul mare.
Chi di noi non ha letto nella sua giovinezza le storie tristi e terribili dei brigantini carichi d'ebano vivo? E le descrizioni dei mercati immondi nei quali il prezzo dell'uomo dipendeva, come pei cavalli, dallo stato dei denti e dalla muscolatura dei polpacci? E la spartizione delle donne? E lo scempio delle fanciulle? Ed i tormenti della maschera, della scala, della brimballe, del formicaio, del miele, dei quattro pali? E la marcatura a fuoco degli schiavi con la sigla dei padroni? E tutta la tragedia formidabile di quelle povere cose umane che non avevano diritto di amare, di volere, di dormire?
A mano a mano che il crepuscolo smuore, il luogo si fa pi tetro e pi selvaggio. Pi consono al monumento. Pi uguale al pensiero di Cristoforo. Gli avvoltoi spariscono nell'ombra. La notte inghiotte il giallore delle torri, delle muraglie, dei merli, dei cortili. Resta la massa informe. Scura e paurosa. Confusa con gli alberi e con le tenebre. I boschi d'intorno stormiscono al vento. Fischiano, urlano, singhiozzano. Fanno pensare ai singulti ed ai sussurri di una invisibile moltitudine. Quanti cadaveri dormono sotto la Cittadella? Quanti spiriti d'ammazzati abitano queste macerie? Che fa l'ombra di Cristoforo, sepolto nel cavo di un bastione?
Il mulo che ha paura scalpita nervosamente...
E s'ode l'eco di una marimba lontana che sperde per le valli un suono d'Africa.




DA HAITI A SANTO DOMINGO

Parto alle quattro del mattino nella auto-corriera che fa il servizio postale tra la Repubblica di Haiti e la Repubblica di Santo Domingo. La corriera  una vecchia automobile tedesca, massiccia, tozza, alta di ruote, con un radiatore enorme che le d una certa aria di autoblindata. Sui predellini laterali sono collocati due specie di gallinai che contengon la posta di Haiti per Santo Domingo. Dietro v' una impalcatura di travi e di corde che sorregge un castelletto di bagagli, appartenenti ai signori passeggieri.
I signori passeggieri sono due neri di Port-au-Prince, uno scalzo e probabilmente pidocchioso, l'altro calzato ed incollettato con tanto di redingote. Il primo parla il creolo di Haiti, il secondo professoreggia in francese arroventando la erre alla parigina. Vi sono poi due donne: una bisavola magrissima, infagottata in una povera lanetta nera che si sforza di dar corpo a quell'ombra muliebre ed un donnone formidabile vestito di rosso che sfoggia enormi nudit di bronzo ed un seno prosperosissimo di mammifera. Il quintetto  completato da una ragazza mulatta che a forza di bianchetto s' fatta un viso quasi caucasico il quale fa a pugni col bronzino cupo delle spalle e col color cioccolatto carico delle braccia.
Ogni passeggiero  accompagnato da buon numero di fagotti e di cestini per cui l'interno della auto-corriera  un bazar in piena regola. Grazie ad alte protezioni locali io ho il posto vicino al conducente.  questi un nero scimmiesco ed accigliato che guarda dall'alto in basso i suoi sudditi, forse perch possiede un enorme guantone sbrindellato ed una fantastica cravatta color pistacchio. Nonostante l'ora mattutina una ventina di connazionali sono venuti a salutare il giornalista che parte. Ognuno s' fatto un dovere di portargli qualche cosa: caff caldo in thermos, acqua diaccia, limoni, una bottiglietta di rhum, una dozzina di aranci, un pollo arrosto, un barattolo di caramelle, un ramo di buchenviglia fiorita, ecc. ecc. Il poco posto libero fra il conducente e me  rapidamente occupato da tutti questi involti che m'imprigionano letteralmente le braccia e le gambe; ma non ho fatto i conti col servizio postale di Haiti. All'ultimo momento un alto funzionario in redingote consegna al conducente il sacchetto delle assicurate che egli pone tranquillamente sui miei ginocchi strizzandomi l'occhio, come per dire:
- Fai attenzione! Ho fiducia in te!
La partenza del locomobile tedesco-haitiano non  priva di una certa solennit. I famigliari dei passeggieri formano una piccola folla che saluta con emozione i partenti. Compare sull'uscio dell'albergo il proprietario corso del cosidetto Grand Htel de France in pigiama mattinale e pantofole. Gli spazzini municipali che stanno incensando la corriera, interrompono per un istante la loro funzione. Stringo per l'ultima volta la mano ai bravi italiani di Port-au-Prince. Gran saluto fascista. Sento in cuore qualche cosa che palpita con tristezza. Addio, cari e buoni italiani di Haiti. Chiss se vi vedr mai pi! Chiss se torner da queste parti! Il conducente prende posto. Il motore romba come un aeroplano transatlantico. Le cose tedesche fanno sempre troppo chiasso. Alle finestre vicine s'affacciano varie teste sonnacchiose. Finalmente la corriera si mette in moto con uno scricchiolio sinistro di ferramenta e di bauli. La ragazza mulatta colta di sorpresa casca nelle braccia dell'uomo pidocchioso. Diversi cani latrano. Bisogna acchiappare due sacchetti di posta che minacciano di scappar via. Si va. L'ultimo italiano che vedo  Vitiello che apre il suo negozio di "scarpe confezionate d'Italia".

Venti ore di automobile, due pannes, tre fermate ufficiali, una visita doganale in piena campagna sulla frontiera di Santo Domingo (con apertura dei bauli nel polverone), la rottura della "guida" non seguita, fortunatamente, da accidenti mortali, l'accomodatura del pezzo con... un metro di fil di ferro dolce, un doppio giro di sbarra volante intorno ad un paracarro, costituiscono la cronaca di questo interessante viaggio automobilistico il quale lascia per una settimana un caro ricordo muscolare ed attesta l'alta misericordia di Dio. Lo consiglio sinceramente a chi mi vuol male!
 per un viaggio straordinariamente pittoresco, nel pieno cuore dell'isola, in mezzo a montagne selvaggie ed a colli boscosi che salgono, scendono, sgropponano, s'accavallano senza fine. La strada  una pista che scala arditamente le alture, che s'intrufola nelle gole, che sgattaiola per le valli, che zigzaga allegramente fra i boschi ed i burroni, serpeggiando su per i pendii, tagliando le roccie, scavalcando ogni ostacolo, semplificando ogni difficolt coll'andare sempre innanzi. Costruita per i muli e stata adattata con decreto presidenziale alle automobili. Se a qualcuno non garba, faccia a meno di servirsene ed aspetti durante due settimane a Port-au-Prince un vapore cubano od una nave da carico olandese.
Non vi sono ponti, ma in compenso diversi fiumi e moltissimi torrenti. L'automobile risolve il problema entrando tranquillamente nell'acqua ed uscendone. Dove l'acqua  un po' profonda, i passeggeri sono rinfrescati da una doccia. Pelle, abiti ed oggetti, abbondantemente coperti di polvere, si coprono d'una pastetta impermeabile. Il complesso dei guadi automobilistici mostra praticamente ai viaggiatori quale sia il regime del grano nei setacci a sbalzo dei mulini.
S'incontrano pochi villaggi, due o tre paesotti ed un grande accampamento del corpo di occupazione nord-americano. Per un po' seguo con gli occhi l'andare della macchina, poi penso che il viaggio  troppo lungo per trascorrere venti ore di palpito continuo e preferisco contemplare la fuga dei boschi ed il mareggiare dei palmizi, confidando nella mia buona stella e nella potenza ammortizzatrice dei gallinai postali.
Comprendo per che per il nostro conducente non esistono che due punti: Port-au-Prince e Santo Domingo. Partito da Port-au-Prince deve arrivare a Santo Domingo. In linea retta ed alla maggior velocit possibile. Un porcello nero ed un bel gallinaccio marezzato esperimentano in corpore vili la teoria automobilistica del nostro chauffeur. Quando l'esperimento invece che sopra un porcello si verifica sopra un paracarro, noi facciamo due giri di sbarra fissa e ci troviamo per terra. Il donnone rosso ci rimette un dente. Il nero col colletto lascia sotto una ruota le falde della redingote. Io me la cavo con una ammaccatura al baule. Sono le dieci. E siamo a settanta chilometri dalla frontiera domenicana in pieno bosco!
All'una passa un camion carico di sassi che s'incarica d'avvertire il posto di polizia della frontiera il quale possiede un telefono. Alle tre arriva un'altra autoblindata tedesca che ricarica su uomini, bauli, cesti e sacchi postali. Il cambio del conducente non comporta un mutamento nel modo di andare. Evidentemente deve trattarsi di un sistema!

Un tiro di schioppo al di l della frontiera domenicana incontriamo l'appaltatore del servizio automobilistico: un italiano.
 un piemontese che ha casa e figli qui, in mezzo ai boschi, in margine ad un paesucolo indigeno. Un bel tipo avventuroso che conosce l'isola per lungo e per largo e che ha fatto fortuna diverse volte rimangiandosela poi in imprese arrischiate. Ora ha l'appalto del servizio automobilistico fra le due Repubbliche, fa il piantatore di caff e l'esportatore di campeggio, taglia mogano pei monti ed estrae le essenze dei legni tintoriali. Ha non so dove una miniera dalla quale aspetta miracoli.
Nella sua casa trovo un bel ragazzone, il figlio, che  tornato fresco fresco da fare il soldato in Italia e tre figliuole dal profilo delle donne d'Italia ma con gli occhi maliosi delle Antille.
Breve sosta accanto ad una mensa italo-haitiana sulla quale si pavoneggia una autentica bottiglia di grappa torinese. Un pizzico di nostalgia condisce le polpette di banana fritta. In una stanzetta bassa, sopra un letto da campo, tra due vecchie armi indigene, vedo un ritratto di Mussolini a cavallo che dice mille cose.
Venti chilometri pi a monte incontriamo le strade della Repubblica di Santo Domingo, eccellenti strade camionabili le quali hanno solamente il difetto di essere interrotte ogni momento da pontili di legno traballanti a cavaliere di fiumi e di torrenti. Ogni volta che l'auto-blindata postale passa su quei giuocattoli di legname suscita un terremoto in piena regola e si sentono le assi che urlano misericordia.  una delizia! I ponti sono cos stretti che il pachiderma postale v'entra per miracolo. I parapetti sono formati da quattro praticabili incrociati ed inchiodati alla buona che al minimo urto schizzerebbero via. Ma il nostro nero ha un occhio straordinario. Il pi piccolo sbaglio vorrebbe dire un salto nel vuoto!
A San Juan - grosso e ricco paesone della Repubblica di Santo Domingo - altri connazionali aspettano il primo giornalista italiano che attraversa l'interno della repubblica. Bisogna fermarsi e scendere. C' tavola imbandita, inflocchettata da fiaschetti di Chianti. Vogliono un discorso. Vogliono sentire parlare della patria e del Fascismo. Ho le ossa peste, mezzo chilo di polvere nello stomaco, gli stinchi rovinati, un polpaccio illividito dalla sbarra volante del mattino, ma come si fa a dire di no ad italiani che sprizzano Italia da tutti i pori e che gridano Viva Mussolini! Arrivano telegrammi dagli italiani di Santiago de los Caballeros, di Moka, di San Pedro de Macoris, della Vega, esigono una visita. Vedr tutti. Abbraccer tutti. Dimentico di essere un povero giornalista in viaggio per credermi un ambasciatore d'italianit in giro pel mondo. Senza credenziali porto in giro il mio cuore e la mia fede. Viva Mussolini! S, s! Viva! Viva! Gridiamo evviva con tutta la forza dei polmoni e con tutta la passione dell'anima. Evviva quest'uomo formidabile che ha ridato agli italiani all'estero la fierezza della loro Patria, che ha il suo ritratto in tutte le case degli italiani delle Antille, il suo nome su tutte le labbra, la sua figura in tutti i cuori! Perch fare della letteratura di fronte a cose cos semplici e cos sublimi che debbono essere descritte come sono, adoperando le parole pi modeste e le frasi pi correnti?
Lasciamo San Juan che annotta. Mancano cinque buone ore per arrivare a Santo Domingo, cinque ore di automobile per strade oscure, in mezzo a campi ed a montagne, a piantagioni di caff ed a boschi selvaggi. Spesso la strada rasenta burroni e precipizi che paiono pi tetri nella notte oppure attraversa paesotti addormentati con tutte le porte e le finestre gi chiuse. Qua e l una lampada arde sui muri dinanzi ai tabernacoli. Vecchie chiese ergono nell'oscurit le loro torri spagnuole, contemporanee della conquista.
Le strade di campagna sono abitate da una moltitudine di vacche, di buoi, di asini, di muli, di cavalli e di porci che, secondo l'usanza locale, non hanno stalle e passano la notte poeticamente al chiarore delle stelle. Questi eccellenti animali hanno abitudini da nottambuli e s'addormentano piuttosto tardi. Invece di trovar posto fra le erbe si assembrano sulla strada e fanno crocchio. Talvolta fanno anche altro. Spesso si sdraiano addirittura nel bel mezzo del cammino e le automobili debbono fare continuamente dei zig-zag per non disturbare il salotto delle vacche e la chiacchierata dei somari. Quando l'automobile  la pesante corriera postale tedesco-haitiana sono guai! La macchina non ha l'agilit di una antilope. No davvero! E certi muli sono cos testardi che non c' verso di farli smuovere. Tof! Tof! Tof! Lo chauffeur haitiano copre di vituperi le vacche di Santo Domingo, el pais mas malo del mundo!
Alla mezzanotte - dopo venti ore di viaggio - arriviamo in una piazza illuminata e rumorosa.  piazza Colombo a Santo Domingo. I domenicani festeggiano a suon di mortaretti e di rhum la visita del presidente Louis Borno della vicina repubblica di Haiti. C' folla in piazza e ressa agli alberghi.
Haitiani e domenicani vanno poco d'accordo fra loro ma il ricevimento ufficiale sposa i colori dei due paesi sulle facciate di tutti gli edifici e nelle vetrine di tutti i negozi. Haiti, territorialmente piccola e con tre milioni di abitanti, non perdona a Santo Domingo di possedere la maggior parte dell'isola con sole ottocentomila anime.
Dopo venti ore di calvario non trovo stanza in nessun albergo, ma trovo Pasquale Prota - napoletano ed orologiaio - il quale sloggia di autorit le valigie di un pezzo grosso delle dogane di Haiti e mi mette a posto nel primo caravanserraglio della capitale.




DINANZI ALLE CENERI DI COLOMBO

Taglio la piazza soleggiata del Grande Almirante. La piazza  deserta. Due neri scamiciati pigliano il sole sopra una panca. Un cane rognoso mi guarda passare. In mezzo alle azalee in fiore la statua marmorea del Genovese  misera e triste. Piccolo zoccolo e piccola statua schiacciati dalla mole vicina della cattedrale che sembra pi vecchia e pi nera nella porpora solare del meriggio.
Per giungere all'arcivescovado bisogna attraversare una strada incassata fra la chiesa e certe antiche case: vecchia strada di altri tempi, rimasta quale era all'epoca coloniale di Santo Domingo, perch da una parte c' la massa vetusta della cattedrale e dall'altra bassi edifizi che appartengono a confraternite e che hanno ancora i portoni massicci e le alte inferriate del loro secolo.
Entro in un minuscolo patio dominato da una enorme madonna e tiro un fil di ferro arrugginito che funziona da campanello. Squilla un suono dolce ed un po' solenne che tira fuori dal mistero dell'arcivescovado uno scaccino del medesimo color dei muri, infagottato in una redingote che non finisce mai. Lo scaccino  fatto d'ossa e d'un po' di pelle. Salgo una grossa scala di mogano pieno che ha il passamano intagliato a cristi e a rosoni e mi trovo in una vasta stanza piena di tabernacoli e di santi, dinanzi ad un monsignore alto ed un po' guerresco il quale ricorda certi cardinali del buon tempo antico, rotti alle armi ed agli amori, affrescati alla svelta in un ovale dai maestri pittori del Rinascimento.  monsignor Adolfo Noel, arcivescovo di Santo Domingo, Primate d'America, cameriere di Sua Santit, commendatore della Corona d'Italia.
La mano inanellata del monsignore m'addita un punto della parete. Volgo gli occhi da quella parte e veggo fra le Chiavi di San Pietro ed un trittico oleoso, un gran ritratto di Benito Mussolini, sopra uno sfondo arioso di bianco, di rosso e di verde che pare un trasvolar di ferzi nella gloria...
Monsignor Noel, che ha studiato alla Porziuncola, tiene a parlarmi in italiano. Dotto latinista, verseggiatore raffinato, conoscitore d'arte e grande collezionista di cose antiche, l'arcivescovo Noel ricorda, anche come temperamento, i monsignori italiani della Curia, bench sia nato a Santo Domingo da famiglia patrizia dell'epoca coloniale. Durante l'occupazione nord-americana della Repubblica si rivel altrettanto fiero patriotta che abile diplomatico ed a pi riprese protest pubblicamente in nome della giustizia divina ed umana contro le angherie della fanteria di Marina degli Stati Uniti, per cui anche gli anticlericali ed i massoni della Repubblica rendono omaggio all'elevatezza d'animo di questo grande prete ottuagenario che fino a pochi anni fa faceva le visite pastorali a cavallo su per le montagne di Santo Domingo.
- Benito Mussolini ha il crisma di Dio! L'Italia aveva bisogno di un Uomo - mi dice monsignore in perfetto italiano toscaneggiante - e l'Altissimo lo ha mandato perch la terra dell'Arte e del Diritto riprenda nel mondo civile il suo antico magistero.
Entrano per le finestre aperte i suoni delle campane di Santo Domingo che annunziano il mezzogiorno. E par di essere in Italia, in una citt di provincia, in un giorno pieno di sole e di profumi, tra l'Arno e la Maiella!
Monsignore tiene ad accompagnarmi nella cattedrale. Vuol farmi vedere il Tesoro della vecchia chiesa e mostrarmi certi antichi piviali che provengono dalla sagrestia della Basilica di San Nicola di Bari, la prima chiesa d'America, ora in macerie.
Il solito scaccino estrae da una custodia un pesante ostensorio d'argento, tutto pieno di puttini e di statuette un po' profane: oggetto ecclesiastico preziosissimo ed opulento, tempestato di zaffiri e di topazi.
- Credo sia del Cellini! - dice monsignore.
Dalla sacrestia passiamo alla chiesa che un tempo era interamente coperta di affreschi. Pi tardi i muri furono intonacati di bianco secondo l'usanza del tempo ed ora monsignore sta pazientemente scrostando il calcinaccio per rimettere a giorno le pitture, valendosi della collaborazione di un italiano residente a Santo Domingo, l'ingegnere Scaroni.
Otto colossali altari di mogano, superbamente intagliati alla spagnuola, fiancheggiano la navata. Ricoperti d'oro zecchino dalla piet coloniale ed adornati dal gusto spagnolesco dell'epoca con smalti e colorature, sono carichi e pesanti. Monsignor Noel ha fatto togliere l'oro ed i colori dai tre altari pi belli. Ora troneggiano sui muri bianchi - cupi, solenni, austeri - mostrando a nudo lo splendore degli intagli e la finezza delle torniture. Il legno antico - la magnifica caoba delle Antille - ha assunto coi secoli un colore oscuro, pieno di ombre, di oleosit, di riflessi, che s'intona squisitamente coll'argento ossidato dei candelabri e colla patina bruna delle vecchie immagini.
Nel fondo della navata c' un grande e bizzarro monumento di marmo, mezzo gotico e mezzo chigurresco, che fa a pugni col resto della chiesa. L riposano i resti di Cristoforo Colombo!
Monsignore mi racconta la lunga storia. Tre citt si contendono l'onore di possedere le ceneri dell'Almirante: Santo Domingo, Siviglia e la Avana. Ormai l'Avana ha rinunziato alla sua pretesa. Restano in lizza Santo Domingo e Siviglia. Io sono fra coloro che fanno credito a Santo Domingo.
 storicamente provato che nel 1536 i resti del grande navigante genovese, morto miseramente a Valladolid nel 1506 sotto il peso della ingratitudine spagnuola, furono trasportati a Santo Domingo e sepolti nella Capilla Mayor della Cattedrale. Era allora Capitano Generale della colonia Don Luigi Colombo, nipote dell'Almirante.
Due secoli e mezzo dopo la Spagna cedeva alla Francia, per il Trattato di Basilea, la culla della sua potenza coloniale: Santo Domingo. Il tenente generale della Real Armada Don Gabriel Aristizabal ottenne che i resti di Cristoforo Colombo fossero conservati alla Spagna e provvide a trasferire il sarcofago dell'Almirante alla Avana prima di consegnare ai francesi Santo Domingo. Il nocciolo della questione sta appunto in questo trasferimento. Secondo gli abitanti di Santo Domingo gli spagnuoli nella fretta dell'operazione si sbagliarono di tomba e riesumarono i resti del figlio di Colombo, don Diego, che era sepolto accanto al padre. Secondo i cubani i resti trasportati all'Avana erano proprio quelli del Genovese, ma l'errore si verific nel trasferimento delle ceneri dall'Avana a Siviglia. Per la tesi cubana non poggia su fatti storici n su documenti dell'epoca, mentre la tesi di Santo Domingo  suffragata da una serie di prove che lascia perplessi gli studiosi.
Sta di fatto che nella Capilla Mayor della Cattedrale erano sepolti tre cadaveri: quelli di Cristoforo Colombo, del figlio don Diego e del nipote Don Luigi, duca di Veragua e marchese di Giamaica. Le tre tombe non avevano iscrizioni esterne che le distinguessero. L'errore era possibile. Fino d'allora germogli a Santo Domingo la tradizione popolare che i resti dell'Ammiraglio fossero rimasti nell'isola, tradizione che si perpetu di generazione in generazione.

Il fatto nuovo si verific il 10 settembre 1877. Era allora vescovo di Santo Domingo l'italiano monsignor Cocchia ed era console d'Italia Don Luigi Cambiaso, discendente del famoso ammiraglio Cambiaso delle flotte di Santo Domingo. Erano in corso diversi restauri all'altar maggiore e monsignor Cocchia ne approfitt per constatare se v'erano altre tombe nei muri della Capilla. I lavori erano diretti dal canonico Don Francisco Rilli, altro italiano, uomo di grandi meriti che ha oggi una statua di marmo nella capitale della Repubblica. Fu trovata la tomba vuota che aveva contenuto il cadavere trasportato a Siviglia.
- Nel sondare i muri -  monsignor Noel che parla - si sent un suono cavo che impression i presenti. Si tolsero alcuni mattoni e si trov una nicchia. Nella nicchia v'era una cassa quadrata. Furono immediatamente sospesi i lavori e furono ripresi il giorno dopo alla presenza del vescovo, del console d'Italia Cambiaso, del ministro degli Interni, del corpo consolare al completo, delle autorit civili, militari ed ecclesiastiche. La cripta conteneva un sarcofago di piombo, sfondato nella parte superiore. Una folla enorme gremiva la cattedrale ed erano stati accesi tutti i ceri degli altari. Sulla cassa v'erano le traccie di una epigrafe. Nell'interno v'erano poche ossa, alcuni frammenti di cranio, una clavicola. L'interno del coperchio recava la seguente iscrizione: "illustre y estimado varn Don Cristbal Coln". Mentre l'organo intuonava il Te Deum e la folla esprimeva nel canto del salmo trionfale la gioia di aver trovato i resti dello Scopritore, fu steso un processo verbale che reca le firme del vescovo, del Capitolo, dei membri del governo, del sindaco della citt, di Don Luigi Cambiaso console d'Italia e dei consoli di Germania, Francia, Spagna, Inghilterra, Stati Uniti ed Olanda. Vari documenti trovati nell'archivio delle Indie dimostrano che il luogo nel quale fu trovata la cassa corrisponde esattamente al punto nel quale fu sepolto l'Ammiraglio.
Naturalmente Siviglia contesta l'autenticit della scoperta, ma i documenti di Santo Domingo sono impressionanti. Gli scienziati si sono divisi in due campi. La questione  in sospeso. E lo sar per molto tempo. Forse, chiss, per sempre!
Monsignore  obbligato a lasciarmi. Entrano infatti in chiesa gli allievi di una nave-scuola argentina, in onore dei quali  aperta la teca d'argento che conserva i resti di Colombo. I miei occhi vedono pochi avanzi mortali che possono essere quelli del grande marinaio di Genova. Ed un brivido indefinibile mi corre per le vene!

Poi gli argentini se ne vanno. Anche monsignor Noel si ritira. Lo scaccino in redingote chiude le porte. Un dollaro degli Stati Uniti mi permette di restare nella cattedrale silenziosa e deserta. Il sole delle Antille filtra attraverso le vetrate violacee nella chiesa in penombra.
Il mio pensiero vola lontano assai. Va fino in Cina. E ricorda la Pagoda dei Geni di Canton nella quale contemplai lungamente la statua del "genio" Marco Polo, adorato dai gialli. Perch il mio spirito accomuna in quest'istante i due massimi viaggiatori della Storia? O  forse il mio cuore italiano che palpita fortemente nel petto, gonfio d'orgoglio per le incomparabili glorie della razza?
Domani visiter il palazzo in rovina di Don Bartolomeo Colombo e la mia mente rievocher i fasti di questa casata ligure che ha regalato alla razza bianca il Nuovo Mondo. Oggi no. In questa chiesa oscura ed un po' paurosa dimentico l'Ammiraglio. Penso solo al Grande Sfortunato che dorme nella teca d'argento. Pochi momenti fa i suoi resti miserabili hanno sentito il tepore del sole! Cento occhi latini, giovani ed ardenti, li fissavano con un impercettibile tremito nelle pupille!
Me lo immagino ragazzo, sulle coste della Liguria, obbligato a battere la lana nel fondaco paterno, mentre la sua anima irrequieta correva dietro le vele che lasciavano la Superba e puntavano le prore verso le lontananze del mondo. Lo vedo errante per le scalinate di Genova, ramingo di palazzo in palazzo, chiedendo ai mercanti ed ai dogi i mezzi materiali di realizzare il suo grande sogno. Poi esule in terra straniera, non creduto, deriso, imprigionato, vagabondo di citt in citt, di corte in corte, con la sua offerta formidabile che fa ridere le genti.
Ligure tenace, riesce e vince. Cambia la storia dei popoli e delle dinastie. Distrugge regni e religioni. Muta il corso del mondo. Finisce in carcere. Muore pezzente. Imperi e repubbliche nascono dalla sua opera. Sorgono nuovi popoli e si formano nuove civilt. Egli ha per compenso un tozzo di pane duro, condito di lagrime.  lo "straniero" che ha torto!  il primo "emigrante" italiano in America!
Quella che doveva essere la "Colombia" ed eternare nel nome di un continente il gigante di Genova, fu dapprima "las Indias", poi l'America. I suoi discendenti non ereditano che titoli nobiliari senza valore e finiscono col non possedere neppure un palmo di terra in quell'emisfero che il loro antenato ha scoperto e che arricchisce re, principi ed avventurieri. Duecento nove anni dopo la sua morte la Spagna decide di tributare onori imperiali ai suoi resti e... sbaglia di sarcofago. Ossa che non sono sue hanno gli onori del trionfo. Oggi tedeschi e galiziani vogliono derubarlo anche della sua patria: Genova. Uno scrittore francese scrive un libercolo d'appendice sulla sua vita per far denari con poco spirito a spese dell'Ammiraglio. Uno storico e professore cubano in un volume di cinquecento pagine gli d una nuova nazionalit e lo fa catalano.
Pochi uomini al mondo sono stati altrettanto sfortunati di Cristoforo Colombo. In vita e dopo morte.
Quale misteriosa maledizione degli Incas o dei Mayas pesava sul suo destino?
Per il suo nome stabilisce una delle grande svolte della storia umana. E splende, eterno, nel tritume dei secoli, legato alla grandezza di una razza che ha dato all'umanit i suoi massimi geni e le sue supreme conquiste.
La nostra!




L'ALCZAR DI SANTO DOMINGO

Proprio dinanzi al porto, nel punto nel quale ferve pi attiva la vita moderna, s'ergono i resti dell' Alczar di Don Diego Colombo, figlio del grande Ammiraglio. Dell'antico fastoso palazzo non restano in piedi che le quattro mura massiccie, costruite con enormi pietre sovrapposte, annerite dal tempo, macerate dalle intemperie, slabrate dagli incendi, dalle rivoluzioni e dalle guerre civili. Ma restano in piedi, a ricordo dei tempi eroici della scoperta e della conquista. Un guardiano mulatto  incaricato di difendere questi ultimi sassi dai ladri di pietre che avevano l'abitudine di ricorrere al palazzo dei Colombo ogni qualvolta avessero bisogno di un po' di materiale a buon mercato per rabberciare i muri delle loro stalle o per riattare i comignoli delle loro casette.
Il guardiano mulatto  pagato quasi niente e per aiutarsi ha impiantato nei cortili dell'Alczar orto e pollaio. Numerosi ordini di fagiolini e di melanzane occupano ora i cortili e gli atri nei quali le dame della corte coloniale ed i cavalieri del vicere ordivano i loro intrighi e consumavano i loro amori sotto gli occhi sognanti di Diego e di Bartolomeo Colombo o quelli feroci di Nicolas de Ovando o quelli perfidi e sinistri del crudele Bobadilla, l'implacabile nemico di Cristoforo Colombo. Piante di fichi sono cresciute in cima alle mura, nelle fenditure dei crepacci e nel cavo delle ferritoie, rachitiche per la poca terra di cui dispongono, contorte dai troppi venti coi quali debbono combattere. In basso razzolano le galline ed i figli del custode e v' una lavanderia che la moglie del guardiano affitta alle comari del porto che vi lavano i panni dei doganieri e degli equipaggi. Due grandi spalliere di buchenviglia versano gi da un muro un torrente di velluti rossi ed amaranto e quella cascata opulenta evoca gli splendori della corte vicereale di Don Diego Colombo e le feste sfarzose di Donna Maria di Toledo che scandalizzavano i frati di San Domenico.
Bench il palazzo si trovi nel cuore della citt, stretto d'ogni lato da case e da botteghe, da bettole e da garages, quando s' dentro par d'essere isolati in un luogo deserto, tanto alte e spesse sono le mura. Le sirene delle navi rimbombano nel cavo delle muraglie e si frangono in echi che scappano fuori dalle grandi finestre a perdersi sui tetti e sui coccheti di Santo Domingo. Il tempo ha distrutto tutti gli interni accomunando l'appartamento di Donna Maria con la carcere del cacicco Enriquillo ed il gran salone del Trono con le dipendenze degli schiavi. Pochi abbozzi di gradinata e qualche mozzicone di tramezzo murale indicano che tutto questo vuoto era occupato un tempo da scalee d'onore e da sale d'armi, da gallerie di quadri e da patios andalusi. Dove non c' l'orto del custode si scapricciano ortiche e girasoli. Non si sa bene se il palazzo fu incominciato da Don Diego Colombo oppure da Bartolomeo, fratello di Cristoforo, ma sembra pi probabile che Don Diego e sua moglie Maria, cugina di Ferdinando il Cattolico, abbiano incominciato la costruzione di questa reggia che gli archivi delle Indie descrivono splendida d'ori e di capolavori artistici, piena di altari spagnoleschi fatti venire di Galizia e di Andalusia e di preziosi oggetti indios tolti ai grandi cacicchi Maniocate a Caonabo dopo la vittoria di Bartolomeo Colombo al Santo Cerro.
Tre secoli di storia coloniale di Spagna e d'America sono legati a queste mura gloriose che hanno visto passare vicere, ammiragli, governatori, arcivescovi, inquisitori e grandi alcadi; che hanno ascoltato le campane della prima basilica d'America, San Nicola di Bari, e della prima universit d'America, il celebre Ateneo San Tommaso D'Aquino; che hanno resistito al disastroso terremoto del 2 novembre 1564 ed hanno visto il 10 gennaio 1586 la formidabile flotta inglese dell'ammiraglio Penn incaricato da Cromwell di spazzare la bandiera spagnuola dai mari delle Antille. Luogo d'armi e di amori, di loschi intrighi e di eroiche imprese, l'Alczar ha preso parte attiva a tutte le avventurose lotte coloniali fra Spagna, Francia, Inghilterra ed Olanda, ora centro di resistenza, ora agognata meta di vittoria. Le sue sale hanno ospitato le congiure e gli innumerevoli intrighi dei bucaneros, dei filibusteros e dei forbantes e le rivalit implacabili fra gesuiti e domenicani. Qui sono stati firmati gli ordini delle carneficine degli indios e delle stragi degli schiavi neri e sono state domate con la violenza le rivolte degli uni e degli altri. Tutte le passioni e tutti gli avventurieri della colonia hanno via via trovato albergo in queste mura, ora rifugio di polli e di avvoltoi. Di tragedia in tragedia sono passati i secoli e s' formata l'America. I due stemmi di Colombo e di Castiglia che ancora restano sulla pietra, sono stati spettatori delle feste fantastiche con le quali furono celebrate le vittorie di Pizarro e di Cortes nel Per e nel Messico e sono stati spettatori della triste vigilia di Aristizabal quando la Spagna ammain la bandiera dalla sua prima citt di America. Le cronache del tempo descrivono la folla che assisteva alla partenza delle navi spagnuole. Il popolo vedeva con secreto espanto imbarcarsi gli uomini di toga e di guerra. Quando s'imbarc la Real Audiencia, il tetto dell'Alczar dei Colombo s'inabiss improvvisamente ed il popolo fugg nelle chiese. Forse l'anima del gigante di Genova protestava contro la debolezza di Madrid? Sulle mura del palazzo dei Colombo sventol la bandiera della Francia - nemica di Genova - e pi tardi quella dei re neri di Haiti. Le sale che avevano ascoltato le conversazioni in genovese di Bartolomeo Colombo col nipote Diego, ospitarono le amanti nere e mulatte dell'africo-haitiano Paul Louverture. Dicono che Bonaparte trovasse la profanazione cos grave che invi il generale Ledere con 16.000 uomini a riconquistare l'isola e la leggenda vuole che la bella Paolina Borghese abbia dormito diverse notti nella camera da letto di Maria Colombo y Toledo.
Pi di tre secoli di storia hanno avuto per sfondo queste mura, ma lo spirito del visitatore italiano si sofferma di preferenza sui primi quarant'anni dell'Alczar che furono quelli della tragedia della famiglia Colombo, colpevole agli occhi degli spagnuoli d'essere una casata "straniera". Gli intrighi della nobilt spagnuola incominciarono subito dopo il secondo viaggio di Cristoforo in America e s'intensificarono durante il terzo, quando la Corte ingrata di Madrid lasci imprigionare il Grande Ammiraglio ed i suoi fratelli dal feroce Bobadilla. Cristoforo Colombo pot ancora una volta tornare in America, ma fin povero ed angosciato, lontano da quel mondo che il suo genio italiano aveva regalato alla razza bianca. Solo tre anni dopo il figlio Diego, divenuto pi potente per il suo matrimonio con la figlia del duca d'Alba, ottenne d'essere reintegrato negli onori e nelle ricchezze del suo rango.
L'archivio delle Indie e i diari dell'Ordine di San Domenico sono pieni di resoconti delle feste principesche con le quali questo figlio di un genovese oscurava gli splendori della corte di Madrid, unendo al fasto della Spagna l'altera opulenza della Superba. In mezzo ai balli, alle caccie ed alle cavalcate si svolgevano gli intrighi dei nobili castigliani capitanati dal Tesoriere Reale Don Miguel de Pasamonte e quelli pi sottili, ma non meno velenosi, dei frati domenicani. Quante volte la tonaca violacea di monsignor Girardini ha salito queste scale sulle quali in questo momento la figliuoletta nuda del guardiano insegue un porcello bizzoso di Santo Domingo, gettando lo scompiglio fra le galline e le farfalle dell'ex Alczar? Obbligato a lasciare l'isola, Don Diego Colombo dovette aspettare che salisse al trono il grande Carlo V per tornare a Santo Domingo; ma quattro anni dopo era nuovamente costretto a ripartirne. La morte lo inchiodava in Ispagna. Suo figlio, Don Luigi di Veragua, nipote di Cristoforo Colombo, fin coll'essere diseredato completamente di tutti i suoi diritti e di tutte le ricchezze della casata. Non gli rimase che il titolo onorifico di marchese della Giamaica, posseduto dal suo grande avo. Cos termin la fortuna dei Colombo e le ossa del grande genovese sarebbero sparite oscuramente nel tritume del cimitero di Valladolid se la nuora Maria D'Alba non avesse chiesto il permesso di trasportare a proprie spese le ceneri di Cristoforo e di Diego Colombo a Santo Domingo. Solo allora i frati di San Domenico deposero le armi ed aprirono ai resti del Grande Ammiraglio la cripta della Cappella Maggiore della Cattedrale.
Dall'alto delle mura dell'Alczar contemplo il porto, il fiume, la citt, le fortezze, i coccheti e le campagne che s'addormentano nella serenit bluastra del crepuscolo. Il sole  gi scomparso ma ancora un po' del suo oro galleggia sulle acque e pare che i cocchi si curvino a lambirlo lungo la spiaggia. Se per un momento faccio sparire con l'immaginazione tutti i bassi abitati bianchicci della citt nuova, posso comporre coi forti, con le chiese, coi conventi e con le muraglie l'antica Santo Domingo dell'epoca coloniale. Una fila di asini s'insegue sotto la Puerta del Conde. Frotte di mulatte a braccetto transitano per il Portone della Misericordia. Nel cielo si sposano i suoni delle campane. In mezzo ai lumi della citt che incomincia ad accendersi, s'erge nera e funerea la mole della Cattedrale, contemporanea dell'Alczar. E pare che le due rovine secolari si parlino nella soavit del crepuscolo sul brusio pettegolo dei quartieri. Forse si raccontano ci che hanno visto e sentito nell'andare dei secoli?
Proprio di fronte al Palazzo dei Colombo c' il tronco d'albero - oggi pietrificato - al quale secondo la leggenda Cristoforo Colombo leg il canapo della Santa Maria quando gett l'ancora la prima volta dinanzi a Santo Domingo. Da qualche anno un modesto cancello cinge il cimelio. Due passi pi lontano una vecchia haitiana ha istallato le sue padelle di friggitora. Dicono che sia stata una delle favorite del presidente Lily e che abbia avuto da lui questa concessione. Vecchi comandanti che da quarant'anni fanno il cabotaggio delle Antille l'hanno vista sempre l, anche quando erano mozzi. Ha una sua maniera speciale di spadellare e di servire, simile a quello di un'altera castellana che faccia gli onori delle sue mense, ma se per caso un mozzo tenta di farla franca coi centavos delle polpette  capace d'inseguirlo fino a bordo e di mettere in rivoluzione l'intero porto.  questa l'ora in cui i marinai dei velieri e delle golette lasciano a bordo i cani ed i nostromi e scendono a terra ad annegare nell'orgia serale di Santo Domingo il tedio ed i malumori dell'eterno andirivieni fra l'una e l'altra delle Antille. Le frittelle della vecchia haitiana sono la prima tappa obbligatoria dei nottambuli. Frittelle zeppe di pepe e di spezie che fanno la fortuna delle bettole vicine.
Nello scendere dalle mura leggo sopra una pietra: CristbaI Colon, gallego! Pi sotto un'altra mano ha scritto col carbone: Es asturiano!
Nel luogo che consacra le disgrazie dei Colombo per la loro nazionalit genovese le due rivendicazioni nazionali e regionali spagnuole fanno sorridere tristemente! La mia anima italiana evoca istintivamente il panorama della gloriosa citt che vide Cristoforo Colombo fanciullo e tenne compagnia ai suoi sogni di ragazzo. Quante volte, in questa stessa melanconica ora del crepuscolo, gli occhi del grande marinaro intravidero al di l della linea dei coccheti il profilo superbo della Dominante, gli alti palazzi di marmo a gradinata sul porto possente, la cintura formidabile delle mura e dei forti sulla quale le cupole ed i campanelli cantavano la gloria e la ricchezza di San Giorgio!
Ben am Colombo la sua Genova! Non solamente egli afferma nettamente de ser nacido en Genova nel documento stesso che consacra il maggiorasco della sua casata (22 febbraio 1498, Archivio Reale di Simanca) ma nello stesso documento raccomanda al figlio Diego "che mantenga e sostenga sempre nella citt di Genova un membro della famiglia che v'abbia casa e moglie e v'abbia rendita tale da poter vivere con onest e decoro e si stabilisca e faccia famiglia nella citt, puesque della sali y en ella naci".
Pi gi, parlando della solidit del Banco di San Giorgio dice: "Genova es ciudad noble y poderosa, donde me movi par ir descubrir las Indias". E raccomanda a Diego ed ai discendenti di lavorare sempre "per l'onore, il bene e lo sviluppo della citt di Genova e di impiegare tutte le sue forze ed i suoi beni a difendere ed accrescere la prosperit e l'onore della repubblica di Genova".
Accanto a questo documento decisivo (di fronte al quale si  inchinata la stessa Real Academia Espanola de Historia) cento altri documenti del tempo testimoniano chiaramente la nazionalit genovese dello Scopritore del Nuovo Mondo: lettere autografe di Colombo; documenti del Real Tesoro; scritti del figlio Fernando; lettere dell'ambasciatore di Spagna in Genova Nicola Oderigo (1502) e del Banco di San Giorgio (1502); documenti della Corte inglese; per di pi la testimonianza concorde di tutti i contemporani: i vescovi Giraldini e Giustiniani Pietro Martire d'Anghiera (intimo amico di Colombo), Pedro De Isola, lo storico Antonio Gallo, il duca di Medinaceli, ecc. ecc.
Perch la nuova Italia imperiale non esprime la sua fierezza materna anche nel palazzo dei Colombo a Santo Domingo con una targa di buon bronzo italico, il quale ricordi ai visitatori delle tre Americhe la nazionalit del grande navigante che ha cambiato con la sua scoperta la fisonomia del mondo civile?
Il giorno in cui ho visitato l'Alczar v'erano gli allievi di una nave scuola argentina, molti dei quali avevano un cognome spiccatamente italiano. La mattina v'era stato il presidente della vicina Repubblica di Haiti e s'aspettava in settimana una carovana di quattrocento turisti della California. A tutti questa targa avrebbe ricordato la terra magnifica che si  specializzata nel dare geni all'umanit. A quelli di origine italiana avrebbe dato anche un piccolo palpito. Uno di quei palpiti misteriosi che non si sa di dove vengano, ma che toccano misteriosamente il cuore.




I DIAMANTI NERI DELL'ISOLA DI TRINIDAD

Il grande arco delle piccole Antille  chiuso a sud da un'isola che quasi tocca il Venezuela: Trinidad. Cristoforo Colombo la scopr il 31 luglio 1498 ma gli spagnuoli non ne presero realmente possesso che nel 1532 quando vi stabilirono una base militare in vista della conquista del Venezuela.
La straordinaria feracit dell'isola invogli gli spagnoli a fondarvi piantagioni di zucchero e di caff ma gli isolani che erano gente bonaria e pacifica non vollero saperne di lavorare, preferendo lasciarsi ammazzare come agnelli piuttosto che obbedire agli invasori. Il viaggiatore che oggi contempla, nel torpore di un meriggio tropicale, la dolce magnificenza dell'isola di Trinidad, la snervante mollezza del suo clima, la soave fragranza dell'aria, la grazia dei fiori, l'abbondanza dei frutti, non riesce a dar torto a quei poveri caraibi del 1532 i quali francamente non potevano capire la necessit del lavoro e neppure la sua utilit in una terra fortunata, nella quale non v'era bisogno n di casa n di vesti e bastava stendere la mano intorno per avere senza fatica tutti gli alimenti vegetali ed animali della creazione!
Nel 1606 un olandese, tale Isacco Duverne, risolse il problema sbarcando a Port of Spain con cinquecento schiavi neri ed incominci la colonizzazione dell'isola. Pochi anni dopo gli inglesi vi stabilivano una stazione commerciale. Inglesi, olandesi, francesi e spagnuoli si contesero per oltre un secolo il possesso di Trinidad, finch nel 1797 Sir Ralph Abercromby prese definitivamente possesso dell'isola in nome del re d'Inghilterra.
Oggi Trinidad  una piccola gemma della Corona inglese. Tutta la parte bassa dell'isola  coltivata a zucchero, cacao, banane ed agrumi che formano un delizioso scenario di verde e di fiori. Superbi boschi coprono le montagne. Il mare vezzeggia nelle baie in conche di smeraldo che specchiano l'opulenta pigrizia dei coccheti. Iddio ha donato inoltre a questa isola incantata il Pitch Lake, immenso deposito naturale di pece di inestimabile valore commerciale e ricchi giacimenti di petrolio i quali alimentano una grossa industria. La piccola Trinidad  in sostanza per l'Inghilterra una preziosa possessione agricola e mineraria, oltre ad essere una base strategica di notevolissima importanza come scalo della marina mercantile, come anello di chiusura dei possedimenti insulari delle Antille e come chiave maestra del litorale di Venezuela. Aggiungiamo che dal punto di vista dell'aviazione Trinidad  una base naturale di smistamento delle linee transoceaniche, via Buenos Aires, New-York, Colombia.
Tale  la feracit dell'isola che Trinidad  la sede dell'Istituto Imperiale Inglese di Agricoltura Tropicale (Imperiai College of Tropical Agriculture) ed  la stazione agricola centrale della Corporazione Imperiale del Cotone (Empire Cotton Growing Corporation). Perch l'Inghilterra, la quale possiede tante splendide terre tropicali, abbia scelto l'isola di Trinidad come sede dei suoi massimi Istituti agricoli, bisogna proprio che l'isola sia un miracolo di feracit. Chi infatti visita questo meraviglioso gioiello delle Antille non lo dimentica pi! Trinidad non  un'isola.  un giardino incantato delle Esperidi che galleggia sopra una immensit di smeraldo in una atmosfera d'oro e di profumi.
Per i fiori pi belli di Trinidad non sono quelli che sbocciano nelle serre e nei giardini. Francesi, inglesi, olandesi e spagnuoli, mescolandosi durante i secoli, un po' fra loro un po' coi neri e cogli indios, hanno finito per creare una razza umana indefinibile che  chiamata localmente "creola". Quando la ricetta  stata alterata durante i secoli il prodotto finale pu essere anche un disastro, ma se per caso la ricetta  giusta vengono fuori certi capolavori di bellezza femminile che stregano per la vita il disgraziato passante.

A tre chilometri da Port of Spain - capitale dell'isola - in un pazzo giardino di buchenviglie, d'oleandri e di azucene, che marezzava di granata, di rosa e di bianco lo sfondo azzurro del mare, io ho visto una di queste fantastiche creole di Trinidad. Splendida era la donna, con tutto l'incanto di una bellezza perfetta e con tutto il torbido fascino delle creole: creatura di sogno che spargeva poesia ed irradiava volutt: visione di paradiso che obbligava il viandante a fermarsi e nello stesso tempo gli suggeriva di fuggire, di fuggire vilmente e rapidamente, perch vi sono dei pericoli contro i quali non serve il valore e vi sono nella vita delle puntate che  meglio non giuocare per non rischiare di perderle!
Io mi fermai. Volli fuggire ma non potei. E la creola di Trinidad alz gli occhi dai fiori a guardare il passante. L'Africa aveva dato a quegli occhi la sua notte. Gli ndios vi avevano messo il mistero del loro passato. La vecchia Europa, passando di generazione in generazione, vi aveva lasciato la sua anima, un po' dominatrice, un po' romantica, che empie di luce e di variet lo sguardo delle donne. Lunghe ciglie d'Oriente ombreggiavano quei meravigliosi diamanti neri che avevano la propriet di penetrare dentro la carne e di raggiungere il cuore. Pungevano quei diamanti! Pungevano da far male! E poi le ciglia carezzavano soavemente, con una delicatezza che struggeva anima e sensi, la piccola ferita!
La Natura, maliosa e perfida mezzana, aveva disposto all'intorno uno scenario torbido ed avvelenatore, fatto apposta per spossare le fibre, per ammorbidire la resistenza, per distruggere con mielata violenza la volont. Solamente per pochi istanti quei diamanti neri mi fissarono ed io mi sentii intossicare. Quando si risollevarono a guardarmi io ero gi perduto, irrimediabilmente perduto.
Il mio lungo andare per il mondo aveva trovato la sua sosta. Una sosta felice o infelice ma nella quale era indispensabile fermarsi. Laggi, nel porto, la sirena della nave incominciava a chiamare. Commesso viaggiatore dei mari il piroscafo aveva ingoiato il suo petrolio e vomitato le sue merci. Ora ripartiva e chiamava i suoi abitanti a seguitare la corsa verso altri porti, come se Trinidad fosse uno scalo qualsiasi, uno dei tanti scali del mondo per i quali si transita pi o meno indifferenti, mentre v'erano invece a Trinidad i due pi bei diamanti neri del mondo, quelli che si debbono assolutamente avere, che in tutti i modi e con qualsiasi mezzo bisogna avere per non essere vinti senza possibilit di rimedio dalla vita.

Il vapore part, portandosi via il mio disgraziato baule che viaggi solo nella cabina pagata. Povero baule, pieno di cose utili e care che in un attimo avevano perduto per me ogni importanza!
Tre volte rividi in ventiquattr'ore quegli occhi. Quelle tre volte bastarono per cancellare come una spugna quindici anni di vita combattuta e di vagabondaggio pel mondo e per trasformarmi in un povero ragazzo innamorato che faceva i capricci per avere i suoi diamanti.
La terza volta che quegli occhi mi guardarono era gi sera e bisognava rimandare all'indomani l'avventura di Don Giovanni Tenorio, perch Trinidad  un'onesta isola inglese nella quale non si possono scalare i muri di una villa.

Indimenticabile notte delle Antille! Nel cielo sfavillava la gioielleria dei Tropici, raggruppata a vezzi ed a diademi. Ogni tanto una gemma si sfilava e spariva nell'infinito con un brivido. L'aria era dolce e pi dolce era il mio sogno. L'aria era profumata e pi profumata ancora mi sembrava la vita.
Un vento veniva dal mare, tiepido come una carezza di donna e passando sui giardini di Trinidad s'impregnava di profumi. Profumo di vaniglia, di rosa e di miele che penetrava nelle vene e che macerava l'anima; profumo di gelsomino, di aloe e di lucm che molceva i nervi ed imbalsamava la carne; profumo di rosolio, di liquore, d'essenza forte, che inebbriava il cervello ed ubriacava lo spirito. Dal villaggio nero giungeva il ritmo d'una canzone d'Africa - infantile e lasciva - che si confondeva con la cadenza pi vicina di una musica creola - svenevole ed un po' triste - formando uno strambo cocktail musicale. La notte beveva quella musica e la mia anima innamorata vi ravvisava come un simbolo del suo tormento. E pi bella ancora mi pareva l'isola perch incorniciava il mio sogno, e pi soave la notte perch cullava il mio amore... L'alba mi sorprese sulla sedia a sdraio nella quale avevo perso il conto delle ore.

Guarii sei ore dopo, come si guarisce d'una malattia grave che lascia sempre il segno. Il medico fu un ometto, probabilmente ebreo, che fa il mestiere d'affittare case ed appartamenti. Non ho mai incontrato un chirurgo tanto cerimonioso e tanto crudele! Volevo una casetta vicino al giardino delle buchenviglie e delle azucene e con molta arte condussi il mio ebreo da quelle parti.
A cinquanta metri dalla casa dei diamanti v'era un "si loca" che si dondolava ad un balcone con la grazia di un sonetto. Il luogo mi parve semplicemente incantevole e qualunque prezzo mi avessero chiesto lo avrei trovato assolutamente conveniente.
- Chi abita l? - chiesi con indifferenza indicando al mio uomo il giardino fatturato.
- La pobre Juanita!
- Perch "povera"? domandai quasi offeso.
- Ha il mal del pinto! Suo padre e sua madre non l'avevano ma pare che l'avesse il nonno ed  una malattia che non perdona!

L'indomani lasciavo Trinidad sopra un vapore norvegese diretto a Portorico. Avevo rivisto la creola di Trinidad poche ore prima della partenza ed avevo risposto con un sorriso al suo divino sorriso. Avevo anche telegrafato per il mio baule che aveva istantaneamente riacquistato tutta la sua importanza. Nella tristezza dell'ora avevo un solo conforto, quello di amare una donna la quale non poteva darmi che la fugace e straordinaria bellezza del suo viso. Io portavo con me quella visione, cio tutto ci che la donna amata poteva darmi e che io potevo sperare da lei. E portavo anche con me un antidoto potente contro il mal d'amore che aspetta al varco il passante e non sempre gli permette di guarire.
Spero d'aver tanto fortuna nella vita da non incontrar mai una donna che rassomigli alla creola di Trinidad!

Il mal del pinto, per chi non lo sapesse,  una infermit tropicale - abbastanza comune in certe zone del Messico e dell'America centrale - di origine incerta e di natura ancora misteriosa la quale corrode la pelle e finisce per chiazzarla con grandi macchie cadaveriche ed oleose di carattere putrido. Incomincia in genere intorno alla vita e sale, sale verso il viso che  l'ultimo ad essere attaccato. Un giorno arriver anche ai miei due diamanti neri e li spegner per sempre.
Nel mio taccuino di giramondo c' scritto: - Trinidad, isola magica!  pericoloso scendere a terra!




UNA TAVERNA A PORTORICO

Palme e cemento. Tropico e Stati Uniti d'America. Noci di cocco ed automobili Ford. Danze del Congo e proibizionismo. Grandi alberghi tipo New-York e baracche di legno tipo centro Africa. Smoking e bimbetti nudi. Milionari di dollari e poveretti che vivono con un paio di banane. Ecco l'impressione che s'ha di San Juan, capitale dell'isola di Portorico!
Il sole, il mare, le palme ed i fiori tropicali compongono gli scenari i quali incantano il poeta e giustificano agli occhi dei turisti i conti salati degli alberghi.
Siamo in terra yankee. Ci vuole cio un permesso speciale per sbarcare e bisogna riempire un modulo gigantesco nel quale vi domandano se siete anarchico, se avete suocera, se fiutate tabacco, quante volte vi cambiate di camicia, che numero di colletto portate e se usate mutande lunghe o corte al ginocchio. Non solamente dovete scrivere tutte queste belle cose, ma trovate un funzionario che le legge con attenzione e che segna in margine alle vostre risposte la propria impressione personale.
- Italiano? mi chiede il delegato nord-americano.
- Italiano!
- Di che razza?
- Di razza... italiana!
La risposta deve essere irrispettosa perch il funzionario yankee mi squadra con occhio accigliato e leggo un lampo di meraviglia nello sguardo del suo aiutante mulatto.
- Sapete che vi sono due razze in Italia?
-  la prima volta che lo sento dire.
- La razza del Nord e la razza del Sud. Siete della prima o della seconda?
Confesso che dopo diciotto anni di vagabondaggio pel mondo mi sono sentito per la prima volta imbarazzato dinanzi ad una autorit costituita, incerto se scoppiare in una risata alla Petrolini, di quelle che danno aria ai polmoni allo stomaco ed al piloro, o farmi montar alla testa quel cotal sangue di Turiddu che fermenta nelle vene d'ogni buon italiano, anche se  nato nella valle d'Aosta. Poi ho pensato che era conveniente non uscire dall'allegretto non troppo della conversazione.
- Senta, commissario, non sapevo che ci fossero due razze in Italia ma ora che lei mi spiega capisco perfettamente. Io sono della terza razza.
- Terza razza? Non esiste la terza razza. Il regolamento non parla che di due razze. Nord e Sud.
- Le assicuro che sono della terza, signor commissario.
- Che si chiama?
- Razza del Centro, oppure etrusca.
Il biondone trascrive diligentemente la dichiarazione della terza razza etrusca, ma mi autorizza a restare a Portorico solamente trenta giorni bench io abbia il visto di un Consolato generale degli Stati Uniti valido per un anno di soggiorno nel territorio della Unione. Evidentemente il funzionario ha visto torbido in un italiano che non appartiene a nessuna delle due razze indicate nel regolamento.
All'albergo nord-americano dove mezz'ora dopo prendevo alloggio non mi hanno invece domandato a quale razza italiana appartenessi. Si vede che quando si tratta di pagare fior di dollari tutte le razze si equivalgono.

San Juan di Portorico, mezzo spagnuola, mezzo nord-americana e mezzo nera,  una vezzosa cittadina tropicale. Grazia mulatta.
Potrei ora parlarvi del partito separatista portorichegno che non vuole saperne della ferrea dominazione degli Stati Uniti o del partito moderato che vuole fare dell'isola una delle tante stelle dell'Unione o del partito yankista che  entusiasta dei cementi armati e delle leggi degli Stati Uniti, ma francamente sono questioni molto lontane dall'Italia e che ci interessano fino ad un certo punto. Non  vero? Potrei anche raccontarvi le confidenze che mi hanno fatto gli isolani sulla loro dorata miseria che li fa vivere in un'atmosfera di falso lusso, ridotti in fondo a lavorare tutto il santo mese solamente per pagare le innumerevoli rate mensili dell'automobile, della pianola, della victriola, della radio, del telefono automatico, delle diverse macchine elettriche per far gelati, stirare e preparare il toast che la civilt e l'industria degli Stati Uniti hanno appioppato ai pacifici abitanti di Portorico - bianchi, neri e mulatti - i quali ieri lavoravano di meno e mangiavano di pi, godendosi in santa pace il rhum di canna, i fiori del Tropico e le donne delle Antille!
Ma preferisco condurvi in una... taverna. In una taverna secca dell'America asciutta, nella quale gli Stati Uniti mi hanno mostrato alcuni lati caratteristici della loro super-civilt.
In un paese nel quale bere un bicchiere  un delitto contro le leggi dello Stato, le taverne si chiamano in genere ristoranti vegetariani, farmacie, case private, laboratori chimico-terapici, magari uffici elettorali. Qualsiasi cosa insomma, meno che taverna. Nel nostro caso la taverna  un ristorante.
Tre quarti dell'ambiente sono occupati come in tutti i ristoranti da tavolini (con tovaglie e salviette di carta) intorno ai quali uomini d'affari in maniche di camicia mangiano minestre di avena e legumi in scatola e bevono... acqua. L'altro quarto  occupato da un banco che sembra un qualsiasi banco di bar. Riconoscete infatti negli scaffali le bottiglie caratteristiche e le etichette tipiche dei vini, dei vermuth, dei liquori, delle birre e dei rosoli pi in voga nella terra, ma se un agente del proibizionismo piombasse come un fulmine nel bar e facesse aprire una dopo l'altra tutte queste bottiglie constaterebbe che esse sono perfettamente in regola con la morale degli Stati Uniti, che cio contengono vermuth, vini, birre, curacao, gin, pipermint, ecc. ecc. senza una gocciola di alcool.
Rispettoso della legge voi ordinate una bottiglia di birra Pilsen de-alcoolizzata. Avete la bottiglia, avete l'etichetta, il tappo, l'orzo, il luppolo ed il conto da pagare, tutto in perfetta regola. Se nel taschino del vostro panciotto o magari nella penna stilografica avete quel tanto di alcool che manca, voi fate coram populo la vostra brava miscela, con la imperturbabilit del signore che prende le goccie iodo-saliche e bevete alla salute degli Stati Uniti una pessima birra, alcoolizzata a dovere.
Non conosco i segreti della polizia proibizionista e quindi non so quali difficolt reali vi siano negli Stati Uniti per procurarsi quella cosa delittuosa che  un po' d'alcool. Ma a Portorico  certo pi facile procurarsi l'alcool che l'acqua potabile! Immaginate un'isola delle Antille, produttrice di zucchero, che ha nella canna la materia prima dell'alcool a cento gradi e che per di pi  circondata da altre isole, grandi e piccole, le quali in fondo non fanno altro che produrre alcool, agua ardiente, rhum, melasse, zucchero, saccarine, saccarosi, ecc. ecc.
A mio modesto parere di latino, discendente cio di quei grandi maestri legislatori che furono ed ancora sono i romani, una legge che per forza di cose  inapplicabile dovrebbe cessare d'essere una legge, altrimenti si prende in giro la Legge e si abitua i cittadini a fare altrettanto.
Per la mia taverna m'ha riservato altre scoperte. Seduto tranquillo tranquillo al mio tavolo, accanto al bancone nichelato del bar, occupato a lottare con una bistecca nord-americana di toro congelato, vedevo gente entrare ed uscire ed ordinare a voce alta con la maggiore tranquillit del mondo un litro di vermuth, una libbra di Graves, mezza dozzina di bottiglie di curacao, un quarto di gallone di whisky, una pinta di rhum. Ad ognuno il padrone consegnava un bell'involto, incartato a puntino. La prima volta immaginai che fosse una vendita clandestina e quasi mi felicitai con me stesso per avere scelto fra i cento ristoranti di Portorico proprio quello che fa il contrabbando. Peccato non essere detective! Che occhio! Che intuito! Ho forse sbagliato di professione? Poi la cosa mi sembr fatta troppo in grande ed allo scoperto e volli averne la coscienza netta.
- Padrone, un litro di vermuth!
- Gusto italiano o francese?
- Italiano.
- Cinzano o Martini e Rossi?
- Campari, se  possibile!
Un minuto dopo l'uomo mi consegnava una bella latta con sopra scritto a caratteri cubitali: vermuth italiano, tipo Campari.
E l'amabile padrone mi spieg la faccenda. Vale la pena di conoscerla.
- Non sapete fare il vermuth? - mi domand con aria quasi esterrefatta Mr. Stemson. -  semplicissimo. Con questi barattoli voi potete fare in casa vostra qualsiasi vino, dolce od asciutto, rosso o bianco, da pasto o da dessert: gli alicanti, i Barbera, i Gragnano, i Rionero, i Riessling, i Capri, i Chianti, i Freisa, i Grignolino, i Nebiolo, i Lacrima-Crysti, i Sauternes, i Graves, i Barsac... Ognuna di queste latte contiene l'uva concentrata della qualit che risponde al tipo di vino da voi desiderato. Ed ogni latta vi spiega chiaramente sull'etichetta come dovete fare per avere il vino. Leggete. Basta aggiungere l'acqua, lo zucchero, far fermentare, poi spinare e bere. Bere allegramente, in barba a tutte le leggi.
Ed infatti leggo (traduzione letterale): "Per fare un buon vermuth mettete in un barile ben pulito e senza coperchio dieci galloni di questa uva concentrata, trenta galloni di acqua tiepida, cinquanta libbre di zucchero granulato. Lasciate fermentare il vino per dieci giorni, mescolandolo ogni tanto con un bastone. Travasate e teneteli in luogo fresco. Dopo venti giorni chiarificate e filtrate. Il vostro vermuth  pronto." Seguono altre istruzioni per chiarificare, filtrare, mettere in barile, imbottigliare e cos via.
L'amabile padrone, lieto di aver trovato un nuovo cliente, ordina al cameriere un brodo speciale e mi portano un vermuth in tazza.
- Lo assaggi. Vedr che  buonissimo. Questo per l'ho fatto invecchiare. Ha sei mesi di barile. E tenga questo opuscoletto con le istruzioni per fabbricare i moscati spumanti di Canelli, i rossi spumanti tipo Lambrusco, gli aleatici, i malaga, i tokay, i moscatelli passiti.
- Dica, ma i filtri, i barili, le damigiane, dove si possono trovare?
- Tutto qui. Guardi. Ecco i bariletti con tanto di spina! I filtri di amianto sono l in vetrina. Con gli acidi per la pulitura dei recipienti. Coi tappi. Con le etichette. Tutto il necessario insomma.
- Ma non  proibito vendere il vino?
- Proibitissimo!
- E questo non  proibito?
- Macch! Lei vede che la vendita  pubblica.
- Ma con questo si fabbrica il vino!
- Perfettamente.
- Ed allora?
- Allora niente. La legge proibisce la vendita del vino e dei liquori. E la vendita dell'alcool. Non la vendita delle uve concentrate, n di oggetti cos innocenti come i barili, le spine, i filtri, i tappi, le etichette. Ci vorrebbe un'altra legge del Congresso, ratificata da tutti gli Stati dell'Unione. Una cosa impossibile. Noi andiamo in galera se vendiamo vino pronto, ma siamo liberi di vendere il necessario per farlo, di insegnare come si fa, di fare propaganda nei giornali, sui muri, nei cinematografi a questa trovata geniale con la quale alcuni italiani della California sono diventati arcimilionari di dollari e benemeriti del popolo degli Stati Uniti. Faccia per attenzione quando ha fatto il vermuth di non offrirlo ai suoi amici. Lei metta la sua brava bottiglia sopra un tavolo coi bicchieri. Loro entrano, sanno il trucco, si versano da bere e trincano. Sono loro responsabili delle loro azioni. Se  invece lei che offre pu cascare sopra un agente proibizionista ed andare in galera. Ha capito?
S, ho capito! nella taverna secca dell'America asciutta ho capito molte cose dell'America che fino allora m'erano sembrate incomprensibili. Questioni di vino pronto e di vino da prepararsi! Ho capito come mai Calvin Coolidge possa inaugurare la VI Conferenza Panamericana in nome degli Stati Uniti, proclamando l'uguaglianza dei ventun Stati d'America sulla piattaforma dell'indipendenza assoluta e della giustizia evangelica, e come mai Charles Evans Hughes possa chiudere la medesima Conferenza, proclamando brutalmente in nome degli Stati Uniti il diritto d'intervento in tutti paesi dell'America centrale, ogni qualvolta lo esigano gli interessi collettivi degli Stati Uniti o gli interessi individuali di un cittadino degli Stati Uniti. Ho capito perch un Bill possa classificare fra i tipi umani di seconda categoria gl'immigranti di razza italiana che appartengono al popolo pi illustre, pi intelligente e pi civile del mondo e che hanno creato col loro lavoro interi Stati della Confederazione nord-americana. Questione di vino gi pronto! Ho capito perch la statua della Libert simbolizzi il paese nel quale sono proibite diverse fra le libert fondamentali dell'uomo. Si tratta di intendersi! Quante cose non ho capito nella taverna di Portorico!
Taverna veramente indimenticabile, per le orribili colazioni nord-americane che v'ho fatto; per le solenni sbornie che v'ho visto prendere da elegantissime dame che avevano l'alcool nella borsetta e che dosavano con generosit le Pilsen de-alcoolizzate; per il corso superiore di ipocrisia stilizzata che m'ha dato; per le molte volte che m'ha fatto sentire l'orgoglio d'appartenere alla vecchia Europa intelligente la quale, con tutte le sue manchevolezze e con tutti i suoi difetti, resta la maestra del mondo.
Nella nostra bella Italia si berr con tutta probabilit dell'eccellente vino fino alla consumazione dei secoli per due ragioni fondamentali: 1 perch il buon Dio lo ha creato; 2 perch l'italiano  un tipo umano gi tanto civilizzato in profondit da poter bere senza finire ubriaco. Ma se domani, per una ipotesi impossibile, una legge italiana dovesse proibire il vino, quella legge avrebbe l'impronta delle grandi leggi romane. Sarebbe cio logica ed intelligente. Abbraccerebbe lo spirito e la lettera. Proibirebbe automaticamente il vino e tutti gli imbrogli per prendere in giro la maest della Legge e la dignit del governo che deve applicarla.
In questa differenza, che significa tante cose, sta il primato della vecchia civilt europea alla quale si possono togliere l'oro e le macchine senza che essa perda gran che, giacch non  solamente espressione di grandi mezzi materiali ma  soprattutto il risultato di un perfezionamento morale, spirituale ed estetico acquisito durante il lento volgere dei secoli.
Ma l'Europa ha perso la guerra e l'hanno vinta gli Stati Uniti! Anche questa  una questione di vino pronto e di vino da prepararsi.




IL MEDITERRANEO D'AMERICA

 ormai un postulato che l'apertura del canale di Panama ha spostato l'asse della politica internazionale verso il golfo del Messico. Il Mediterraneo resta una delle grandi scacchiere del mondo e rester tale probabilmente sempre, per il taglio dell'istmo di Panama, lo sboccio della potenza degli Stati Uniti, lo sviluppo del resto dell'America e la maturazione dei problemi del Pacifico hanno creato un nuovo Mediterraneo in quel bacino del continente americano che  formato dal golfo del Messico e dal mare dei Caraibi.
Gli interessi dell'Italia in questo secondo Mediterraneo sono per ora solamente potenziali, per la grandezza dell'Italia ormai nettamente proiettata nel futuro dalla propulsione fascista non esclude la possibilit di interessi italiani, diretti e indiretti, anche in questo punto del mondo. Quando un paese ha aperte dinanzi a s le porte dell'impero, non ha limiti di possibilit ed  interessato a tutte le situazioni soprattutto se si tiene conto della stretta interferenza che esiste fra le diverse schacchiere della politica mondiale.
La cornice terrestre di questo secondo Mediterraneo  formata dalla costa meridionale degli Stati Uniti, dal Messico, dalle cinque repubbliche dell'America Centrale, dalla Colombia e dal Venezuela. Dal lato dell'Atlantico una fila ininterrotta di isole e di scogliere chiude il grande cerchio con le 29 isole, i 661 isolotti ed i 3000 scogli delle Bahamas, col gruppo numeroso delle Barbados, con l'arcipelago fittissimo delle isole Leeward, con l'altro arcipelago delle isole Windward (Granata, San Vincenzo, Santa Lucia, ecc.) e per ultimo con quell'isola di Trinidad che quasi s'incastra con la terra ferma sul litorale del Venezuela.
In mezzo, fra l'arco terrestre e l'arco insulare, stanno le quattro grandi Antille: Cuba, Haiti, Portorico e Giamaica, ognuna circondata da una corona di isole, di isolette e di scogli. Solo l'Oceania offre una fioritura tanto ricca di isole!
Finch il Mar dei Caraibi ed il golfo del Messico non erano entrati nel girone delle competizioni politiche ed economiche mondiali, queste miriadi di isole e di isolette erano angoli tranquilli della terra nei quali la vita umana si svolgeva serena ed un po' sonnolenta. Il viaggiatore che cinquant'anni fa sbarcava in una di queste isole aveva la sensazione di approdare al Paradiso Terrestre e dimenticava le lotte degli uomini per abbandonarsi alla contemplazione delle divine bellezze della Natura. Ancora oggi le isole minori conservano gran parte della loro attrattiva e sembrano cantare in mezzo al grande oro del Tropico la dolcezza della vita primitiva. Luoghi che non sanno che cosa voglia dire freddo offrono con facilit agli uomini gli alimenti di cui abbisognano. Il mare e le piante creano, con la complicit del sole e delle sabbie, mille meravigliosi scenari di fronte ai quali l'uomo cerca istintivamente un flauto od una chitarra per cantare la gioia dei suoi occhi e gli splendori del creato.
Per la mano dell'uomo sta modificando lo scenario. Formidabili basi navali ed aeree punteggiano gi questo giardino delle Esperidi. Molti di questi canali che sembrano al viaggiatore rivoli di smeraldo fluenti verso gli incanti dell'infinito, figurano nei piani degli Stati Maggiori navali con la paurosa punteggiatura dei passaggi minati. Diverse di queste isolette non sono altro che immensi serbatoi di petrolio immagazzinati dagli Ammiragliati. Dove pare che solo le palme conversino coi venticelli del mare, hanno i loro nidi gli idroplani ed i sottomarini delle pi grandi flotte del mondo. Le antenne radiografiche violano i silenzi, spiano i cicloni, scoprono i segreti delle baie e degli arcipelaghi, empiono di pupille le solitudini. Lo Zucchero ed il Petrolio hanno innumerevoli templi, pi grandi e paurosi di quelli di Moloch e di Baal. Le competizioni politiche ed economiche hanno trasformato questi mari di sogno e questi arcipelaghi di poesia in un terribile Mediterraneo, con molte Suez e molte Gibilterra, con molte isole di Malta e molti stretti di Messina. Il destino vi cova le lotte future dell'umanit. Il viaggiatore che passasse in mezzo a queste acque di giada ed a queste isole di corallo cantando solamente sulla cetra la voluttuosa bellezza del Tropico, resterebbe al di fuori della realt. Le contese mondiali che s'erano profilate in passato nelle avventurose lotte dei corsari si sono concretate nell'antagonismo di formidabili interessi politici ed economici, i quali premono sulla volont degli uomini con tutto il peso di quelle fatali ed inesorabili Leggi della concorrenza che hanno governato il mondo fin dal primo suo nascere.

Alla fine del secolo scorso l'Europa aveva in questo Mediterraneo d'America una situazione di assoluta prevalenza, basata sui possedimenti insulari della Gran Bretagna e della Spagna, completati dai possedimenti minori della Francia, dell'Olanda e delia Danimarca. La situazione dell'Europa fu gravemente ed irreparabilmente compromessa nel 1898 da quel formidabile errore britannico che fu la guerra ispano-americana. I residui di una vecchia mentalit inglese che gli avvenimenti avevano invece completamente superato, determinarono quell'errore che fu uno dei pi grandi commessi dall'Inghilterra. La Gran Brettagna non avrebbe mai dovuto permettere la guerra ispano-americana ed in quel momento il suo veto sarebbe stato sufficiente a paralizzare qualsiasi velleit degli Stati Uniti. Se la situazione determinata dall'andamento coloniale spagnuolo nelle Antille non fosse stata sostenibile, l'Inghilterra avrebbe dovuto piuttosto fare essa stessa la guerra contro la Spagna ed aiutare Cuba ad ottenere la sua indipendenza. V'avrebbe guadagnato, oltre l'isola di Portorico, quelle stazioni carbonifere di Guantnamo e di Baia Honda che gli Stati Uniti si sono fatte dare dai cubani e che hanno capovolto la situazione navale del Mediterraneo d'America in senso contrario agli interessi inglesi. Tutti i maggiori uomini politici di Cuba coi quali ho avuto occasione di discorrere dell'argomento e che comandavano nel '98 le forze rivoluzionarie, mi hanno dichiarato che l'aiuto inglese fu sollecitato e che in quel momento i cubani avrebbero ceduto all'Inghilterra, ad occhi chiusi ed a cuor contento, anche quella meravigliosa baia aerea che  l'isola dei Pini.
In seguito all'errore inglese (ed europeo) della guerra ispano-americana, gli Stati Uniti hanno avuto la possibilit di crearsi nel golfo del Messico e nel mar dei Caraibi una situazione strategica di primissimo ordine, la quale permise loro di affrontare la questione del taglio del Panama senza preoccupazioni di ordine navale. La grande chiave strategica del Mediterraneo d'America  l'isola di Cuba, non solamente per la sua grandezza (un terzo della superficie dell'Italia) e per la sua disposizione longitudinale, ma soprattutto per le numerose e splendide baie fortificabili di cui  ricco il suo sviluppo costiero. Cuba  oggi sotto il controllo assoluto degli Stati Uniti; controllo navale, economico e politico. Questo stato di fatto basta a dare alla grande Repubblica il dominio del Mediterraneo d'America, ma il governo di Washington l'ha concretato con un programma di basi navali. Padroni assoluti dello stretto di Florida e quindi indirettamente del canale di Yucatn che da esso dipende, gli Stati Uniti hanno valorizzato l'Enmienda Plat facendosi cedere da Cuba la meravigliosa baia di Guantanamo che  oggi uno dei perni della potenza navale nord-americana. Si tratta di una baia che ha una imboccatura di tre chilometri con una isola nel centro munita di batterie e di torri blindate scomparenti. Il forzamento della baia  giudicato impossibile. La baia si sprofonda poi entro terra e si allarga in un vasto specchio d'acqua, capace di contenere duecento navi da guerra. Un cerchio di alte montagne circonda la baia di Guantanamo; la isola dal mare e dal retroterra; rende impossibile tanto un'azione a tiro verticale di una flotta al largo quanto un attacco da terra attraverso il territoro cubano. Per il possesso della baia di Guantanamo i nord-americani sono padroni del canale tra Cuba ed Haiti, ma per rendere questo dominio ancora pi assoluto sono in corso proprio in questi giorni complicate e delicate trattative con la Repubblica di Haiti, in forza delle quali gli Stati Uniti riceveranno l'isola di Gonave ed una base in faccia a Porto Principe. Avranno cos una seconda Guantnamo in Haiti e la loro morsa sar strapotente.

La progettata creazione del canale di Nicaragua, resa necessaria dalla grave vulnerabilit del canale di Panama per via aerea, ha spinto gli Stati Uniti ad intavolare con Haiti le odierne trattative le quali, com' noto, sono condotte con una certa bruschezza. Se a queste due basi navali ed a tutte le altre della costa federale, si aggiunge il controllo che gli Stati Uniti esercitano di fatto sulle cinque repubblichette del Centro America continentale e che diventer ancora pi effettivo con la costruzione del canale di Nicaragua,  evidente che gli Stati Uniti dominano strategicamente tre quarti del Mediterraneo americano e ne hanno in mano, oltre alla porta del Panama, tutti i passaggi interni obbligati.
E se domani fosse necessario un ulteriore rafforzamento sar assai facile agli Stati Uniti di concludere con Cuba un accordo generico per la messa in valore delle quattro enormi baie di Sagua, di Nipes, di Puerto Padre e di Nuevitas che fronteggiano le Bahamas e che per la loro configurazione sono ancora pi formidabili della baia di Guantnamo. La sola baia di Nipes  capace di ospitare tutte le flotte del mondo.
Solo nella parte orientale del Mediterraneo d'America gli Stati Uniti si trovano tuttora in condizione d'inferiorit, nonostante il possesso di Portorico e l'acquisto dell'arcipelago Virginia che hanno comperato nel 1917 alla Danimarca per 25 milioni di dollari. Gli Stati Uniti hanno accarezzato la speranza di rimediare in qualche modo a questa deficienza comperando dalla Francia le tre isole della Guadalupa, di Martinica e di Maria Galante, ma il governo francese ha costantemente respinto qualsiasi sondaggio americano ed  quasi certo che il governo britannico deve aver esposto con chiarezza e in modo inequivocabile a Parigi il proprio punto di vista.
Queste tre isole non danno alla Francia nel Mediterraneo d'America nessuna situazione marittima, anche perch manca una forza navale francese del Mar dei Caraibi, ma per essere inquadrate nell'arcipelago inglese delle Leward e delle Winkward assicurano il primato dell'Inghilterra e, per logica conseguenza, perci, sotto certi aspetti dell'Europa in questo tratto sud-orientale del Mediterraneo americano.
Quanto alle isole che possiede l'Olanda dinanzi all'importante golfo del Venezuela, si sa all'Aia che il governo di Londra considererebbe la loro cessione agli Stati Uniti un atto di ostilit dell'Olanda contro l'Inghilterra; atto d'ostilit che potrebbe avere serie conseguenze nell'oceano indiano.

In realt la sola Inghilterra fronteggia gli Stati Uniti, mentre l'interesse inglese e lo stesso interesse europeo vorrebbero che tutte le maggiori Potenze avessero la loro garitta di fronte a quella doppia porta dei canali di Panama e di Nicaragua che  uno dei grandi ingressi del mondo. La situazione dell'Inghilterra  tuttavia forte. L'errore della guerra ispano-americana fu commesso appunto perch l'Inghilterra giudic la sua situazione nelle Antille fortissima. Londra non previde lo sviluppo della potenza navale e politica degli Stati Uniti, tanto che la valut meno ingombrante e pericolosa di quella della vecchia Spagna. Oggi gli inglesi preferirebbero di vedere sventolare sulle batterie di Guantanamo la bandiera di Re Alfonso invece del vessillo stellato di Coolidge, ma la storia non torna indietro.
Eccettuato quel breve tratto di mare che  occupato da Portorico e da Haiti l'impero inglese possiede una fila ininterrotta di isole che va dalla costa degli Stati Uniti alla costa del Venezuela e che chiude quasi completamente dalla parte dell'Atlantico l'accesso del Mediterraneo d'America. Molte di queste isole non hanno valore strategico, per il loro insieme costitusce un sistema di basi aeree, sottomarine e radiotelegrafiche di poderosa efficienza. Via via che gli Stati Uniti ingrandiscono in questo mare i loro interessi politici e marittimi, l'impero britannico rafforza le serrature e moltiplica i chiavistelli. Il sottomarino e l'idroplano accentuano l'importanza delle Bahamas e delle Leward.
Nell'interno del mare, la Gran Bretagna possiede in eccellente situazione geografica la Giamaica col gruppo interessante delle Cayman (base navale di Georgetown) e quel meraviglioso punto di appoggio sul continente centro-americano che  l'Honduras britannico con le isole Belizes, vera spina messa da John Bull negli occhi dell'Oncle Sam.
Il collegamento di tutto il sistema inglese delle Antille col resto dell'impero  assicurato dal gruppo magnifico delle isole Bermude (360 isole) situate ad appena 600 miglia dalla costa americana del North Carolina ed a 677 miglia da Nuova York. L l'Inghilterra ha una delle sue grandi piazzeforti navali: Saint Jorges.
Il Destino nasconde nel Mediterraneo d'America una parte della storia futura del mondo. E non  azzardato prevedere che le fortune dell'Europa, dell'America e di una parte dell'Asia sono notevolmente legate alle vicende di questo secondo Mediterraneo che sta a cavaliere dell'America latina e dell'America anglo-sassone, dell'Atlantico e del Pacifico.
Noi italiani abbiamo le nostri sorti legate a quelle del vecchio Mediterraneo d'Europa. Ma dobbiamo guardare anche al Mediterraneo d'America con quell'interesse che ci  dettato dal destino imperiale della nostra razza.
...
.
...
FINE.